• Dom. Ott 17th, 2021

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L’uccisione di George Jackson, prevista, annunciata, aspettata

A 'major disturbance' broke out August 21 at San Quentin Prison after two convicts, one of them George Jackson (R), a Soledad Brother, tried to escape from their rock-walled enclosure. Jackson was killed in the escape attempt, the other prisoner gave up and was recaptured. The Soledad Brothers are three black convicts charged with slaying a guard at the Soledad State Prison in January 1970. They are (L-R): Fleeta Drumgo, 26; John W. Cluchette, 28; and Jackson, 29.

“In Europa è sempre più raro che un uomo accetti di essere ucciso per le idee che difende. Per i neri d’America è un fatto di tutti i giorni: per loro “libertà o morte” non è uno slogan da ritornello popolare. Quando aderiscono al Black Panther Party i neri sanno che saranno uccisi o che moriranno in prigione”. Inizia così l’accorata prefazione che Jean Genet decide di scrivere a un libro che già nel titolo è un atto d’accusa: L’assassinio di George Jackson.

Pubblicato nel 1971 a cura di Michel Foucault, Gilles Deleuze e del Groupe d’Information sur les Prisons (in Italia lo edita Feltrinelli), irride la versione ufficiale di un’uccisione non voluta ma “effetto collaterale” di un tentativo di fuga: “Riesce difficile pensare che così vicino al processo, deciso a farne la tribuna politica da cui poteva a sua volta giudicare l’America, Jackson abbia messo a punto un tentativo d’evasione che aveva ben poche probabilità di processo”.

Genet ipotizza che il giovane, intrappolato in un complotto organizzato da vertici politici, vedendosi accerchiato sia corso verso il cortile proprio perché sicuro che lì sarebbe stato abbattuto dai tiratori scelti, ben posizionati nei loro alti osservatori: una morte simile a quella dell’amatissimo fratello Jonathan, avvenuta l’anno prima, ma questa volta con il sole di fronte e accogliendo una pallottola in petto, non colpito alle spalle.

Sembra invece che abbiano alla fine sparato alle spalle anche a lui, quel 21 agosto del 1971, nel cortile della prigione di San Quentin, colpendolo alla testa. Le autorità non consentono di conoscere i particolari della morte, accusa Genet, che ricorda poi con forza che questa morte George l’aveva prevista, annunciata, aspettata. Ne aveva parlato nelle lettere che aveva fatto di lui, nel 1970, un simbolo mondiale dei danni del razzismo, I fratelli di Soledad – autobiografia e lettere dal carcere, e anche in quello sconvolgente, incredibile saggio Blood in my Eye, che solo pochi giorni prima del 21 agosto era stato fatto entrare clandestinamente nel penitenziario, e già era stato letto, divorato da tutti i detenuti. 

George era nato nel 1941, il 23 settembre. A quattordici anni era stato arrestato, e dai diciotto anni in poi, a seguito di una sentenza surreale dopo un furto d’auto, era iniziata la sua lunga, quasi ininterrotta vita in carcere.

La sentenza: un anno di prigione o la prigione a vita. Significa che George dovrà comparire allo scadere dell’anno davanti a un parol board che deciderà se liberarlo o trattenerlo in carcere. E il parol board sceglierà di trattenerlo. Per undici volte. Per undici anni.

Come recluso non è certo un modello di obbedienza. Studia come un pazzo, si associa al Black Panther Party, scrive pagine degne di un pensatore rivoluzionario, propugna come unica soluzione alla condizione dei neri la lotta armata. Obiettivo: l’amore, la tenerezza. Ma altre strade che imbracciare le armi non ci sono, questa è la conclusione a cui è giunto, perché «il rivoluzionario nero è doppiamente condannato», ed è più facile che finisca «a lavare automobili in qualche garage o cadavere senza nome negli obitori dello stato» piuttosto che a fare qualunque altra cosa.

Il 13 gennaio 1970, un tiratore scelto di Soledad tira mirando a un detenuto bianco ma uccide tre detenuti neri che si stanno azzuffando. Non viene perseguito. Il 16 gennaio, in un altro reparto, trovano una guardia carceraria agonizzante, caduta dal decimo piano, e George viene incolpato, con altri due neri, dell’assassinio. Li trasferiscono nella prigione di San Francisco.

“Non è il fatto che pensino di uccidere me a sconvolgermi. Vanno “ammazzando tutti i negracci” da quasi mezzo millennio, ormai, ma io sono ancora vivo… La cosa sconvolgente è un’altra: non prendono mai in considerazione che io resisterò”.

Genet ha ragione: George ha in mente di fare del processo il suo momento di riscatto, e ha in mente di trasformare il suo ruolo di accusato in quello di accusatore.

Soffre terribilmente per la morte del fratello Jonathan, avvenuta il 7 agosto dell’anno precedente. Jonathan, minore di sette anni, aveva preso George come modello. Eppure quando Jonathan viene ucciso mentre tenta di far evadere tre compagni neri dal tribunale di San Rafael, George non versa una lacrima. “Sono troppo fiero per farlo” spiega. E del fratello dice: “Un bellissimo, bellissimo uomo-bambino con un fucile automatico in mano. Ho amato Jonathan, ma la sua morte ha solo rafforzato la mia volontà di lottare”.

Quando George muore, Bob Dylan scrive per lui una canzone: George Jackson.

 

“I woke up this mornin’

There were tears in my bed.

They killed a man I really loved

Shot him through the head

He wouldn’t take shit from no one

He wouldn’t bow down or kneel.

Authorities, They hated him

Because he was just too real.

….

Sometimes I think these whole world

Is one big prison yard.

Some of us are prisoners

The rest of us are guards”.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia