• Dom. Ott 24th, 2021

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È ancora un grave errore ritenere inevitabile la vittoria talebana

Mullah Baradar Akhund, a senior official of the Taliban, makes a video statement, in a still image taken from a video recorded in an unidentified location and released on August 16, 2021. Social Media/via REUTERS THIS IMAGE HAS BEEN SUPPLIED BY A THIRD PARTY.

Il precipitoso ritiro statunitense e delle forze della Nato da Kabul segnerà in modo profondo e per lungo tempo le relazioni internazionali, i rapporti di forza, gli equilibri dell’Asia Centrale, con notevoli ripercussioni su scala globale. Le immagini iconiche di questi giorni dell’aeroporto di Kabul rimarranno impresse a lungo nelle nostre menti e nelle nostre coscienze. Ma prima di capire quale possibile strategia l’Occidente possa mettere in campo nell’area che incrocia il Grande Medio Oriente con lo scacchiere dell’Indo-Pacifico, conviene intanto riflettere sulle ragioni che ci hanno portato 20 anni fa ad impegnarci direttamente in Afghanistan.

Credo che tale riflessione preliminare sia utile anche pere rendere giustizia a quelle migliaia di donne di uomini, militari, cooperanti, medici, che hanno dedicato tempo, risorse ed energie per provare a “rimettere in piedi” un paese disastrato. Siamo andati in Afghanistan nel 2001 innanzitutto con un obiettivo preciso: sconfiggere Al Qaeda e contrastare il terrorismo jihadista, ben consapevoli però che l’operazione non sarebbe mai stata soltanto “militare”, ma che sarebbe stata accompagnata da una forte componente di cosiddetto “nation building”. E sinceramente non riesco veramente a capire la ratio delle negazione di tutto ciò nelle parole del presidente Joe Biden l’altra sera.

In Afghanistan abbiamo fatto eccome del “nation building”, o perlomeno ci abbiamo provato.

Nei lunghi vent’anni di presenza occidentale a Kabul e in tutto il paese, abbiamo sostenuto lo sviluppo dell’Afghanistan, difeso i diritti e le libertà fondamentali, promosso il modello dei “Provincial Reconstruction Team”, ad Herat come italiani e in tutto il resto del paese con le altre forze della coalizione, quel mix intelligente di azioni a sostegno della stabilità e della sicurezza, e per favorire lo sviluppo locale, abbiamo sostenuto le fragili istituzioni afghane azzerate dal primo dominio talebano: gli enti locali, il Parlamento, l’organizzazione minima e basilare del welfare.

L’Italia ha coordinato la riforma del sistema giudiziario, formando giudici, avvocati e ricostruendo tribunali e strutture della giustizia e, insieme agli alleati, abbiamo promosso mille iniziative di ricostruzione materiale del paese: nuove scuole, università, strutture sanitarie, infrastrutture stradali.

Milioni di bambine hanno ripreso ad andare a scuola, il 60% degli studenti delle università afghane sono ragazze e migliaia di donne hanno potuto lavorare nei giornali, nelle televisioni, negli ospedali, nelle uffici pubblici e privati di tutto il paese.

E queste donne oggi sono anche quelle che sfidano a viso aperto i talebani, scendendo in piazza per difendere i diritti che hanno conquistano in questi 20 anni, anche con il nostro aiuto e sostegno. L’assalto all’aeroporto di migliaia di civili testimonia con chiarezza il terrore di perderli quei diritti, e del rischio di tornare in breve tempo al medioevo talebano.

Leggo in queste ore di numerosi politici e commentatori che basculano fra l’entusiasmo per immaginari “talebani 2.0” che applicheranno la sharia con moderazione (sic.) e l’attacco ad un occidente arrogante, che si è meritato di perdere l’Afghanistan, in quanto “esportatore della democrazia” e pervaso da quel vecchio vizio “colonialista” e “imperialista” di voler imporre ad altri le nostre peculiari regole, leggi e usanze.

Credo che questa analisi non sia soltanto sbagliata, ma profondamente disonesta da un punto di vista intellettuale.

Ma cosa dovrebbe fare il mondo libero se non promuovere la democrazia e difendere i diritti umani fondamentali ovunque essi siano minacciati?

E, visto che molti di questi commentatori appartengono al mondo progressista, che cos’altro dovrebbe fare la sinistra se non battersi in modo programmatico contro le tirannie, lavorare per la far cadere le ultime dittature, sostenere con tenacia i dissidenti?

Sono profondamente convinto che promuovere la democrazia e globalizzare i diritti siano la migliore arma di protezione di massa per il mondo libero ed alla domanda se sia giusto o meno “esportare la democrazia”, rispondo senza esitazione di si.

In ogni momento e in ogni circostanza.

E mi colpisce il fatto che ciclicamente riemerga in una parte del pensiero politico e diplomatico occidentale quel mantra “relativista” che ritiene che il modello delle democrazie liberali non sia compatibile con le “millenarie tradizioni cinesi” o con “l’identità del mondo arabo”, in quanto popoli e culture che non hanno mai conosciuto diritti e democrazia e che anzi hanno sempre convissuto serenamente sotto i giogo di satrapi e autocrati.

Ma non è così: la democrazia è una forza potente che quando può dispiegarsi lo fa senza remore e limiti spazio-temporali e non c’entra nulla la geografia o l’eccezionalità antropologica.

I diritti fondamentali sono attrattivi per le culture più diverse e distanti fra loro.

La libera scelta, quando può essererealizzata, fa cadere i tiranni.

Tornando all’Afghanistan.

Nelle prossime ore sarà ancora prioritario realizzare quei corridoi umanitari per permettere a tutti coloro che hanno lavorato con l’Italia e con le forze della coalizione di essere tutelati dai rischi di vendetta dei talebani, ma fin d’ora è necessario iniziare a progettare anche una prospettiva politica per evitare che l’Afghanistan torni ad essere un fattore di instabilità globale.

Credo intanto che sia un grave errore ritenere inevitabile la vittoria talebana e la nascita del nuovo Emirato Islamico.

Vent’anni di libertà non sono pochi e non credo che gli afghani se la faranno portare via tanto facilmente: le proteste e gli scontri di queste ore a Jalalabad ed a Asadabad sono il primo indicatore di un paese che non sarà normalizzato in fretta.

E l’occidente ha oggi il dovere politico e morale di sostenere quanti in queste ore non vogliono rinunciare alle libertà conquistate.

Occorrerà iniziare dal Panshir, dove si stanno radunando i resti della vecchi Alleanza del Nord oggi guidata da Ahmad Massud, insieme a reparti militari dell’esercito afghano e il vice presidente dell’Afghanistan Amrullah Saleh.

Questi combattenti si meritano il nostro sostegno, politico e militare.

Va poi allargato lo sguardo al contesto regionale, per adottare una serie di scelte in grado di riaprire i giochi su scala regionale intanto per contrastare le azioni di Cina e Russia che da mesi stanno preparando a sostituirsi al ritiro occidentale come interlocutori politici primari del regime talebano.

Per Pechino, il regime talebano rappresenta un’opportunità unica per allargare e consolidare l’alleanza con il Pakistan che rappresenta oggi il principale, e quasi unico, alleato cinese in Asia. Il Corridoio Economico Cina-Pakistan è una delle direttrici principali della Nuova Via della Seta che unisce Pechino con porto di Gwadar e che permette alla Repubblica Popolare Cinese l’accesso al cuore dell’Oceano indiano.

Il Pakistan è il padre politico dell’insorgenza talebana e il definitivo ancoraggio dell’Afghanistan nella sfera politico cinese e pakistana, permetterebbe a Pechino di aumentare notevolmente la propria sfera d’influenza in Asia Centrale creando anche una continuità territoriale con il regime di Teheran.

Per la Cina l’Afghanistan rappresenta anche un’opportunità unica per ottenere diritti estrattivi nel sottosuolo afghano, a cominciare dalle riserve di Terre Rare.

Infine Pechino è pronta a riconoscere l’Emirato Islamico in cambio di un patto transazionale di reciproca “non ingerenza”: risorse per sviluppo e infrastrutture, ingresso dell’Afghanistan nella nuova Via della Seta, in cambio di un condiviso “silenzio” sui diritti umani della minoranza musulmana uigura.

I Talebani hanno già annunciato la loro disponibilità a questo scambio in occasione dell’incontro con il Ministro degli Esteri Wang Yi a Pechino soltanto due settimane fa.

La Russia dopo aver ricevuto per prima a Mosca la leadership talebana sta cercando di recuperare la propria influenza geo-politica in Asia centrale approfittando della debolezza occidentale e sarà uno dei primi paesi a riconoscere l’Emirato Islamico ed a intrattenerci normali relazioni diplomatiche.

La Russia non ha né gli strumenti, né la possibilità di promuovere un disegno ambizioso come quello cinese, ma sicuramente una sua presenza rafforzata in Afghanistan le permetterà di riconquistare diverse posizioni perdute soprattutto nei paesi dell’Ex Unione Sovietica a cominciare dal Tagikistan e dell’Uzbekistan.

In questo contesto l’occidente deve iniziar a mettere in cantiere una strategia di lungo periodo fondata sul rafforzamento e sull’integrazione dell’alleanza transatlantica con le democrazie di Asia e dell’Indo-Pacifico.

La priorità assoluta sarà quella di promuovere un upgrade delle relazioni politiche e diplomatiche con l’India.

L’India ha tutte le condizioni per diventare il nuovo pilastro su quale l’occidente potrà poggiare il proprio sistema di relazioni politiche in Asia e può diventare in breve tempo un partner strategico di primario livello politico, economico e militare, per tutto l’Occidente.

Il primo passo in tale direzione sarà l’upgrade del QUAD, il “Quadrilateral Security Dialogue” fra Usa, India, Giappone e Australia, che dovrà evolversi per diventare una vera e propria organizzazione politica e di sicurezza, in grado di contenere la Cina e contrapporre al modello autoritario della Via della Seta, un Indo-Pacifico libero, aperto, inclusivo e fondato su regole e rispetto dei diritti fondamentali.

Il Quad dovrà trasformarsi in un arco ragionevole di tempo in una “Nato d’oriente”, in grado di stabilizzare i rapporti politici, diplomatici e militari fra Usa, Europa e democrazie asiatiche.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia