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Le promesse rimangono tali, a Kabul la violenza continua

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Mentre Di Maio attende che i talebani compiano fatti, perché “bisogna giudicarli dalle loro azioni, non dalle parole”, in tutto l’Afghanistan e in particolare a Kabul continuano le violenze da parte dei fondamentalisti islamici. ”È importante agire in maniera coordinata nei confronti dei Talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole. Abbiamo a disposizione qualche leva, sia pur limitata, su di loro come l’isolamento dalla comunità internazionale e la prosecuzione dell’assistenza allo sviluppo fornita finora – ha affermato il ministro degli Esteri – Dobbiamo mantenere una posizione ferma sul rispetto dei diritti umani e delle libertà, e trasmettere messaggi chiari tutti insieme”.

Ma le azioni dei talebani sono già ben evidenti.

A Kabul lo scenario è di violenza e disperazione. Alcune donne afghane, impossibilitate ad entrare all’aeroporto di Kabul da dove partono i voli per evacuare stranieri e locali, hanno gettato i loro bambini oltre le barriere di filo spinato chiedendo ai soldati britannici di metterli in salvo. “È terribile, alcune gettavano i loro bambini ai militari chiedendo di prenderli, alcuni sono caduti sul filo spinato”, ha raccontato un funzionario afghano, aggiungendo che i soldati britannici sono molto provati. “Ieri notte piangevano tutti”, ha detto. In seguito alla notizia, è intervenuto il segretario alla Difesa britannico, Ben Wallace, il quale ha spiegato che “nessun bambino non accompagnato sarà portato fuori dall’Afghanistan” perché il governo “non può prendersi in carico un minore solo”.  Ma sono le stesse voci del popolo afghano a raccontare le violenze subite dai talebani, ma anche la paura e la disperazione. “Perché i soldati americani ci stanno dimenticando dopo tutto quello che abbiamo fatto, dopo tutti i sacrifici? Perché ci lasciano qui? Non voglio essere ucciso dai talebani. Ci taglieranno la testa se ci trovano. Aiutateci per favore”. Sono le drammatiche parole di un interprete afghano in un messaggio audio ricevuto dall’avvocata per i diritti umani, Kimberley Motley, e trasmesso dalla Cnn. L’emittente spiega che Abdul, il cui nome non viene riferito per intero per motivi di sicurezza, ha lavorato per 5 anni come interprete per le forze Usa in Afghanistan.

Silvia Redigolo, membro di Pangea – Onlus presente a Kabul dal 2003 – racconta che i talebani stanno passando “casa per casa” e che le donne che facevano parte del loro staff sono “barricate” nelle loro abitazioni. “Abbiamo a Kabul 20 ragazze afghane che facevano parte del nostro staff e che per 18 anni hanno lavorato per i diritti delle donne. In questo momento sono barricate in casa perché i talebani stanno girando casa per casa alla ricerca di persone che abbia collaborato con gli occidentali” spiega l’attivista. “Il nostro è un percorso di crescita a 360 gradi per le donne afghane, non è assistenziale o sanitario e per questo dà fastidio ai talebani. In questo momento rischiamo la vita ed è questo il motivo per cui l’altro giorno abbiamo dovuto bruciare tutti gli archivi, perché se i talebani trovano un nome di chi ha collaborato con gli occidentali vanno a colpo sicuro” aggiunge Redigolo. Anche un ex ufficiale di polizia afghano racconta che i talebani lo cercavano casa per casa. “Erano le 8 di un mattino qualsiasi quando il primo gruppo armato di talebani si è presentato dietro casa mia. Chiedevano di me, mi cercavano, mostravano le mie foto ai vicini di casa. Io ero un ufficiale di Polizia e lavoravo al ministero degli Interni, loro mi conoscevano. Il giorno dopo sono tornati in macchina, facevano domande su dove fossi, dove mi trovassi” spiega l’ufficiale. “A quel punto, avendo io studiato all’accademia militare di Modena, ho contattato l’ambasciata italiana per capire se potesse esserci la possibilità di essere evacuato” aggiunge. Ora l’ex ufficiale è in Italia con la sua famiglia. “Io ora sono in Italia con la mia famiglia, sto bene – dice – e spero che in Afghanistan la situazione cambi di nuovo. I talebani non sono cambiati, il loro atteggiamento verso il popolo, le donne, bambini e le scuole non è cambiato per niente. Fingono”.

Ma sono ancora tanti gli afghani accalcati ai cancelli dell’aeroporto di Kabul, in attesa di scappare dal Paese. E molti di loro non credono neanche più alla possibilità di essere evacuati. “Aiutateci, non c’è più tempo. Se non ci permetteranno di entrare nel campo moriremo. Sono due giorni che siamo qui, ma ogni ora è sempre più pericoloso. Ecco gli spari, ecco, li sentite? Le nostri mogli sono terrorizzate, non credono più nemmeno nell’evacuazione, nessuno viene a prenderci, il tempo passa e siamo accalcati dietro a un cancello chiuso. Intanto stanno finendo le scorte di cibo e di acqua, sono 48 ore che non dormiamo”. Sakhi è un ex collaboratore afghano. Racconta l’attesa verso la salvezza, accalcato insieme a decine e decine di uomini, donne e bambini anche neonati, lungo la recinzione dell’aeroporto di Kabul. Sono 6.000 le persone attualmente all’aeroporto, che hanno completato le procedure necessarie e in attesa di imbarcarsi. A riferirlo è stato il portavoce del dipartimento di Stato Ned Price, che ha aggiunto che gli Usa hanno “aumentato significativamente” il numero di cittadini americani, collaboratori locali e richiedenti il visto speciale di immigrazione candidabili alla partenza.
“Il dipartimento – ha aggiunto – continua inoltre a inviare altri dirigenti consolati per contribuire all’evacuazione, manderà team in Qatar e Kuwait e raddoppierà il loro numero a Kabul entro venerdì”.

Emergency fa sapere che la situazione a Kabul è in miglioramento, “ma la comunità internazionale non deve distogliere l’attenzione”, racconta Alberto Zanin, coordinatore medico dell’ong. Il Centro chirurgico per le vittime di guerra di Emergency nella capitale afghana nelle ultime 24 ore ha accolto sei persone a rischio di vita, 24 persone sono state curate dal pronto soccorso e due persone sono arrivate già morte. “In questo momento in città non si registrano combattimenti aperti, ma rimane alta la tensione all’interno dell’aeroporto: nel corso della mattinata abbiamo già ricevuto due pazienti con ferite da proiettile provenienti da lì” racconta Zanin nel comunicato dell’organizzazione. Nel Centro rimangono 14 posti liberi, ma l’ong fa sapere che la priorità di ammissione è riservata a donne e bambini. “Chiediamo comunque alla comunità internazionale di non abbassare l’attenzione su quello che sta accadendo in Afghanistan – prosegue il coordinatore – Il grande rischio è infatti che, con il calare dell’attenzione mediatica e politica, una serie di problemi legati all’avvento di questa nuova dirigenza cadano nell’oblio”.

Le violenze dei talebani proseguono anche fuori da Kabul. Nella mattinata l’organizzazione fondamentalista ha sparato contro la folla a Asadabad, durante le celebrazioni annuali dell’indipendenza del Paese. Il bilancio è di quattro vittime, anche se non è chiaro se i decessi siano stati provocati dai proiettili dei fondamentalisti o dal fuggi fuggi causato dagli spari. Un episodio simile è accaduto a Jalalabad (est dell’Afghanistan). Anche qui i fondamentalisti hanno sparato sulla folla che sventolava la bandiera nazionale in occasione delle celebrazioni dell’indipendenza del Paese. Lo riporta Al Jazeera, riferendo inoltre che a Khost (sud) i fondamentalisti hanno imposto il coprifuoco per impedire alla popolazione di protestare contro di loro. Almeno due persone, un uomo e un ragazzo, sono rimaste ferite. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia