• Dom. Ott 24th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

Storia delle rivolte in carcere finite nel sangue: la battaglia dei detenuti contro il codice Rocco

DiRed Viper News Manager

Ago 20, 2021

Sarà solo una coincidenza se la grande rivolta delle carceri italiane inizia in perfetta sincronia con l’altrettanto imprevista insurrezione operaia, nella primavera del 1969, e nella stessa città, Torino? Forse no. La situazione non era poi troppo diversa. In entrambe le realtà imperava una disciplina ferrea, un comando che non contemplava diritti. Nelle carceri, come nelle fabbriche, la restaurazione operata nella prima metà del decennio precedente non era stata scalfita negli anni 60. Nei penitenziari il timido tentativo di scostarsi dal modello sistematizzato all’inizio degli anni 30 dalla riforma Rocco azzardato all’inizio degli anni 50 era stato sbrigativamente rintuzzato con un ritorno pieno alla concezione esclusivamente afflittiva della pena. Un progetto di riforma si trascinava stancamente dall’inizio dei 60, senza che riuscisse a decollare.

Ci sono altre affinità tra la nascita del movimento dei detenuti e l’esplosione di insubordinazione operaia. Come nelle fabbriche, anche nei penitenziari c’erano state avvisaglie precise già nel 1968, innescate dalla rivolta studentesca. All’inizio di luglio c’era stata una protesta molto vigorosa e partecipata nel carcere milanese di San Vittore per chiedere il rispetto della sentenza della Corte costituzionale che bollava come “illegittima” l’inchiesta svolta senza l’assistenza di un difensore per l’imputato. Il 16 luglio gli studenti avevano deciso di portare la loro solidarietà circondando il carcere. Da quel momento in molte città italiane si erano creati legami tra movimento studentesco e detenuti, anche in seguito al passaggio per le prigioni, breve ma frequente, degli studenti che venivano arrestati.

Fu poi essenziale, in entrambe quelle realtà, il ricambio generazionale. È noto che nelle fabbriche furono gli operai più giovani, di solito immigrati, quasi sempre dequalificati, a frantumare l’ordine. Anche nelle carceri la gerarchia interna alla popolazione detenuta permetteva all’istituzione di mantenere l’ordine interno instaurando un rapporto privilegiato con i detenuti che, per provenienza, adesione alla criminalità organizzata o caratura criminale, comandavano la massa dei detenuti. I giovani che arrivavano nelle carceri, però, non accettavano più quella gerarchia. Alle Nuove di Torino la protesta esplose l’11 aprile 1969, giorno dello sciopero generale per l’uccisione di due persone negli scontri con la polizia di Battipaglia. I detenuti chiedevano la riforma del sistema penitenziario e fu sin dall’inizio una protesta diversa da quelle che si erano sporadicamente verificate negli anni precedenti, sempre legate a condizioni specifiche della singola prigione.

Nei primi due giorni la gestione rimase nelle mani dei “boss” detenuti, poi passò al Comitato di base. I detenuti scelsero di evitare violenze e devastazioni, chiedendo in cambio l’impegno a evitare punizioni e trasferimenti. Non lo ottennero e nell’ultimo giorno della rivolta i detenuti distrussero uno dopo l’altro tutti i simboli dell’ordine carcerario oppressivo: la cappella, gli uffici matricola e personale, l’infermeria, l’impianto fognario, che risaliva al 1857, i macchinari con i quali si lavorava con turni di 8 ore per un compenso di 350 lire al giorno. Dalle Nuove la rivolta si estese a San Vittore. Il 14 aprile i detenuti assunsero il controllo del carcere, presero alcune guardie penitenziarie in ostaggio e ingaggiarono una vera battaglia con la polizia che irruppe all’alba del 16 aprile. Subito dopo fu il turno di Poggioreale, a Napoli. Da quel momento, per alcuni anni, le rivolte delle carceri furono all’ordine del giorno. Ripercorrerne l’elenco significa sfogliare un bollettino di guerra. I rapporti con il movimento che dilagava al di là delle mura delle prigioni si fecero sempre più stretti.

Alla fine del ’69 nacquero, sull’onda delle lotte operaie, i principali gruppi della sinistra extraparlamentare. In particolare Lotta continua dedicò grandissima attenzione al movimento nelle prigioni, con un settore apposito e molto attivo, “I dannati della terra”, a cui si aggiunse poi il Soccorso Rosso di Dario Fo e Franca Rame. Nel biennio 1971-72, quello in cui le rivolte furono più frequenti e violente, le carceri furono, con fabbriche, scuole e università, la prima linea dello scontro sociale nel Paese, anche per l’emergere tra i detenuti di alcune figure di leader molto politicizzati, a partire da Sante Notarnicola, ex operaio comunista Fiat, già membro della banda Cavallero. I detenuti si ribellano per episodi specifici, come punizioni o trasferimenti in prigioni troppo lontane dalle famiglie, per le condizioni di vita nelle carceri fatiscenti o sovraffollate, per chiedere la riforma complessiva. Adoperano forme di mobilitazione molto diverse, dal rifiuto di rientrare dopo l’ora d’aria alla protesta sui tetti, dallo sciopero della fame alla vera e propria rivolta. Dal 1971 al 1973 le proteste si moltiplicarono senza che lo Stato si decidesse a varare l’attesa riforma. La tragedia arrivò nel 1974. Il 23 febbraio i detenuti delle Murate, carcere di Firenze, salirono sul tetto, tirando tegole agli agenti che risposero sparando. Un ragazzo di appena vent’anni, in carcere per furto, venne ucciso. Il 9 maggio si arrivò al bagno di sangue di Alessandria.

Tre detenuti presero in ostaggio 13 persone, guardie o personale carcerario, si asserragliarono nelle cucine, poi nei bagni. Chiedevano un’auto e la garanzia di non essere seguiti. Non era una situazione inedita, episodi del genere si erano già verificati e di solito si risolvevano con una trattativa, aspettando che i detenuti si arrendessero. Ma in quel 9 maggio si era alla vigilia del referendum sul divorzio: lo Stato decise di dare una dimostrazione di forza. Le trattative, giovedì 9 maggio, furono affidate a tre giornalisti di cui i rivoltosi si fidavano ma all’improvviso la polizia tentò un blitz. Nella sparatoria furono uccisi da proiettili vaganti due ostaggi. Il giorno seguente le trattative ripresero, affidate stavolta a un prete, don Maurilio Guasco, e a un consigliere regionale del Pci. Ma da Botteghe oscure arrivò l’ordine di non immischiarsi e a trattare rimase solo don Guasco. I detenuti e i rivoltosi erano ormai chiusi in una stanzetta, ridotti allo stremo.

Il generale Dalla Chiesa ordinò lo stesso il blitz. Si concluse con una strage: altri 3 ostaggi e 2 dei sequestratori morti. Era la vicenda più sanguinosa e tragica nella storia delle carceri italiane e lo sarebbe rimasta fino al 2020, quando a Modena, all’inizio della pandemia, sono stati uccisi nel disinteresse generale 9 detenuti. Il parroco mediatore provò a denunciare il comportamento assurdo dei reparti guidati da Dalla Chiesa. Repubblica rifiutò di pubblicare le sue lettere. Il procuratore di Genova Coco, poi ucciso dalle Br, disse che la testimonianza era “inficiata da animosità verso le forze dell’ordine”. Ci fu comunque un supplemento di indagine. Guasco si presentò quindi dal procuratore di Alessandria che gli chiarì la situazione in modo definitivo: “Lei è coraggioso ma anche un inguaribile ingenuo”.

L’impatto della strage fu enorme. Il movimento dei detenuti si radicalizzò e proprio di lì nacque uno dei primi gruppi armati: i Nap, Nuclei armati proletari. Nel 1975 la riforma vide infine la luce. Sostituiva le regole Rocco del 1931. Assegnava alla pena una funzione rieducativa e non afflittiva. Sanciva la fine, almeno sulla carta, dell’isolamento dell’universo penitenziario. Garantiva il diritto al lavoro all’interno e all’esterno del carcere. Prometteva di difendere “la dignità della persona” anche se detenuta. Non corrispondeva in pieno alle richieste del movimento dei detenuti ma era comunque un passo avanti enorme. Che rimase lettera morta: l’emergenza terrorismo congelò tutto per altri 10 anni.

Fine prima puntata. Continua

L’articolo Storia delle rivolte in carcere finite nel sangue: la battaglia dei detenuti contro il codice Rocco proviene da Il Riformista.