• Ven. Ott 22nd, 2021

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Ascoltando i Maneskin. Travolgenti e divertenti, ma non sensuali

“Teatro d’ira – Vol. I” dei Màneskin è spassoso: in realtà nell’album non c’è teatro e non c’è ira, ma ci sono canzoni valide e tanto basta. Questi ragazzi hanno un’energia incontenibile e mettono di buonumore. Quella dei Màneskin è musica da cameretta dunque ha una sua universalità, infatti spopola in giro per il mondo. “Teatro d’ira – Vol. I” spazia dalla delicata “Coraline” («Le han detto in città c’è un castello / Con mura talmente potenti / Che se ci vai a vivere dentro / Non potrà colpirti più niente») alla travolgente “I wanna be your slave”, ossessiva e smargiassa quanto alcuni tormentoni anni ottanta di Alberto Camerini, fino all’autobiografica “Vent’anni” («Io c’ho vent’anni / Perciò non ti stupire se dal niente faccio drammi»).

Damiano David, Victoria De Angelis, Thomas Raggi e Ethan Torchio sono belli e vengono apprezzati dal pubblico anche per la capacità, sul palco e nei videoclip, di giocare con la loro fluida trasgressività: peccato che ascoltando le canzoni registrate la loro sensualità risulti del tutto assente. Per ascoltare canzoni sensuali bisogna bussare alla porta di Rachele Bastreghi, la voce dei Baustelle, che ha inciso il suo primo album da cantautrice e lo ha intitolato “Psychodonna”.

Il broncio di Rachele ha qualcosa di conturbante, ma è la sua limpida voce velata di nero a conturbare di più. Già negli album dei Baustelle la Bastreghi faceva decollare i ritornelli, ma qui – tutta sola – ha la possibilità di esprimere al meglio le sue qualità di interprete.

“Psychodonna” è un album bello e serio, a tratti notturno, a tratti cristallino. Rachele indaga la sua anima di donna di mezza età, tra inquietudini imprecisabili e chiarori ineffabili: «Preferisco il silenzio, per poi fare rumore / Preferisco l’inverno, il freddo che cerca il sole / E rimangono sempre, le stesse parole / Sotto un cielo di bombe, mi fermo e butto fuori / Parlo troppo a chiunque, a volte a chi muore».

Le canzoni di Rachele Bastreghi sono state pensate con le gambe allungate sopra un grigio divano: «Ogni tanto succede che / Mi spavento del niente / Che poi niente non è / Un raccolto dolente / Un po’ di male innocente / Ma poi mi tiro su». Sorvolando incalzanti tappeti ritmici Rachele ricama con eleganza il suo canto introspettivo, un canto che cerca di non arrendersi all’indecifrabilità della vita.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia