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Cos’è un rave? Storia dei party liberi, nati negli anni ’80 e ancora vivi e vegeti

A Viterbo la festa è finita. Al sesto giorno di festeggiamenti abusivi, le forze dell’ordine sono intervenute per smantellare il rave che aveva attirato a Valentano migliaia di persone da tutta Europa. Ma cos’è esattamente un rave? I free party affondano le loro radici negli anni 80, manifestazioni musicali autogestite dove la musica batte a ritmo incalzante – principalmente tekno, techno, goa, acid house, jungle, drum & bass o psy-trance – tra le perfomance di artisti. La parola deriva dal verbo “to rave”, ovvero entusiasmarsi, andare in delirio.

Valentano – palcoscenico dell’ultimo evento italiano – è un paese di meno di 3 mila anime, contornato dalle vette degli Appennini. La scelta della location cade spesso su grandi spazi aperti, come campi, cave, boschi e foreste o all’interno di aree industriali abbandonate. Se nel viterbese il sipario è calato al sesto giorno, in generale la durata è variabile e può prolungarsi anche oltre la settimana, così come spegnersi nell’arco di una sola notte. Negli spazi che ospitano le manifestazioni, si affermano dinamiche diverse da quelle imposte dalle istanze economiche, amministrative e istituzionali che regolano la quotidianità. Per questo spesso non sono autorizzati e si accompagnano a svariati illeciti civili, amministrativi e penali.

“Organizzare feste in posti abbandonati era un modo di rendersi indipendenti dagli altri e allo stesso tempo era un atto politico” dice in un’intervista a Vice Pablito El Drito, autore del libro Rave In Italy, “Tutti avevamo letto TAZ, Zone Temporaneamente Autonome di Hakim Bey, una bibbia dell’underground che sosteneva che il modo più efficace di sfuggire al controllo sociale fosse l’appropriazione temporanea di spazi. Inoltre, andare a un rave era un modo di esplorare la città, di vedere periferie post-industriali in cui non saresti mai passato. A dire la verità a volte eri talmente fatto che ti perdevi e ti ritrovavi al luna park, ma avevi comunque la netta sensazione di vivere in una metropoli”.

Difficile identificare il primo rave party della storia. La figura dei ravers si lega agli anni ’80 e alla nascita della musica elettronica. A Chicago si cominciarono a sperimentare evoluzioni techno della vecchia musica soul e funk, alzando il livello dei bassi e aumentando i bpm. Location dei primi party sono state le fabbriche abbandonate delle metropoli statunitensi, per poi emigrare in Europa. Gran Bretagna, soprattutto, dove ha avuto luogo uno dei più famosi rave della storia, quello di Clink Street, nel 1988.

Da citare non c’è solo Clink Street. Sempre Inghilterra, 25 giugno 1989. In 12mila si sono ritrovati sulla pista di atterraggio a White Waltham, lasciando credere alle forze dell’ordine che si stava girando un nuovo video di Michael Jackson. I media parleranno dell’evento come una “nuova minaccia per la gioventù britannica”. E ancora: a Castlemorton nel maggio del ’92, in 50mila ballano per una settimana. Gli Spiral Tribe, sound system tekno, verranno arrestati, venendo poi assolti dopo due anni da quello che divenne un processo simbolo della generazione rave. Nel 1994 arrivò una “legge anti rave”

Di eventi simbolo storici ne ricorda diversi anche l’Italia, non solo l’ultimo di Valentano. Nel 9 giugno 1999 decine di migliaia di persone si sono ritrovate in Toscana. Nel 2007, in 50mila hanno ballato a Pinerolo, in provincia di Torino. Sempre in quell’anno, 10mila hanno scelto il Salento, Casalabte, per una festa durata due settimane. Siamo lontani dall’epoca d’oro, il rave sembra una moda e per molti non conserva più lo spirito di un tempo. Ma il rave non è ancora morto, anzi, dice in un’intervista Tobia D’onofrio –  autore del libro “Rave new world” – ”è vivo e vegeto”:

“Ci sono ancora rave bellissimi, non tutti ovviamente. Molti personaggi della vecchia guardia sono ormai impegnati lavorativamente nei festival di mezzo mondo. I giovani, invece, hanno sempre più sete di feste illegali. Purtroppo a volte è necessario spiegar loro che non dovrebbero postare i video del rave in diretta su facebook. L’avvento del digitale, oltretutto, ha stroncato il fiorente mercato di vinili e cassette autoprodotti. Un limite di molte feste odierne, forse, risiede nel fatto che il format, ormai collaudatissimo, sia una sorta di upgrade potenziato del classico teknival anni ’90. È un po’ come se non fosse rimasto molto altro da inventare e spesso manca l’aspetto performativo dirompente. Come se lo sguardo fosse comunque volto indietro a ricercare i momenti d’oro, anziché essere proiettato in avanti, a immaginare un nuovo futuro, un rave totalmente altro, folle e imprevedibile, come quando ancora questa controcultura non era stata decodificata”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia