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Afghanistan, i talebani sparano e la Nato batte un colpo: ma rastrellamenti ed esecuzioni brutali continuano

DiRed Viper News Manager

Ago 21, 2021

Lotta continua contro i terroristi, stop al sostegno delle autorità afghane, richiesta di un governo inclusivo, rispetto dei diritti delle donne. La Nato fa la voce grossa contro i talebani. «Negli ultimi 20 anni abbiamo negato con successo ai terroristi un rifugio sicuro in Afghanistan da cui promuovere attacchi. Non permetteremo ad alcun terrorista di minacciarci. Restiamo impegnati nel combattere il terrorismo con determinazione, risolutezza e solidarietà». Esordiscono così i ministri degli Esteri della Nato nella dichiarazione conclusiva della riunione straordinaria di ieri sulla crisi afghana, proprio nel momento in cui, nella moschea Pul-e-Kheshti di Kabul, la folla plaudente saluta Khalil Haqqani, membro di spicco del terrorismo talebano e “ricercato” di lusso: su di lui gli Stati Uniti hanno imposto una taglia da 5 milioni di dollari.

I ministri della Nato chiedono a tutte le parti «di lavorare in buona fede per stabilire un governo inclusivo e rappresentativo, anche con la partecipazione significativa di donne e gruppi minoritari». Ma, precisano, viste le circostanze attuali, «la Nato ha sospeso ogni sostegno alle autorità afghane». Dal punto di vista dell’Alleanza Atlantica, l’agenda del prossimo governo dell’Afghanistan è già scritta: «Aderire agli obblighi internazionali; salvaguardare i diritti umani di tutti gli afghani, in particolare donne, bambini e minoranze; sostenere lo stato di diritto; consentire il libero accesso umanitario; garantire che il paese non serva mai più come rifugio sicuro per i terroristi», queste le richieste dei ministri degli Esteri. «Il popolo afghano – si legge nella dichiarazione conclusiva – merita di vivere in sicurezza e dignità e di costruire sugli importanti risultati politici, economici e sociali che ha realizzato negli ultimi vent’anni. Siamo al fianco degli attori della società civile che devono essere in grado di continuare a svolgere in sicurezza il loro ruolo significativo nella società afghana».

Tra i ministri partecipanti, anche Luigi Di Maio. «Dobbiamo fare del nostro meglio affinché i diritti fondamentali, in particolare delle donne, delle ragazze e delle minoranze, per i quali ci siamo battuti, non vengano annullati. Lo dobbiamo ai tanti che hanno sacrificato le loro vite e al nostro significativo investimento collettivo sul futuro di questo Paese», dice il ministro italiano ai colleghi, nel corso della riunione virtuale. «Chi detiene adesso il comando in Afghanistan – chiarisce Di Maio – deve capire che lo terremo d’occhio e lo considereremo responsabile, utilizzando tutta la nostra leva economica, compresi i finanziamenti. Stiamo seguendo da vicino le discussioni sul futuro governo e il nostro impegno sarà subordinato a ciò che fanno i talebani, non a ciò che dicono». Solo i fatti insomma, non certo le dichiarazioni di facciata, parleranno per conto dei Talebani. Sembra questo il messaggio del ministro. Difficile non leggervi anche una frecciata al ‘suo’ presidente, Giuseppe Conte, che ha espresso parole concilianti nei confronti dei talebani. “Lavorare insieme” per evitare che l’Afghanistan «diventi ancora una volta un terreno fertile per il terrorismo, minaccia per la sicurezza della comunità internazionale», continua Di Maio. Che propone il coinvolgimento nell’area dei principali attori regionali, Pakistan, Russia e Cina, al fine di evitare l’espansione delle attività terroristiche in altre aree, dall’Iraq al Sahel.

Alle parole dei ministri Nato, già anticipate nel discorso introduttivo della riunione dal segretario generale Jens Stoltenberg, fanno subito eco quelle di Vladimir Putin. Il presidente russo condivide con i paesi occidentali la preoccupazione per il pericolo di attentati. «Va impedito ai terroristi, compresi quelli che si travestono da rifugiati, di arrivare dall’Afghanistan nei Paesi confinanti», avverte nel corso di una conferenza stampa da Mosca dopo i colloqui con la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Allo stesso tempo, Putin riconosce che «i talebani ora controllano la maggior parte del Paese, inclusa Kabul» e che, di fronte a questa realtà, «dobbiamo evitare la distruzione dello Stato afghano». Poi lancia un monito che tocca nel vivo la sensibilità degli Stati Uniti e degli alleati occidentali: «Noi conosciamo il Paese molto bene, sappiamo quanto controproducente sia imporre altri modelli stranieri all’Afghanistan». Insomma, il sogno della democrazia e dei diritti umani a Kabul toglietevelo dalla testa.

Il tema è, per ora, rimandato. Ne è consapevole anche la Nato per la quale, in queste ore, c’è un’altra emergenza. «Il nostro compito immediato ora è rispettare i nostri impegni per continuare l’evacuazione sicura dei nostri cittadini, dei Paesi partner e degli afghani a rischio, in particolare quelli che hanno contribuito al nostro impegno», chiariscono i ministri degli esteri, rafforzando le parole del segretario Stoltenberg. E chiedono esplicitamente ai talebani di «rispettare e facilitare la loro partenza sicura e ordinata, anche attraverso l’aeroporto internazionale di Kabul», promettendo il massimo coordinamento operativo per realizzare lo scopo. Ma le operazioni sono tutt’altro che semplici. La cosa più difficile nell’effettuare le evacuazioni a Kabul è trovare i cittadini ed estrarli dalla folla che preme all’aeroporto della capitale afghana. «Ci sono migliaia di persone tra la folla, in condizioni estremamente difficili che premono sui muri e sui cancelli dell’aeroporto», spiega il viceministro degli Esteri polacco, Marcin Przydacz.

«Da questa folla disperata, a volte comprensibilmente aggressiva, il nostro personale sta cercando di estrarre coloro che sono sulla nostra lista», aggiunge. E mentre continua il caos all’aeroporto di Kabul, la preoccupazione per l’atteggiamento dei talebani è ancora altissima. I media tedeschi segnalano che ieri i fondamentalisti hanno catturato e ucciso un alto responsabile della polizia della provincia di Badghis, a nordest di Herat. Nei video diffusi sui social e rilanciati dall’agenzia tedesca dpa si vede il capo della polizia, Hajji Mohammed Achaksai, che prima dichiara il proprio nome, poi, con gli occhi bendati e le mani legate, è costretto a inginocchiarsi a terra e pochi secondi dopo viene freddato una scarica di proiettili. I familiari di vari esponenti delle autorità locali afghane – deposte dai talebani che hanno preso il potere – hanno dichiarato a Tolo News, la tv locale, che i loro cari sono scomparsi o sono stati catturati dagli islamisti.

L’ex governatore e l’ex capo della polizia della provincia di Laghman si sono arresi ai talebani, ma sono ancora detenuti. Irreperibile anche il capo della polizia di Ghazni. Preoccupa anche l’atteggiamento dei vincitori nei confronti dei media occidentali. Ieri il Los Angeles Times ha rivelato che un militante talebano ha aggredito e picchiato Marcus Yam, un suo fotografo a Kabul, proprio mentre immortalava un gruppo di afghani che tentavano di sostituire la bandiera dei talebani con quella tricolore del paese. Un militante jihadista gli ha dato un pugno alla testa facendolo cadere, e poi ha continuato a prenderlo a pugni a terra, chiedendo di cancellare le foto. Il fotoreporter, detenuto per circa venti minuti, è stato successivamente rilasciato. Ma non basta. A Kandahar e Qalat, nella provincia di Zabul, nel sud-est del paese, i talebani hanno organizzato mercoledì scorso una grande parata militare in cui migliaia di miliziani hanno sfilato armati e in uniforme per mostrare il loro arsenale militare, in gran parte sequestrato all’esercito afghano. In altri video, girati e diffusi in concomitanza con il Giorno dell’indipendenza, i fondamentalisti mostrano le armi e i mezzi sequestrati alle forze armate – corazzati, jeep Humvee, elicotteri e aerei – in gran parte di fabbricazione statunitense.

L’amministrazione Biden valuta l’avvio di attacchi aerei per distruggere l’arsenale caduto nelle mani dei jihadisti, in particolare i velivoli di fabbricazione Usa e altre attrezzature sofisticate. Ma è forte la paura che un intervento possa provocare reazioni letali dei talebani proprio nel momento in cui la priorità di Usa e Nato è l’evacuazione da Kabul.

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