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Berlusconi-Salvini, un accrocchio conveniente per entrambi

Oggi Berlusconi riceve Matteo Salvini in Sardegna, nella sua splendida dimora in cui il leader leghista farà ingresso per la prima volta in compagnia della fidanzata Francesca Verdini. Forse anche per la giovane Francesca si tratterà di un debutto a villa Certosa: lei è figlia dell’ex plenipotenziario berlusconiano Denis Verdini, che però ha sempre tenuto la sua bellissima famiglia lontano dai riflettori e dai santuari politici.

Quella di oggi non è una gita di fine estate: Berlusconi e Salvini getteranno le basi non di una generica federazione, ma di un progetto di liste comuni tra Forza Italia e Lega. I giornali oggi già ne parlano, informati dai soliti bene informati. Tralasciamo i motivi per cui i due leader giudicano conveniente l’accrocchio: Salvini ha sul collo il fiato della Meloni, ne avverte la crescita col naso infallibile del ragazzo cresciuto a pane e politica. Corre ai ripari, acquisisce tutte le ditte minori per contenere l’imprevista concorrente: Forza Italia è solo il pezzo forte di una collezione di sigle più vasta, che comprende già tutti i cespugli del centrodestra, da tempo autonomamente saltati sul carro del presunto vincitore leghista.

L’interesse di Berlusconi è evidente: entra nella partita del Quirinale, intruppato nel primo gruppo parlamentare per consistenza, e diviene -in condominio con Salvini – il player della elezione del nuovo Capo dello Stato (con la possibilità non velleitaria di varcare egli stesso la soglia dell’antico palazzo dei Papi, nonostante le ottantacinque primavere, o proprio grazie a quelle – chissà quanti Papi entrarono in quel palazzo favoriti dalla loro età e fragilità).

A ciò si aggiunga un’altra considerazione che il realista Berlusconi avrà fatto: Forza Italia è ai minimi storici, e non vale la pena di contarla alle elezioni politiche contro il mondo intero, senza nemmeno una piattaforma social competitiva con bestie e bestiacce di leader nativi digitali. E’ la realpolitik, bellezza, e a Silvio non è mai mancata.

Le cronache odierne narrano anche di mal di pancia in Forza Italia. Passeranno. Non passerà invece una triste considerazione: ai nastri di partenza delle prossime elezioni non si profilano prodigiose novità, ma i partiti del 1993 risorti e tirati a lucido. Sissignori, i partiti del 1993: prima della discesa in campo di Silvio, la riva destra si divideva tra Lega e Alleanza Nazionale, e quella sinistra tra Pds e cespugli giustizialisti nati dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli. Anche oggi troviamo a destra Lega e Fdi e a sinistra Pd e Cinquestelle.

Tutto sembra nuovo e invece un perfido gioco dell’oca porta l’Italia politica indietro di ventisette anni, a un attimo primo che il genio sregolato di un imprenditore visionario scompaginasse i piani dei capi di allora.

Oggi sembra che Berlusconi si arrenda al ritorno al passato, come se la sua rivoluzione non ci fosse stata, e ci restasse -come nel 1993- solo la scelta di farci leghisti, post missini o partigiani di una improbabile resistenza delle sinistre.

Eppure, dopo il 1993 venne il 1994 e qualcosa di imprevisto può succedere ancora oggi. La politica procede spesso per fatti emotivi piuttosto che per andamento razionale. Può anche avvenire che il paese profondo reagisca al ritorno al passato e produca una novità destabilizzante. Come amava ripetere Marcello Dell’Utri, citando Montale: “La sola speranza è l’imprevisto”. Magari succede e in quel caso la riunione sarda di oggi la ricorderemo solo come una gita, sicuramente felice per i simpatici protagonisti.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia