• Dom. Ott 24th, 2021

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Conte, i talebani e il diavolo protettore

Giuseppe Conte si è stupito e un po’ risentito. I talebani saranno pure una banda di assatanati, d’accordo, ma che c’è di male a dialogare con loro? Parlarci, ragionarci, provare a convincerli, tenerseli buoni, in prospettiva fare business insieme: in fondo l’Avvocato del popolo non è il primo (né sarà l’ultimo purtroppo) che tende la mano ai peggiori del pianeta. Anzi, a ben vedere, accompagnarsi con capi terroristi, biechi tiranni e perfino criminali di guerra è stato sempre un tratto distintivo della diplomazia italica, una specialità della casa dal Rinascimento a oggi, la cifra di un’ambiguità praticata senza scrupoli perfino dai nostri più celebrati statisti. Prendiamo Aldo Moro e la sua politica “mediterranea”.

Come il suo tardo epigono di Volturara Appula, Moro dialogava per principio, sempre e con tutti. Da Est a Ovest, da Nord a Sud. C’era una visione dietro, oltre che una convenienza. Con lui al timone volevamo sembrare ecumenici, costruttori di pace, allineati sì ma non troppo, atlantici fino a un certo punto. Ossequiosi rispetto all’America però nello stesso tempo amici dei suoi nemici. L’Italia morotea cedeva armi ai Paesi arabi, moderati e non, pensando al loro petrolio: un mix di candore e cinismo. Quando nel 1970 Gheddafi cacciò 17mila italiani dalla Libia, espropriandone i beni dalla sera alla mattina, nemmeno battemmo ciglio. L’anno dopo Moro corse a incontrare il Colonnello pur di tenerselo buono. Amare chi ti odia; porgere l’altra guancia come stella polare della politica estera. Per scongiurare attentati tipo quello di Fiumicino nel ’73, costato la vita a 35 innocenti, sempre Moro stipulò un patto con la fazione più fanatica del terrorismo palestinese, pagando segretamente un pizzo purché da quel momento colpissero altrove. Diciamolo: nemmeno a Di Maio verrebbe in mente, che pure se la faceva coi gilet gialli. E Craxi, vogliamo parlarne?

Diversamente dalla sinistra comunista – infatuata di “baffone” Stalin prima, del “barbudo” Castro poi – Bettino non ebbe mai frequentazioni coi dittatori. Però la sua anima inquieta garibaldina lo spinse a sposare cause irredentiste dove i patrioti sinceri erano quasi indistinguibili dai più feroci assassini. Sovvenzionava l’Olp con le tangenti di Silvio Berlusconi (perlomeno così il Cav volle far credere nei tanti processi). L’Italia vibrò di orgoglio quando a Sigonella Craxi schierò i carabinieri contro le truppe speciali dello Zio Sam, trascurando un piccolo dettaglio: ci stavamo rifiutando di consegnare agli Usa gli autori del dirottamento di una nave italiana, l’Achille Lauro, in cui era stato ammazzato e gettato a mare un passeggero statunitense ebreo, per giunta invalido, di nome Leon Klinghoffer. Abu Abbas e i suoi complici furono portati in salvo su un volo di Stato e in Parlamento Craxi dichiarò “legittima” la lotta armata contro Israele, con il Pci che si spellò le mani per applaudirlo.

Altri tempi? Mica tanto. Un quarto di secolo dopo Massimo D’Alema, ministro degli Esteri nel secondo governo Prodi, si fece immortalare a Beirut sottobraccio con un esponente di Hezbollah, forza paramilitare islamista che profuma di terrorismo. “Baffino” lo spiegò come tentativo di consolidare il ruolo italiano in quell’area dove siamo amici dello Stato ebraico, ci mancherebbe, ma pure di quanti lo raderebbero al suolo incominciando dalle relazioni speciali che intratteniamo con l’Iran degli ayatollah.

Poi, certo: tra taleban, pasdaran, fedayn e mujahidin è molto facile far confusione, tutti agitano i mitra, tutti opprimono le donne, tutti sgozzano gli infedeli. Ma a noi stanno simpatici lo stesso. Nel 1990, quando Saddam Hussein aveva appena invaso il Kuwait e si preparava la prima guerra del Golfo, vi fu un grande andirivieni di delegazioni pacifiste con la benedizione del Vaticano e dell’allora presidente del Consiglio, il “Divo Giulio” Andreotti. Dal crudele Raìs si presentarono col ramoscello d’ulivo il sessantottino Mario Capanna, il ciellino Roberto Formigoni, i post-fascisti Jean Marie Le Pen e Gianfranco Fini. A tutti Saddam, come segno di riconoscenza, consegnò una manciata dei 400 ostaggi italiani appena catturati. Sempre Fini l’anno seguente fece tappa dal boia Milosevic perché, nel disfacimento della ex Jugoslavia, sperava di farsi riconsegnare nientemeno che l’Istria e la Dalmazia in cambio di un sostegno umanitario alla Serbia. Pure Umberto Bossi fu visto a Belgrado nel ’99, durante la guerra nel Kosovo: anche lui dal criminale di guerra, e non si è mai capito bene per fare cosa.

Salvini, più modestamente, sette anni fa è andato a trovare quel simpaticone di Kim Yong-Un insieme a una squadra parlamentare variopinta guidata da Antonio Razzi (il “responsabile” compare di Scilipoti). Matteo restò positivamente colpito dal “senso splendido di comunità” che si respira in quel regime, classificato da Amnesty International tra i dieci più spietati al mondo. Errori di valutazione come quello commesso dall’allora premier Berlusconi quando, unico tra i leader Ue, andò a omaggiare il sincero democratico bielorusso Aleksandr Lukashenko, buono quello. O quando lasciò che il suo amico Gheddafi trasformasse Villa Doria Pamphilj a Roma in un accampamento beduino. Relazioni pericolose quanto quelle di Matteo Renzi, il quale si è spinto a decantare il “Risorgimento arabo” del principe saudita Mohammed Bin Salman appena sospettato di un omicidio.

Saddam e Gheddafi. Milosevic e Lukashenko. Hezbollah e Abu Abbas… Sono davvero pochi i nostri leader che non hanno mai frequentato gli infrequentabili. Ogni grosso personaggio dell’Italia repubblicana ha avuto il suo amico satrapo, il suo terrorista del cuore. Per cui, visti i precedenti nobili e meno nobili, Conte si domanda: che ci sarà di male a interloquire con qualche Mullah? Voglio anch’io il mio diavolo protettore.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia