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A 80 anni dal suicidio di Marina Cvetaeva, grande poetessa perseguitata

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Ricorrono in questi giorni gli ottant’anni del suicidio di Marina Cvetaeva, la grande poetessa russa che il pubblico italiano conosce grazie all’impegno di Serena Vitale e di cui l’editore Voland ha appena pubblicato “Ultimi versi. 1938-1941”. Perciò andrebbe ricordata la sconvolgente persecuzione patita dalla Cvetaeva. Emigrata dopo la Rivoluzione del ’17 prima a Praga, poi a Parigi, non si sentì mai a suo agio nel mondo ignorante degli emigrati russi.

Elsa Morante volle citare come epigrafe della sua “Storia” i versi in cui la Cvetaeva si definiva “dismisura in un mondo di misure”. E in effetti mai c’è stata misura nella sua vita. Una figlia era morta di stenti in un brefotrofio prima ancora della Rivoluzione. Suo marito Sergej Efron, che aveva combattuto nell’Armata Bianca anti-bolscevica, nell’esilio parigino divenne una spia dei sovietici e fu costretto a tornare in Russia, dove, considerando i tempi “carnivori” dello strapotere comunista, come li aveva definiti Anna Achmatova, venne fucilato. Sua figlia Ariadna fu arrestata nel 1939 per trascorrere poi sedici anni nel Gulag.

Disperata e sola, Marina Cvetaeva decise di far rientro anche lei a Mosca, ma venne bandita dal consesso civile, e se non morì di fame fu grazie alle poche traduzioni che l’amico Pasternak era riuscito a rimediarle. Guadagnava qualcosa come lavapiatti, ma la cacciarono anche dalla mensa dove lavorava. “Cerco con gli occhi un gancio e non lo trovo”, scrisse. Trovò però nel 1941, esattamente ottant’anni fa, un chiodo per impiccarsi, in una casa che si trovava nella via intestata ad Andrej Zdanov, il capo dei persecutori sicari di Stalin. Serena Vitale ha scritto che la vita della Cvetaeva è stata come “se una regia spietata avesse concentrato in un a sola esistenza tutto il peso, l’eccesso di disastri, dolori” di cui il destino è capace. La regia spietata non prevedeva il lieto fine.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia