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Le democrazie non si esportano, casomai si ripristinano

KABUL, AFGHANISTAN - AUGUST 20: Women posters on beauty salon windows remain vandalized in Kabul, Afghanistan on August 20, 2021. (Photo by Haroon Sabawoon/Anadolu Agency via Getty Images)

Le democrazie non si esportano manu militari, casomai si ripristinano. La difesa armata della democrazia funziona dove giù esiste un barlume di tradizione democratica, una società civile non integralmente sottomessa al “dispotismo asiatico” come lo chiamava Karl August Wittfogel, un embrione di borghesia liberale, un minimo di pluralismo culturale, una classe dirigente colta, un’economia con qualche tratto di vitalità autonoma, un germe di aspirazione alla libertà, almeno un accenno a quella “disposizione mentale e culturale nata in Europa due millenni e mezzo fa nell’Atene di Pericle”, come ha ricordato qui Mattia Feltri citando Robert Conquest”.

Senza l’insieme di queste condizioni il pur generoso tentativo di esportazione della democrazia sulla punta delle baionette è destinato al fallimento, non c’era bisogno di Kabul per ricordarcelo, bastava constatare come sono finite le “primavere arabe”, o l’Algeria, o l’Egitto, gendarme amico delle democrazie ma campione da record nella pratica massiccia della tortura contro i dissidenti. Una sola volta la democrazia esportata nei Paesi islamici, totalmente privi di ogni barlume di tradizione democratica e di libertà, è sembrata sul punto di riuscire: quando ci commuovemmo per gli iracheni in fila con la scheda in mano davanti ai seggi elettorali malgrado le minacce del terrorismo. Sappiamo come è andata a finire.

Le democrazie si ripristinano con le alleanze militari, questo sì. La vittoria degli eserciti alleati consentì in Italia il ritorno alla democrazia soppressa da vent’anni e persino la Germania (Ovest, quella dell’Est passò da un totalitarismo all’altro) potè ricordare di aver avuto un passato come la Repubblica di Weimar, con appena sette anni di dominio nazista in tempo di pace, più cinque, apocalittici, in tempi di guerra. Anche il Giappone, con un minimo (almeno un minimo) di tradizione democratica venne messo nelle condizioni di rimettersi in piedi dopo l’umiliazione della sconfitta e avviarsi sulla strada di un boom economico più che competitivo con le potenze occidentali e democratiche. Gli Stati dell’ex Jugoslavia hanno imboccato la strada, sia pur accidentata, della democrazia, grazie alla sconfitta militare della Serbia nazional-comunista di Milosevic e alla presenza, in Croazia e in Slovenia, di frammenti di coscienza democratica pre-esistente. Tra i Paesi dell’altra parte del Muro di Berlino -in fondo anche la caduta del Muro di Berlino ha risentito dell’offensiva “militare” reaganiana dello scudo spaziale- il Paese che ha condotto con più aperture liberali la transizione alla democrazia è stata la Cecoslovacchia di Havel, che ha avuto l’opportunità di dispiegarsi mentre nella cupezza totalitaria di Bucarest si officiava il rito del processo farsa golpista e della ghigliottina che fece simbolicamente rotolare le teste dei coniugi Ceausescu. La Cecoslovacchia che aveva appunto alle spalle una tradizione democratica e che infatti l’Unione Sovietica dovette faticare più che con gli altri Paesi satellizzati per ottenerne la sottomissione.

Kabul, come Baghdad, come Tripoli e speriamo non come Tunisi, finora l’unica superstite nell’ecatombe delle primavere arabe, non disponeva di nessuna delle condizioni che avrebbero consentito una stagione nuova di democrazia. La notte dei diritti umani, la persecuzione violenta e spietata delle donne, è solo l’ultima conseguenza del totale buio democratico, che nessun fuoco militare potrà illuminare, senza la presenza di una cintura armata in gradi di proteggere i perseguitati. La condanna di Kabul. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia