• Sab. Ott 23rd, 2021

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Il robot di Elon Musk e il vero lavoro del futuro

Il Ceo di Tesla Elon Musk ha presentato il progetto di un robot umanoide che debutterà in forma di prototipo

A Elon Musk non basta mai. Oramai schiavo del suo stesso personaggio – e del meccanismo economico-industriale che ha creato – il troll del capitalismo non può fare a meno di proporre a un ritmo sempre più serrato nuove idee e progetti. Non ha alternative, d’altronde. Tutta la sua storia imprenditoriale si basa sulla capacità di estrarre, detenere e sfruttare la risorsa oggi più preziosa del mondo: l’attenzione. E non importa se per farlo deve spararla sempre più grossa: l’importante che lui venga percepito come un genio che costruisce il futuro in modo da raccogliere nuovi capitali per sostenere le sue mille iniziative – di cui, a guardare bene, di vero successo economico sono davvero poche; o nessuna.

L’ultima trovata è il Tesla Bot: un automa costruito per gestire «compiti non sicuri, ripetitivi o noiosi» e che dovrebbe essere già pronto «l’anno prossimo». Ora: lasciamo perdere il fatto che, dopo clamorosi e chiacchieratissimi annunci, i progetti di Musk che sono arrivati almeno allo stato prototipale si contano sulle dita di una mano; tralasciamo che persino l’azienda di maggior successo di Musk – Tesla – da quasi vent’anni annuncia di essere oramai prossima alla guida autonoma e non ci è ancora arrivata neanche vicino; cerchiamo di non vedere l’enorme segnale d’allarme che tutto questo dà sulla salute del sistema economico-finanziario capitalistico; ignoriamo il fatto che oggi, nel mondo reale, non riusciamo nemmeno a produrre abbastanza automobili “tradizionali” perché non si trovano i microchip; approfittiamone invece per ragionare di lavoro e di futuro.

Da diversi anni si rincorrono rapporti più o meno autorevoli sull’impatto presente e futuro dell’automazione sul lavoro. Quelli che più facilmente hanno conquistato i titoli dei giornali preannunciavano scenari apocalittici per cui tra pochi anni circa la metà dei lavori sarà spazzata via dalle nuove tecnologie. Nel dibattito che si è generato, si possono distinguere due posizioni. Alcuni – pochi – ritengono che ci sia una sopravvalutazione delle reali capacità attuali e delle possibilità future di queste tecnologie; altri – molti – fanno notare che più volte in passato, dai luddisti in poi, c’è stato lo stesso tipo di allarme, e in realtà le persone non hanno smesso di lavorare: anzi, l’innovazione tecnologica ha portato alla nascita di nuovi lavori, in particolare tecnici e specialistici. Entrambe queste valutazioni però hanno dei difetti di prospettiva.

La prima obiezione, quella che ridimensiona le capacità delle tecnologie, ha un difetto di prospettiva futura, poiché rischia di sottovalutare la forza di una loro possibile crescita esponenziale. In effetti, gli avanzamenti tecnologici negli ultimi anni sono stati enormi: solo pochi anni fa comandare un computer con la voce sembrava cosa quasi impossibile, mentre oggi milioni di case hanno “assistenti domestici” ben capaci di comprendere ordini dei padroni di casa; fino a non molto tempo fa i testi scritti dalle intelligenze artificiali sembravano redatti da un bambino delle elementari, oggi alcune di queste – anche se sono spesso assai sopravvalutate – riescono a sostenere conversazioni profonde.

La seconda obiezione, quella che per quasi ogni lavoro cancellato dall’automazione profetizza la nascita di nuovi lavori tecnici e specialistici, ha un difetto di prospettiva passata, applicando un modello che non è necessariamente destinato a ripetersi; anzi. Le innovazioni del passato – come le automobili o i fast-food in franchise – hanno creato enormi industrie da milioni di posti di lavoro con compiti piuttosto accessibili; le innovazioni più recenti – come i computer e i software – hanno invece dato vita a settori di grande potere e redditività ma anche di relativa occupazione con prevalenza di compiti molto specialistici. Ma soprattutto, il fatto che non abbiamo visto l’impatto dell’automazione in passato non vuol dire che non ci sia stata. Probabilmente nei decenni scorsi – soprattutto pre-2008 – il suo impatto è stato mitigato dalla creazione di miriadi di posti di lavoro a scarso o nullo valore aggiunto ma utili ad alimentare il mito della carriera e sostenere il consumismo.

In realtà, quindi, entrambe le obiezioni sono insieme corrette e sbagliate. È vero che probabilmente l’automazione migliorerà tanto da riuscire a fare diversi lavori anche complessi, ma è anche vero che forse non sarà mai in grado di farne molti altri. L’automazione, insomma, forse sostituirà l’essere umano in molti lavori, ma farà anche qualcosa di molto più prezioso di crearne di nuovi: rinobiliterà quelli “vecchi”. La nostra intelligenza, infatti, può essere divisa in tre grandi categorie: quella spaziale-corporea, quella relazionale-emotiva, e quella logico-linguistica. Quest’ultima, per quanto sia spesso oggi considerata l’unico tipo di intelligenza, è in realtà quella che si è sviluppata più di recente, ed è quindi anche quella in cui siamo meno abili.

L’intelligenza spaziale-corporea, per esempio, è molto più antica: ai nostri antenati di centinaia di migliaia di anni fa interessava molto poco saper fare 2+2, ma interessava moltissimo calcolare in maniera corretta il salto da fare per sfuggire a un predatore, o la traiettoria più efficace per colpire un cervo con una lancia. Anche la nostra intelligenza relazionale-emotiva è più spiccata di quella logico analitica: per gli ominidi dell’età della pietra era molto più importante farsi amici e capire le emozioni dei propri compagni che intavolare una discussione sulla natura dell’universo.

Tutto ciò si nota benissimo guardando all’automazione: i computer già da oltre 20 anni ci battono facilmente a scacchi, ma avete mai visto un robot vincere un uno-contro-uno a basket con un essere umano? Le intelligenze artificiali saranno forse presto in grado di scrivere un eccellente atto legale, ma provate a fargli convincere un giudice. Un algoritmo potrà forse scrivere un buon regolamento per la sicurezza, ma fategli gestire un gruppo di bambini sotto i tre anni e vedete che succede. Persino lavori molto svalutati come la raccolta di ortaggi sono tutt’altro che semplici dal punto di vista di un automa: costruire una macchina che si sposti agilmente su un terreno dissestato e abbia la delicatezza di staccare pomodori senza ammaccarli forse è già possibile, ma di certo ha e avrà dei costi di produzione altissimi che ne impediranno la scalabilità.

Insomma: ci sono dei lavori, in particolare quelli di cura e quelli di cultura, che solo gli esseri umani possono fare per gli esseri umani. Il paradosso è che se l’automazione avrà un impatto, quindi, lo avrà proprio su quei tipi di lavoro verso cui oggi spingiamo le persone, perché spesso pensiamo che siano le occupazioni del futuro. Un programmatore informatico mediocre o un manager riluttante ad aggiornarsi saranno presto spazzati via, mentre una brava psicologa o un insegnante di talento possono dormire sonni abbastanza tranquilli. Oggi e ancora di più in futuro a chi lavora sarà chiesto di fare più cose, di rimanere aggiornato, di affrontare imprevisti e risolvere problemi complessi: tutte cose che non solo non possono fare gli autonomi, ma neanche gli esseri umani se non trovano una vera soddisfazione e realizzazione nel loro lavoro.

Abbiamo quindi davanti due alternative: o continuare a farci ammaliare dalla narrazione di “inevitabilismo” tecnologico a-la Musk, facendo finta di non vedere che oramai ci prende sfacciatamente in giro e alla lunga rischiando di soccombervi; o scommettere sulle persone, incoraggiandole a perseguire i loro valori, i loro interessi, le loro inclinazioni, smettendola di pensare di sapere cosa sia meglio per loro e come sarà il mondo di domani. Le previsioni sul futuro hanno fatto cilecca centinaia di volte – vi ricordate le stampanti 3D, il Segway, l’Hyperloop, i Google Glass…? – mentre le persone tendono a mantenere le proprie inclinazioni stabili per tutta la vita – e averne diverse tra loro: non vogliamo tutti la stessa cosa. Già questo dovrebbe indicarci chiaramente su cosa dovremmo puntare. E, se ciò non bastasse, dovremmo pensare che magari domani i robot non si ribelleranno alla loro condizione, ma gli esseri umani continueranno a esserne capacissimi. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia