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Occasione Afghanistan per Erdogan

Turkey's President Tayyip Erdogan holds a news conference during the NATO summit at the Alliance's headquarters in Brussels, Belgium June 14, 2021. REUTERS/Yves Herman/Pool

Pur essendo quella dei talebani una delle organizzazioni fondamentaliste-islamiche più brutali del mondo, che afferma di ripudiare la democrazia e di adottare la sharia come fanno l’Isis e Al-Qaida, il presidente turco Erdoğan ha accolto con favore il ritorno a Kabul, apprezzando le dichiarazioni dei leader, definendole “moderate” e alquanto “promettenti”, tralasciando il fatto che questi ultimi hanno preso il potere con le armi, che i loro proventi sono frutto di attività criminali quali racket e contrabbando, che gestiscono una fetta consistente del narcotraffico mondiale, sia di eroina che di droghe sintetiche, e che accolgono e addestrano terroristi jihadisti provenienti da tutto il Medio Oriente, dal Caucaso e dall’Asia centrale. Ha provocato un diffuso e trasversale imbarazzo nell’opinione pubblica turca l’apertura di credito di Erdoğan verso i talebani, in palese contraddizione con la dichiarata volontà di combattere ogni forma di terrorismo, tralasciando oltretutto che la maggior parte dei leader talebani è presente nella lista nera del terrorismo internazionale dal 1999.

Ankara è stata una delle capitali maggiormente colte di sorpresa dalla travolgente presa di Kabul, proprio mentre era impegnata nella ricerca di un accordo con gli Usa per assumere la missione di protezione e gestione dell’aeroporto internazionale Hamid Karzai, una volta che le forze della coalizione internazionale avessero completato il loro ritiro dal paese.

Ora sembra che non vi sia più niente da negoziare con Washington. Ma nel frattempo il Governo turco, attraverso il Pakistan e il Qatar, ha intrapreso contatti diretti con i talebani che si sono mostrati disposti ad avere buone relazioni anche con la Turchia, che definiscono un “grande fratello islamico” dal quale si aspettano cooperazione e assistenza.

Insomma, sembra che sia Ankara che i talebani siano aperti al dialogo e al negoziato.

Il leader turco cerca di condizionare la leadership talebana, affinché nel nuovo governo vi siano figure vicine alla sua persona come Gulbuddin Hekmatyar, ex primo ministro afghano che si era mostrato favorevole a un governo provvisorio inclusivo. I legami di Erdoğan con Hekmatyar risalgono agli anni Ottanta, quando quest’ultimo era un leader mujaheddin che combatteva contro l’occupazione sovietica. Ed è circolata molto sui social in questi giorni una foto che mostra un giovane Erdoğan seduto accanto a Hekmatyar. Un altro leader vicino al presidente turco è Salahuddin Rabbani, capo del partito Jamaat-e Islami, già ministro degli Esteri dell’Afghanistan e ambasciatore in Turchia, uno dei mediatori designati per la ripresa dei colloqui di pace che si sarebbero dovuti tenere a Istanbul.

Molti si chiedono perché l’Afghanistan sia improvvisamente diventato uno dei dossier principali nell’agenda politica della Turchia, mentre fino a pochi mesi fa figurava a malapena. Perché Ankara è desiderosa di assumere un ruolo di alto profilo in Afghanistan nonostante gli evidenti rischi che ciò comporterebbe?

Le ragioni risiedono sia nell’attuale strategia della sua politica estera sia nella necessità per il presidente turco di garantire la sua sopravvivenza politica e quella del suo partito. Ankara in questi ultimi anni ha gravemente danneggiato i suoi legami con gli Stati Uniti e con l’Ue e ora sembra desiderosa di sfruttare la crisi afghana e di rivendicare un ruolo di mediazione tra i talebani e le potenze globali, per dimostrarsi prezioso agli occhi dell’Occidente e rafforzare la sua legittimità internazionale. Utilizza dunque la carta afghana per consolidare la sua posizione nei negoziati su altre questioni spinose con Stati Uniti e Unione europea. Oltretutto il rischio di un’ondata di rifugiati dall’Afghanistan fa ritornare centrale la Turchia nei rapporti con l’Europa.

L’altra ragione è di politica interna. Il leader turco perde sempre più consensi nei sondaggi e intende assecondare i circoli ultranazionalisti e panturanici che potrebbero abbandonarlo e che all’interno della sua alleanza di governo spingono per l’adozione di una dottrina eurasista che prevede che la Turchia si riorienti allontanandosi dall’Occidente, guardando alla Russia e alla Cina e all’entroterra dell’Asia centrale e orientale dove vi sarebbero le radici storiche e culturali della turchicità.

Senza dubbio alla base degli sforzi di Ankara per rafforzare il suo ruolo in Afghanistan vi sono anche ragioni economiche, in attesa dell’avvio di grandi progetti di costruzione e infrastrutture nel paese devastato dalla guerra. Ma i calcoli di Erdoğan nella sua determinazione a riempire il vuoto lasciato, dagli americani così come stanno facendo Russia e Cina, potrebbero rivelarsi fatali sia per il suo potere all’interno del suo paese sia nella regione sia nei teatri di crisi in cui è impegnato militarmente come in Siria e in Libia. Per questo cerca il sostegno dei suoi maggiori alleati regionali come il Qatar e il Pakistan.

Il rischio maggiore di un possibile abbraccio con i talebani risiede innanzitutto nel fatto che la vittoria militare e politica dei ribelli fondamentalisti in Afghanistan potrebbe risvegliare e incoraggiare le reti estremiste salafite e jihadiste nel nord della Siria, dove larga parte di quel territorio è sotto il controllo turco. Inoltre, tra gli estremisti che i talebani hanno liberato dalle carceri afghane, via via che prendevano il controllo del paese, vi sono diversi cittadini turchi e persone che hanno legami con Ankara. Molto probabilmente costoro preferiranno tornare in Turchia o dirigersi nel nord della Siria. Nonostante vi siano forti divisioni ideologiche ed etniche tra talebani ed estremisti jihadisti salafiti nella Siria settentrionale, il ritorno al potere dei fondamentalisti afghani suscita lo spettro di una nuova autostrada jihadista che si snoderebbe tra Afghanistan, Siria e Iraq attraverso la Turchia. 

Secondo i dati ufficiali dell’agenzia turca AFAD (Presidenza per la gestione dei disastri e delle emergenze), la Turchia ospita attualmente circa 116 mila migranti afghani irregolari. Questa cifra è contestata dai partiti di opposizione e da organizzazioni non governative che sostengono che il numero realistico sia di più di 500 mila persone. I media turchi e i politici d’opposizione affermano che nelle ultime settimane circa 1.500 afghani al giorno sono entrati in Turchia attraverso l’Iran. Gli afghani che non riescono ad attraversare il confine non sono disposti a tornare indietro e attendono dalla parte iraniana il momento giusto per entrare. Dunque vi sarebbero migliaia di afghani in attesa ammassati al confine turco-iraniano: numero che aumenta di giorno in giorno. Erdoğan sa dunque che vi sono molte controindicazioni nel suo intento di stringere accordi con i talebani, ma sembra voler correre questo rischio perché spera di sfruttare la crisi afghana per rafforzare le sue credenziali sullo scenario internazionale, proponendosi come attore globale peacemaker, riscuotendo prestigio anche in patria dove la sua leadership è sempre più appannata con i consensi che diminuiscono costantemente. Nelle ultime settimane l’immagine del presidente turco è precipitata sotto le accuse tra l’altro per l’incapacità di fronteggiare il grave disastro ambientale che sta devastando vaste aree del paese con incendi e inondazioni e per le turbolenze economiche aggravate dalla pandemia da Covid-19. 

In Afghanistan, dove una guerra civile sembra inevitabile per le notizie che giungono dalle forze della resistenza guidata da Massoud nella valle del Panjshir, è estremamente rischioso per la Turchia mantenere la presenza di una forza armata, seppur non combattente. In una regione con profonde fratture etniche, le forze militari turche potrebbero essere oggetto di gravi provocazioni da parte di tribù contrapposte a quella dominante. Nessun Paese, neppure il Pakistan, che abbia intrapreso iniziative del genere ha potuto evitare di essere sepolto nella palude afghana. Ad Ankara dovrebbero capirlo bene: la Turchia non può né controllare né cambiare i talebani né trasformare l’Afghanistan e temiamo che, se il rapporto turco-talebano dovesse diventare troppo intimo, il rischio che si correrebbe è che sarebbe l’influenza talebana a cambiare la Turchia.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia