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Alle radici del fallimento occidentale in Afghanistan

Afghan nationals arrive into Pakistan after crossing the Pakistan-Afghanistan border crossing point in Chaman on August 20, 2021. (Photo by - / AFP) (Photo by -/AFP via Getty Images)

Vent’anni fa, quando l’esercito degli Stati Uniti prima e quelli della NATO a partire dal 2005 avevano liberato l’Afghanistan dalla morsa dei Talebani, si era aperta nel paese un’importante finestra di opportunità. La società afgana, stremata da anni di rigori talebani seguiti ad altri anni di sofferenze causate dalle interminabili lotte di potere tribale, si dimostrò sinceramente interessata a voltare pagina. La prospettiva di una ricostruzione politica ed economica del paese avrebbe potuto permettere una graduale trasformazione sociale, una stabilità su cui offrire incentivi difficilmente barattabili e, non ultimo, la garanzia di una svolta sul piano della sicurezza.

In questo contesto, l’Afghanistan post-invasione del 2001 era caratterizzato da condizioni di sicurezza ancora accettabili, da una generalmente diffusa apertura verso la possibilità di una cooperazione con gli stranieri – soprattutto da parte delle società urbane – e più in generale da un clima di moderata euforia che faceva sperare nella possibilità di una svolta capace di cancellare tanto il rischio del ritorno dei Talebani quanto quello dei signori della guerra.

Le opportunità di questa finestra temporale post-invasione non vennero colte. Esaurita – con grande successo – la fase militare dell’intervento, e spediti a Guantanamo tanto i vertici Talebani quanto quelli di Al Qaeda sopravvissuti all’operazione militare, la pianificazione post-conflitto per l’Afghanistan passò alle cancellerie dei paesi che avevano sostenuto gli USA e la NATO nella cacciata dei Talebani. E qui ebbe avvio la fase critica.

Fu chiaro sin dapprincipio che un progetto per l’Afghanistan non c’era e, cosa ben più grave, non risultava essere una priorità la sua definizione. Un paradosso, a fronte della contestuale volontà di mantenervi la presenza delle truppe, anche ad operazione compiuta.

In tal modo, l’Afghanistan post-Talebano iniziò ad assumere quella fisionomia che lo avrebbe gradualmente portato ad un nuovo collasso.

Attraverso la parvenza di un processo politico costruito sul pluralismo, ma anche sul rispetto dei tradizionali costumi locali, il vertice istituzionale del paese cadde ben presto preda degli interessi predatori del sistema tribale ed etnico, consegnandolo per oltre un decennio nelle mani di Hamid Karzai.

Questi, esponente politico di dubbia fama, era noto soprattutto per l’aver sostenuto e l’essersi alleato praticamente con ogni fazione dell’eterogeneo tessuto politico afgano, e ancora più famoso per averle poi sistematicamente tradite tutte, nella ricerca di un beneficio esclusivamente personale. Collettore di un articolato sistema di corruzione e malgoverno, Karzai costruì in breve tempo la sua sfera di alleanze soprattutto nella capitale Kabul, riuscendo a farsi eleggere nel 2004 come primo presidente dell’Afghanistan.

Il primo, grande errore della comunità internazionale fu proprio questo. Permettere attraverso il contesto legittimante ed apparentemente pluralista della Loya Jirga l’affermazione di un gruppo di potere in realtà molto circoscritto, espresso dalle trame di interessi manipolate da Karzai e che hanno dato vita ad un sistema clientelare che lo ha poi sostenuto sino a farlo diventare presidente.

Elezioni libere sulla carta, quindi.

Avendo ben compreso come americani ed europei fossero in piena isteria islamofobica, Karzai offrì su un piatto d’argento agli occidentali quello che questi si aspettavano, sotto forma di un governo etichettabile come “moderato”, blandamente condizionato da fattori religiosi e fintamente rappresentativo degli interessi dell’articolata società afgana.

Si trattava, al contrario, di un sistema di equilibri clientelari funzionali primariamente a Karzai, in alcun modo capace di rappresentare gli interessi afgani e, soprattutto, fortemente limitato territorialmente alla sola capitale. Condizione che ben presto costò al presidente Karzai l’appellativo ironico di “Sindaco di Kabul”.

Al primo, gigantesco, errore dell’aver sostenuto un’evoluzione politica così controversa e così poco rappresentativa, tuttavia, si aggiunse quello parimenti grave della più totale mancanza di un progetto di ricostruzione economica del paese.

Martoriato da decenni di conflitti, l’Afghanistan aveva vista distrutta nel corso del tempo la sua già fragile economia, con lo sviluppo di una diffusa matrice dell’illecito alimentata dalla coltivazione dell’oppio, dai traffici criminali e dall’economia della sussistenza generata dagli aiuti umanitari.

La logica, quindi, avrebbe imposto alla coalizione internazionale l’adozione di una ragionata strategia di ricostruzione dell’economia locale, creando i presupposti per un consolidamento capace di offrire in misura crescente incentivi di sostegno allo sviluppo e alla stabilità da parte della popolazione.

In vent’anni di tempo si sarebbe potuto e dovuto creare una classe dirigente politica, amministrativa ed economica del paese, sviluppando l’economia attraverso interventi pilotati prima dall’esterno e poi gradualmente trasferiti agli afgani.

In sintesi, per auspicare il sostegno della società afgana al progetto di ricostruzione occidentale sarebbe stato necessario adottare strumenti destinati a soddisfare i bisogni primari della popolazione, e quindi garantire lavoro, istruzione, sanità e anche, certamente, sicurezza. Al contrario, tuttavia, l’elemento securitario è ben presto diventato preminente, secondo il mantra del “non c’è stabilità senza sicurezza”, che ha lentamente avvitato il ruolo deli Stati Uniti e degli europei intorno alla gestione di una colossale, quanto fallimentare, missione militare di durata ventennale.

Nessun reale progetto di ristrutturazione dell’economia afgana ha realmente preso piede, con la complicità delle locali istituzioni democraticamente elette, che sull’economia della sussistenza umanitaria, del conflitto e del torbido ha potuto in tal modo ingrossare i patrimoni di una ristretta cerchia di facoltosi faccendieri. Una corruzione fuori controllo, peraltro, è stata ignorata, avallata e taciuta.

Per quanto gli ultimi vent’anni abbiano portato certamente benefici sul piano sociale, soprattutto nella condizione della donna, questi successi non sono certo stati in grado di democratizzare il paese e renderlo più libero e moderno. La mancanza di un piano di strutturazione economica ha lasciato il paese in mano a predatori legittimati dalla stessa comunità internazionale, che hanno frustrato qualsiasi ambizione democratica e pluralista della società afgana.

La narrativa occidentale della trasformazione dell’Afghanistan è stata mendace, costruita ad uso e consumo delle nostre società e del tutto estranea, al contrario, dalla società afgana. Che, infatti, in queste ultime drammatiche fasi non ha opposto alcuna resistenza all’inarrestabile avanzata dei Talebani e, soprattutto, si è rifiutata di prendere le armi e rischiare la vita in nome della protezione di quel sistema di malgoverno, corruzione e ipocrisia che per vent’anni gli occidentali hanno spacciato come espressione del cambiamento democratico.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia