• Ven. Ott 22nd, 2021

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L’ipocrita corsa all’accoglienza del rifugiato afghano

arrivi di oggi a Fiumicino da Kabul

Meritevole. Di primo acchito lo slancio con cui i sindaci d’Italia hanno dichiarato di ospitare chi fugge dall’Afghanistan. Li ha spinti certamente la pietas umanitaria, pure un certo spirito di risarcimento verso l’inutile presenza del contingente occidentale, di cui l’Italia era parte, in quel lontano paese, per venti anni, senza aver sortito il minimo effetto concreto di reazione della popolazione indigena di fronte all’arrivo annunciato dei talebani. Le ragioni sono molteplici, intrecciate, così come le colpe che, però, tutto insieme, non ci interessano qui elencare. E’ invece l’esprit umanitario presumiamo, appunto, risarcitorio, dell’accoglienza italiana che è da indagare ma soprattutto comparare rispetto ad altre crisi (politiche, sociali ed economiche) di paesi dell’area mediterranea dove l’Italia è coinvolta. Dalla Libia.

Lo ricordo perché  per la Libia si poteva innestare un ponte aereo per i rifugiati politici, provenienti anche da altri paesi africani, ammassati nelle carceri  in condizioni orrende. Invece non riusciamo nemmeno a gestire l’immigrazione, gli sbarchi di fortuna sulle nostre coste, l’offerta di prime condizioni di sopravvivenza decente di fronte a hot spot strapieni all’inverosimile, sintomo di un’incapacità palpabile di gestione di un mini esodo che si è ingrossato nel 2021 rispetto allo scorso anno, più per l’incapacità di trovare soluzioni immediate (su quelle che servono dopo ci arriveremo più avanti) che per i numeri testimoni di una possente invasione.

La discussione a viso aperto su aspetti come l’accoglienza, senza propaganda viscida, da una parte, venite che vi accogliamo tutti, e dall’altra parte, fermate l’immigrato a tutti i costi, serve, è utile per scansare slanci umanitari alla bisogna, del momento. Lo evidenziamo alla luce dello storico, del pregresso, dell’incapacità pratica, reale, nella vita quotidiana delle amministrazioni comunali, quando dalla sera alla mattina arrivavano i cablo prefettizi, spesso nemmeno quelli, per annunciare l’arrivo di 5-6-10-20 immigrati, tanti profughi, catapultati in paesini, presso strutture alberghiere locali. Un format che si ripeteva all’infinito dietro naturalmente una dotazione finanziaria dello Stato,  senza formulare, poi, uno straccio di percorso certo sul dopo, fatto di lavoro, casa, integrazione. Per chi non lo vuole ricordare, siamo ancora fermi, su per giù, da quelle parti. Con l’intensificazione del degrado malavitoso (se non c’è cura sul dopo le persone anche perbene, disperate, cadono nella rete chi della criminalità chi nel vagabondaggio) intenso nelle grandi città, si veda Milano, stazione dei treni e dintorni, fino alle periferie, e temperato ma che disorienta di più per l’effetto che fa, nei piccoli comuni.

Sia chiaro, trattasi di un copione che si ripete per assenza di responsabilità manifesta dell’Unione europea (da sempre incapace a suddividersi le responsabilità dell’accoglienza degli immigrati) che abbiamo visto come ha gestito l’esodo dei siriani, foraggiando denaro alla Turchia per fermarli su quel suolo castrando l’invasione sulla rotta d’ingresso europea. Pressappoco così si sta pensando di fare per l’Afghanistan, con la variante che Erdogan vorrà più soldi. Capisco che lo scenario fin qui descritto stride con quell’embrassons nous di questi giorni, con i sindaci che pare giochino alla riffa, ne prendo 5 (di afgani) no io ne prendo 10, un altro sindaco alza la mano per volerne 15, ma anche i primi cittadini si stanno svegliando e a lato dei loro prodromici sentimenti chiedono i dané dallo Stato per dare seguito agli uffici dell’accoglienza.

Il macro scenario che si appalesa è quello noto, sperimentato durante la primavera araba, in un libro ormai datato, Med-Golfo, la terra promessa del business, che ho curato nel 2010, dove si ribadiva, in quelle pagine sparse, che per combattere l’integralismo occorreva scansare la povertà attraverso massicci investimenti, da parte dell’Occidente, che permettessero di ridurre il divario di condizioni economiche tra la popolazione. Si veda oggi l’Africa tutta, l’assenza dell’Europa, la presenza predatoria della Cina che sta facendo incetta di materie prime del sottosuolo. 

La domanda retorica, sempre quella, è se abbiamo davanti a noi il tempo per recuperare, velocemente, dopo questi cospicui fallimenti (dopo esserci giocate pure le primavere arabe). Sul lungo periodo quello della presenza nel risiko economico è primaria soluzione politica richiesta dalle nazioni in confusione. Rimane nell’immediato, nel service dei paesi come l’Italia la sfida di capacità di affrontare finalmente un piano di accoglienza e integrazione con i fiocchi, quello che in pratica non è stato mai fatto per innumerevoli responsabilità legate a dibattiti lunari sul ‘volemose bene’ a saldo  che ha ideologizzato il da farsi quotidiano, operativo, quello necessario per realizzare svolte durature e impegnative. Senza ma, caricate troppo sul ministero dell’Interno, sul Ministro, che ha ragione Salvini, occorre discutere senza timori di chissà quali sommovimenti, lo diciamo anche a Draghi, sulle sue responsabilità, su quello che ha fatto e che non ha fatto, alla luce anche di alcuni pesanti inciampi su altre materie comunque riguardanti la sicurezza (si veda il controllo del green pass e l’assurdo caos sul rave party di Viterbo).

Articolo proveniente da Huffington Post Italia