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Io, napoletano in Afghanistan, vi racconto il dramma di un popolo schiacciato da fanatismo e intolleranza

DiRed Viper News Manager

Ago 20, 2021
Sono trascorsi quattro anni dal mio viaggio in Afghanistan, eppure sembra una vita. Ho ancora negli occhi e nel cuore la febbrile vivacità di Kabul, Herat, Jalalabad e Mazar-i Sharif: città polverose, caotiche e poetiche, fatte di strade, vicoli, feritoie, slarghi, moschee, ma soprattutto persone, volti, storie. Una nazione che, con 20 milioni di abitanti e 50 gruppi etnici, rappresenta un mosaico di culture, tradizioni e strutture sociali. Un pulviscolo di esistenze che sfuggono a classificazioni esterne vivendo un’auto-percezione incomprensibile al mondo.
Se nei grandi centri di potere il processo di occidentalizzazione ha rappresentato un esperimento di democratizzazione del Paese, avviato dall’operazione Enduring Freedom con il malcelato pretesto della guerra al terrorismo, e questo ha consentito di restituire alla popolazione alcune libertà cancellate dai talebani fino al 2001, a partire dai diritti delle donne per finire con le attività ludiche, è altrettanto vero che nelle zone rurali sono rimaste in piedi comunità androcratiche e frammentarie che, ragionando con logiche particolaristiche, hanno creato una realtà spezzettata priva di identità nazionale in un cui non si è mai davvero realizzata un’osmosi tra Stato centrale e società locale. In un contesto di endemica debolezza del Governo centrale afghano, per i talebani è stato semplice inserirsi nella segmentazione interna del Paese e prenderne il controllo.
Oggi che il destino sembra aver fatto un passo indietro di vent’anni, tornando ai tempi precedenti all’operazione Enduring Freedom che spodestò i talebani nel lontano 2001, raccontare il “mio” Afghanistan è ancora più difficile e doloroso. Ma se l’indifferenza non servirebbe ad anestetizzare il dolore, è giusto aprire le porte al ricordo e alla riflessione. I talebani promettono una transizione moderata con un piano di governo, più strutturato e meno semplicistico rispetto a quello del 1996, che prevede ritorno alla Sharia, alla pace e un maggiore coinvolgimento delle donne nella società.

Hanno inoltre annunciato un’amnistia generale e fatto espressa richiesta di riconoscimento alla Comunità internazionale. Nel frattempo, dietro la diplomazia di facciata della capitale Kabul, si spara e si uccide a Jalalabad e nel resto del Paese si registrano violenze e perquisizioni, si stilano liste dei collaboratori occidentali e i matrimoni combinati tornano a essere una triste consuetudine. Eppure, ai tempi nella mia visita e ancora prima, tutto era ben distante da quella società idealizzata e nostalgica di cui oggi si scrive sui giornali. Non c’è mai stata una cesura netta con il passato e, seppure con spiragli di libertà apprezzabili e talvolta evidenti, l’ingombro delle differenze di genere, per quanto fortemente mitigato, è stato da sempre un freno al reale sviluppo dell’Afghanistan. Dalle grandi città ai piccoli centri, tutto è stato sempre scandito, con ossessiva regolarità, dai ritmi dell’Islam, una religione che abbraccia la stragrande maggioranza della popolazione afghana, in un processo di continua e difficoltosa rinegoziazione con le spinte modernizzatrici di una società che cerca di restare al passo con il resto del mondo senza snaturare la propria identità.

La verità è che processo di modernizzazione e democratizzazione del Paese, negli ultimi vent’anni, ha fatto fatica ad avviarsi, caduto nelle sabbie mobili della frammentazione etnica e di una complessa ricostruzione di un’identità nazionale che ha visto, nelle aree più tribali e rurali, la sopravvivenza di consuetudini patriarcali incentrate sull’onore e giudicate da istituzioni tradizionali al di fuori del sistema giudiziario ufficiale. Tuttavia i segnali erano incoraggianti: le donne stavano tornando a lavorare fuori casa, venivano coinvolte in molteplici percorsi di formazione professionale e di studio e cominciavano a essere protagoniste attive nella vita politica del Paese. Ascoltando i molti racconti delle persone che ho incontrato lungo il mio cammino, sembravano lontani i tempi della dittatura talebana in cui si cercava di rendere invisibile metà della popolazione, vietando alle donne tutto quello che potesse indurre in tentazione gli uomini, distraendoli dall’obbedienza a Dio: ridere, camminare in fretta, far sentire la propria voce, laccarsi le unghie, usare colori vivaci. La voglia di riscatto ed emancipazione di un popolo da sempre crocevia dell’Asia stava lentamente assumendo contorni definiti e di prospettiva.

In questi giorni di attesa, in cui sono in costante contatto con i miei fratelli afghani che da giorni sono chiusi in casa in città deserte dove i miliziani imperversano impunemente, auspico la creazione di corridoi umanitari privilegiati per donne, bambini e per tutti quelli che hanno collaborato, nel corso degli ultimi vent’anni, alla creazione di una nazione che, nel sacro rispetto dei propri orizzonti religiosi e culturali potesse garantire a tutti i diritti, le libertà e le prospettive di vita che noi, in Occidente, diamo ormai per scontate. E, allo stesso modo, auspico che Napoli possa dare ancora una volta prova del suo grande cuore e accogliere chi tenta disperatamente di mettersi alle spalle un passato fatto di fanatismo e intolleranza.

L’articolo Io, napoletano in Afghanistan, vi racconto il dramma di un popolo schiacciato da fanatismo e intolleranza proviene da Il Riformista.