• Dom. Ott 17th, 2021

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Ho appena terminato di leggere l’ultimo libro di Giulio Busi: Indovinare il mondo. Le cento porte del destino (il Mulino) che mi ha permesso di riflettere, ancora una volta, sul rapporto tra presente e futuro. Legame complicato, certo, e a volte sottovalutato dalla vulgata comune. Eppure, lo sguardo e le domande su quello che sarà, rientra a pieno titolo nelle azioni compiute nel presente da tutti noi. Ma andiamo per ordine.

Che l’essere umano sia sempre stato attratto dalle profezie e dai vaticini sul futuro è noto (per restare in Italia, si pensi al potere mediatico-televisivo esercitato dall’argomento: dalle esilaranti gag di Carlo Verdone in Non stop del 1978, alla pletora di presunti maghi, cartomanti ecc. che popolano tuttora i canali digitali a ogni ora del giorno). Non a caso, Busi inizia il libro ricordando il dialogo di Delfi tra il re Egeo e la dea Temi, sottolineando come chiunque, a prescindere da ceto e censo, sia stato almeno una volta attraversato o attratto da previsioni su quel che sarà (in maniera consapevole o inconscia). Certo, come sottolinea l’autore, «di ciarlatani è pieno il mondo e la nostra età disillusa è abituata ad avvicinarsi al destino senza grandi pretese; ma dietro a una profezia, anche una sola, che si avvera, c’è unicamente il caso oppure si spalanca una dimensione insondata dell’animo umano?». Partendo da questa domanda operativa, col supporto di una profonda citazione dell’apostolo Paolo – Videmus nunc per speculum in aenigmate, «al presente vediamo infatti come attraverso uno specchio, in maniera confusa» – ecco che si sviluppa un viaggio tra mito, narrazione e quotidianità che si dipana tra storiografia divinatoria e racconti di culture diverse (gli antichi greci, la mitologia sumerica, l’epica indiana, la piromantica cinese, la tradizione mistica ebraica, Dante, ecc.) e confessioni personali. Queste ultime occupano un ruolo principale nel libro e si configurano come forme principali di racconto attraverso le quali l’autore, a mio parere, soddisfa un’esigenza cognitiva e un bisogno esistenziale – quello di raccontare appunto – e si «appropria di un tempo», per citare Paul Ricoeur, dalla triplice forma: il passato – ossia quando il racconto è stato prodotto o letto o ascoltato per la prima volta; il presente – la stesura del racconto secondo i ricordi di chi scrive; il futuro – gli effetti avuti dalle divinazioni raccontate (penso ancora a Ricoeur quando scrive: «l’umanità si appropria del tempo articolandolo in chiave narrativa, e il racconto assume il suo senso pieno quando diventa una condizione dell’esistere nel tempo»).

Il tema della divinazione, e dunque un suo uso storico, politico e sociale, interessa in un certo senso anche la sociologia, in particolare per quel che concerne gli studi sul futuro. In tale discorso, gioca un ruolo fondamentale l’immaginazione di quello che sarà, la quale produce in ciascuno di noi una serie di aspettative che inevitabilmente vanno a influenzare le azioni nel presente. Quest’ultimo produce il futuro in base alle azioni che si compiono oggi, le quali, tuttavia, possono dipendere da quello che si è immaginato, che si è sognato, che ci è stato detto. La circolarità presente-futuro si basa dunque su un gioco di immaginazione e anticipazione, le quali, come analizzato da George Herbert Mead: «servono ad adattarsi a quello che non c’è», ma che forse ci sarà, anche se ancora non è noto in quali forme e con quali tempistiche. Tuttavia, le immagini sul futuro e dunque la sua divinazione contribuiscono alla definizione della situazione in cui ci troviamo. Tale definizione, che è dirimente nella scelta delle azioni da compiere, prende tuttavia forma esclusivamente in base alla capacità dei soggetti di interpretare oracoli, vaticini, sogni, visioni. Riflettendo sull’oggi, potremmo affermare che acquista valore la tesi di David Harvey di qualche lustro fa, il quale, preconizzando la cosiddetta società postmoderna, teorizzava il rischio di una «perdita di un senso del futuro se non nella misura in cui il futuro può essere anticipato nel presente».

Giulio Busi, esperto di mistica ebraica e di storia rinascimentale, professore alla Freie Universität di Berlino, mi ha condotto in un viaggio sulla storia della divinazione colmo di riferimenti colti e scrittura delicata. Ha aperto un suo scrigno personale nel quale custodiva doni e racconti personali e amicali. Ha ascoltato. Ha condiviso. Perché al futuro si guarda spesso insieme. Lo si costruisce anche attraverso i racconti degli altri. Come scrive l’autore in conclusione di volume: «Presentire è incontrare. Non s’indovina da soli, così come da soli non si vive».

Indovinare il mondo

Articolo proveniente da Huffington Post Italia