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“Sul fine vita tutti devono essere uguali, ecco perché il referendum”

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“Bisogna andare oltre la sentenza della Consulta sul caso di Dj Fabo per rimuovere le discriminazioni che restano e garantire l’eguaglianza di tutti i cittadini sul fine vita. Un referendum non è una passeggiata e noi ci siamo consultati con giuristi ed esperti”. Filomena Gallo, avvocato e segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni spiega perché il loro quesito – su cui hanno superato le 500mila firme – punta a modificare il regime penale dell’eutanasia e non quello del suicidio assistito, oggetto invece di una proposta di legge all’esame del Parlamento: “Non ci sono rischi di depenalizzare tutti i casi di omicidio del consenziente, chi ci accusa ha torto”.

Avvocato, il mondo cattolico è in allarme, il Vaticano parla addirittura di “eugenetica”. Perché raccogliere le firme per modificare l’articolo 579 del codice penale sull’eutanasia anziché rimanere nell’ambito del suicidio assistito, come ha fatto la Corte Costituzionale? C’era proprio bisogno di farlo?

E’ una domanda pertinente. Per rispondere, bisogna partire dalla fotografia dell’ordinamento vigente. Dal 2018 è in vigore la legge sulle Dat, che consente alle persone di decidere di rifiutare o sospendere trattamenti di sostegno vitale, compresa l’alimentazione artificiale. E, per quanto poco nota, c’è una legge che regola il ricorso a cure palliative e sedazione profonda. In questo contesto si inserisce la sentenza della Corte Costituzionale del novembre 2019 di incostituzionalità di una parte dell’art. 580 c.p., originata dalla disobbedienza civile di Marco Cappato e poi Mina Welby, che in relazione a un caso specifico ha identificato i requisiti che rendono non punibile il suicidio assistito. La Consulta ha poi attribuito allo Stato, attraverso il servizio sanitario nazionale, la verifica della loro sussistenza, con un percorso importante di tutela dei soggetti deboli o che non vogliono né possono decidere.

Questi requisiti – una volontà ferma, lucida e consapevole; una patologia irreversibile; uno stato di sofferenza fisica e psichica insopportabile; l’essere mantenuti in vita da trattamenti di sostegno vitale (macchinari o farmaci); l’aver sperimentato (o rifiutato) un percorso di cure palliative – sono ormai applicabili era omnes. Perché è necessario andare oltre?

Bisogna andare oltre perché è necessario garantire l’eguaglianza costituzionale di tutti i cittadini sui diritti nel fine vita. Un referendum non è una passeggiata. Nell’ipotizzare un quesito si deve evitare di creare vuoti normativi Guardi, noi ci battiamo per la cura e l’assistenza delle persone, per evitare che i malati incontrino un percorso a ostacoli, affinché nessuno sia in situazioni di abbandono terapeutico e di mancata assistenza. E dopo esserci consultati con giuristi ed esperti abbiamo concluso che servono margini di intervento ulteriori rispetto all’attuale depenalizzazione dell’aiuto al suicidio operata dalla Consulta.

Il regime del suicidio assistito prevede che ci si possa togliere la vita con atto autonomo in contesto medicalizzato. Quali sono le fattispecie che rimangono escluse?

Le persone completamente immobilizzate che non possono assumere da sole il farmaco, azionare con la bocca un pulsante o deglutire un bicchiere d’acqua. Oggi il medico può aiutare con la prescrizione ma non con un intervento diretto. In questo senso c’è una discriminazione da eliminare: se il medico agisce, si configura l’eutanasia punibile sotto la fattispecie di omicidio del consenziente. Ecco perché chiediamo di abrogare solo parzialmente l’articolo 579 del codice penale lasciando tutte le tutele per chi non può o non vuole decidere, al riparo da ogni forma di abuso e di illegalità.

Ne è sicura? Non si rischia di depenalizzare una casistica troppo ampia di omicidio del consenziente? Magari i tanti casi di omicidio-suicidio all’interno di coppie?

Questo pericolo non c’è perché la depenalizzazione dovrà tenere conto dell’ordinamento vigente e delle condizioni poste dalla sentenza della Corte Costituzionale. E nei casi dubbi interverrà la magistratura. Non è nostro intento legalizzare qualsiasi ipotesi di omicidio del consenziente e comunque non sarebbe possibile. Le accuse in questo senso che ci vengono rivolte sono infondate.

E viceversa, non teme un effetto boomerang, per cui tutti i casi in cui non si riesca a dimostrare l’attualità del consenso ricadano nella più grave accusa di omicidio volontario?

Ripeto che il consenso verificato è il principio cardine per poter agire alla luce del nuovo articolo 579 c.p. come uscirebbe dal referendum. Questo è il nostro percorso.

Se il referendum passasse, essendo solo abrogativo, servirebbe comunque un intervento legislativo. Non teme, vista la probabilità che il prossimo Parlamento sia a maggioranza di centrodestra, di norme ancora più restrittive?

La volontà referendaria non può poi essere modificata. Dunque non potrà esserci una norma che riporta allo stato precedente o restringe l’ambito di libertà. L’unico pericolo sarebbe una modifica della Costituzione in senso restrittivo.

In Parlamento è in discussione una proposta di legge su “disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”. C’è la possibilità che i due percorsi si incrocino?

Quel testo base trasforma la sentenza della Consulta in legge senza fare nessun passo avanti. Da quel contesto rimangono esclusi ad esempio i malati terminali di cancro che non sono sottoposti ancora a trattamenti di sostegno vitale. Noi chiediamo invece che quel requisito sia eventuale e non fondamentale. L’esistenza di un dibattito parlamentare è un buon segno, ma bisogna tutelare il principio di eguaglianza e rimuovere le discriminazioni in un ambito che riguarda tutti. Le vicende di Eluana Englaro, Welby, DJ Fabo, sono entrate nelle case degli italiani facendo capire che la morte fa parte della vita. E che il diritto alle cure e la libertà di scelta non sono affatto percorsi contrapposti.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia