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“Nell’inferno della carceri lo Stato si comporta da criminale”, intervista a Rita Bernardini

DiRed Viper News Manager

Ago 19, 2021

Rita Bernardini, Presidente di Nessuno Tocchi Caino e Consigliere generale del Partito Radicale, in questi giorni è impegnata, come ogni anno da anni, con le visite in alcuni istituti di pena del sud Italia (Siracusa, Vibo Valentia, Catanzaro) e anche nella raccolta firme per i referendum “Giustizia Giusta” e “Eutanasia Legale”.

Ci stiamo lamentando da settimane per il forte caldo ma abbiamo strumenti e vie di fuga per trovare refrigerio. Invece che succede in carcere?
In tre giornate ci siamo fatti quasi un giorno di galera perché, come sempre, le nostre visite non si limitano a un passaggio veloce ma puntano alla conoscenza vera e approfondita delle condizioni di detenzione che, a nostro avviso, sono inscindibili dalle condizioni di lavoro delle varie professionalità che in carcere prestano la propria opera. Ecco, se parliamo di caldo, le nostre 20 ore divise in tre giornate ci hanno letteralmente sfiancato. Io, in diversi momenti, ho pensato di collassare, figuratevi chi il caldo se lo sorbisce tutto di giorno e di notte in celle roventi. Forse tanti cittadini non lo sanno ma in molte carceri manca l’acqua per lavarsi e per bere e non ci sono ventilatori e condizionatori. A questo si aggiunge che in molte celle sono stipati più detenuti di quanto dovrebbero esserci e quindi la qualità di vita è davvero poco dignitosa.

Grazie a Lei, il Dap ha emanato il 30 giugno una circolare avente ad oggetto: “Avvento della stagione estiva. Tutela della salute e della vita delle persone detenute ed internate”. È stata applicata?
Cinque giorni fa ho scritto al Presidente del Dap Bernardo Petralia denunciando che le lodevoli note sul caldo e sulla ripresa dei colloqui in presenza sono totalmente disattese. Che senso ha emanare circolari che poi non sono rispettate? Ogni carcere è una repubblica a sé, le uniche circolari che sono applicate sono quelle repressive, quelle che rendono ancora più invivibile la vita detentiva. La nota prevedeva che l’ora d’aria fosse spostata in orari meno caldi: niente da fare, dappertutto l’orario è rimasto quello di sempre, dalle 13 alle 15, quando il sole è a picco. Lo sa perché? Perché non ci sono agenti a sufficienza! Alle 16 in tutte le carceri italiane non c’è più nessuno del personale, tranne qualche sporadico agente. Quel poco che si muove di giorno si ferma: tutti chiusi in cella aspettando che passino le 15 ore che li porteranno alle 7 del mattino.

Che altro diceva la circolare?
Prevedeva anche l’apertura delle aree verdi per i colloqui con i bambini. Ecco a Torino, che ho visitato il 2 agosto, l’area verde c’è ma non è stata mai aperta, lo stesso a Siracusa per mancanza di agenti; a Vibo è disponibile solo una volta al mese, mentre a Catanzaro è fruibile solo dai detenuti della media sicurezza, come se i figli di quelli in Alta Sicurezza fossero figli di un Dio minore. I punti doccia nei passeggi, che pure eravamo riusciti ad ottenere quando al Dap c’era Santi Consolo, non ci sono. La possibilità di avere frigoriferi e ventilatori in cella, seppure prevista, non è possibile perché l’energia elettrica non sopporterebbe il carico. L’unica cosa che circola un po’ sono i ventilatori cinesi, che però richiedono una spesa di pile non indifferente. A questo quadro deprimente c’è da aggiungere la forte carenza idrica. A Vibo e Catanzaro l’acqua è razionata. A Vibo, in particolare, dal rubinetto esce acqua marrone così che la direzione regala due litri di acqua minerale ad ogni detenuto che però con l’acqua immonda che esce dai rubinetti deve farsi la doccia e cucinare gli spaghetti.

Qual è dunque il bilancio delle visite?
Disastroso. Ho trovato direttori e comandanti eccellenti costretti a fare i conti con risorse, sia umane che materiali, risibili. Come ripete spesso Sergio D’Elia, è assurdo andare alla ricerca del carcere migliore; occorre, invece, concepire qualcosa di meglio del carcere. Le risorse del carcere finalizzate al trattamento dei detenuti per la loro rieducazione sono state nel corso degli anni via via spolpate. Alle Vallette di Torino fino a pochi anni fa c’era un direttore con 8 vicedirettori per gestire un carcere di oltre 1.300 detenuti. Oggi la direttrice è rimasta da sola. La stessa cosa è accaduta a Catanzaro-Siano: sono spariti i due vicedirettori e la direttrice è da sola. Per non parlare delle decine di istituti penitenziari che non hanno un direttore titolare. Gli agenti della Polizia Penitenziaria effettivamente assegnati nei 189 istituti penitenziari sono in tutto 32.225 a fronte di un organico previsto di 41.595 unità. La carenza di agenti determina una riduzione delle attività trattamentali che richiedono organizzazione e controlli. Vero è che in tutto il periodo della pandemia le attività di studio, lavoro, sport e cultura si sono pressoché azzerate, riducendo la vita in carcere alla poco rieducativa condizione di branda-tv-ora d’aria. Ma ora occorre riprendere!

La carenza di personale quali altri settori tocca?
Il dato degli educatori è letteralmente scandaloso: abbiamo 722 educatori effettivamente assegnati a fronte di una pianta organica già indegnamente carente che ne prevede solo 999. Ci sono decine di istituti dove 1 educatore ha in carico più di 100 detenuti, con i casi clamorosi di Busto Arsizio (382), Foggia (170), Bari e Regina Coeli (148), Sollicciano (162), Treviso (195), Poggioreale (171), Melfi (151), Castrovillari (159), Taranto (160), Santa Maria Capua Vetere (192), Sulmona (181), Siracusa (149), Velletri (228), Lucera (149), Rebibbia Nuovo Complesso (156). Situazioni analoghe di spaventose carenze di personale riguardano assistenti sociali, mediatori culturali, psicologi. Se a questa fotografia aggiungiamo le menomate dotazioni della magistratura di sorveglianza e la totale inefficienza dell’area sanitaria, chiunque comprenderebbe la débâcle del sistema, incapace di assicurare una pena legale. Dobbiamo ripetere, perché è plasticamente vero, quel che affermava Pannella: abbiamo una Stato che si comporta peggio dei peggiori criminali che incarcera. A volte ci prendono letteralmente per il culo come se avessimo tutti l’anello al naso. Vuole un esempio emblematico? Il Dap spedisce decine di detenuti a Catanzaro perché in quel carcere c’è il Sai, Servizio di assistenza intensificata. I posti nel Sai sono 24, ma i detenuti tradotti da mezza Italia a Catanzaro sono un’ottantina; detenuti che se ne stanno belli belli in sezione (per di più lontani centinaia di chilometri dalla famiglia) senza ricevere le cure per cui sono stati trasferiti. Clamoroso è il caso della piscina. Già perché quello di Siano è l’unico istituto d’Italia dotato di piscina per l’idrochinesiterapia. Così se a un detenuto di Pordenone gli viene prescritta l’idrochinesiterapia questo viene mandato a Catanzaro. Fantastico, solo che la piscina costruita anni fa non è mai entrata in funzione, neppure per un giorno. Noi l’abbiamo vista riempita a metà perché dopo vari lavori stanno verificando che non perda. Abbiamo tutti pensato che rospi e ranocchie farebbero festa a poter godere di quel fondale pieno di muschio.

I colloqui in carcere sono ripresi?
Sì, ma ci sono istituti che mettono il vetro divisorio anche se detenuti e familiari a colloquio sono tutti vaccinati o dotati di greenpass. Le videochiamate – che secondo la circolare avrebbero dovuto essere mantenute pur con la ripresa dei colloqui in presenza – sono rimaste solo come sostitutivo del colloquio visivo.

Dall’inizio dell’anno 34 suicidi in carcere. Qual è il suo pensiero su questo?
Nella situazione che ho descritto, disperazione, autolesionismo, suicidi sono all’ordine del giorno. Me lo disse tanti anni fa uno psichiatra del carcere di Padova: se io fossi sbattuto in una realtà come questa, la prima cosa alla quale penserei è il suicidio. Se il carcere non diviene l’extrema ratio come prevede la nostra Costituzione che parla di pene al plurale esaltandone la funzione rieducativa e socializzante, è impossibile uscire da questa pena di morte mascherata che sono i suicidi in carcere.

Che appello fare alla Ministra della Giustizia Marta Cartabia?
Occorre che convinca – sfidandoli – governo e parlamento a emanare subito leggi che ristorino la popolazione detenuta diminuendo il sovraffollamento che non si può proprio tollerare in epoca di pandemia e dopo ciò che hanno patito i carcerati per un anno e mezzo. Si può immediatamente ripristinare la liberazione anticipata speciale di 75 giorni ogni semestre (anziché 45) come fu fatto all’epoca della sentenza Torreggiani. È la proposta che il Partito Radicale e Nessuno Tocchi Caino ha potuto presentare grazie al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Proprio su questa proposta è in corso un’iniziativa nonviolenta delle detenute di Torino.

Che bilancio fare dei referendum promossi dal Partito Radicale e dalla Lega sul versante giustizia, e dall’Associazione Coscioni per la legalizzazione dell’eutanasia? Cosa ha percepito nelle persone che venivano a firmare?
Il bilancio è positivo e voglio pubblicamente ringraziare la Lega di Salvini che si è fatta coinvolgere dal Partito Radicale. Ho riscontrato la convinzione diffusa che solo attraverso l’opzione referendaria è possibile cominciare a riformare l’incancrenito sistema giudiziario italiano. E anche che una buona fetta della popolazione è stata ferita dal malfunzionamento della giustizia. Se sui referendum riguardanti la giustizia i cittadini di tutte le età chiedono più informazioni sui quesiti, sull’eutanasia vengono sparati al tavolo chiedendo di firmare: sono soprattutto giovanissimi colpiti dai casi che sono venuti alla luce grazie alle disobbedienze civili di Marco Cappato.

L’articolo “Nell’inferno della carceri lo Stato si comporta da criminale”, intervista a Rita Bernardini proviene da Il Riformista.