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Archiviamo il concetto di egemonia globale, ma non lasciamo solo l’Afghanistan

KABUL, AFGHANISTAN -- AUGUST 17, 2021: A man cries as he watches fellow Afghans get wounded after Taliban fighters use guns fire, whips, sticks and sharp objects to maintain crowd control over thousands of Afghans who continue to wait outside the Kabul Airport for a way out, on airport road in Kabul, Afghanistan, Tuesday, Aug. 17, 2021. At least half dozen were wounded, within the hour of violent escalation, including a woman and her child. (MARCUS YAM / LOS ANGELES TIMES)

La guerra al terrorismo, iniziata dopo l’11 settembre, con l’invasione dell’Afghanistan è l’evento di politica internazionale più significativo e duraturo, dalla caduta del muro di Berlino. L’epilogo di questa missione, con il ritiro degli USA da Kabul, ci chiede di riflettere su cosa abbiamo fatto e su cosa dobbiamo fare da ora in poi. Nonostante Biden erediti una scelta di Trump, il fallimento dell’operazione è da addebitarsi a tutto l’Occidente e al nostro modo di concepire le relazioni internazionali dalla fine del bipolarismo ad oggi. Le lezioni più facili da imparare sono quelle sul cosa non dobbiamo fare più.

Le occupazioni militari sono troppo costose per i nostri tempi; se sopportiamo ancora l’enorme cifra spesa, non siamo più in grado di tollerare i caduti in ‘battaglia’ tra le nostre file. Ma ancora più importante è la considerazione che i modelli di organizzazione sociale e politica non si esportano. All’esercito più forte del mondo non sono bastati 20 anni per scardinare il modello islamista e tribale a cui fanno riferimento i talebani.

In politica internazionale dobbiamo archiviare il concetto di egemonia globale. Se per 300 anni è andata così non vuol dire che questa sia una regola eterna; la storia dell’umanità è molto più lunga. Questa accettazione non deve però diventare una ritirata isolazionista e sdegnata.

L’obiettivo di una Civiltà deve essere quello dell’influenza, ovvero del far convergere gli altri sulle proprie posizioni. Nel XXI secolo questo non si fa con occupazioni militari e cambi di regime. In Afghanistan abbiamo imparato le lezioni del passato ma stiamo reagendo al contrario di ogni logica.

Se è lecito non fidarsi delle promesse dell’Emirato islamico e se è sacrosanto fare di tutto affinché i più vulnerabili siano messi al sicuro, non è altrettanto intelligente la fuga generalizzata delle diplomazie occidentali. Questo è anzi il momento più importante affinché il nuovo stato afgano prenda una strada diversa da quella degli anni ’90.

Oggi non possiamo imporre nulla all’Afghanistan ma possiamo mettere tutto il nostro peso politico ed economico affinché vengano rispettati dei requisiti minimi: non turbare lo scenario internazionale ospitando frange terroristiche, non mettere a rischio la salute del pianeta con politiche scellerate, offrire a tutte e tutti la possibilità di cercare la felicità, di muoversi, di studiare e di avere acqua, cibo e un tetto sopra la testa. La democrazia, il velo, i diritti civili? Saranno battaglie degli afgani e delle afgane, se lo vorranno.

Le organizzazioni internazionali, la nostra diplomazia e le nostre imprese – assicurata la propria incolumità e agibilità – devono immediatamente tornare in campo. L’Afghanistan ha bisogno di investimenti e supporto. Se non lo facciamo noi, qualcun altro metterà Kabul sotto il proprio nume tutelare e promuoverà valori e standard differenti. Si pensi al ruolo della Turchia in Africa settentrionale e in Medio Oriente, o alla Cina in Africa Sub-sahariana.

L’Afghanistan è al cuore geografico del Vecchio Mondo, il blocco di terra ininterrotto su cui fioriscono Europa, Asia e Africa. L’Emirato islamico, che lo si riconosca o meno, esiste, controlla il territorio e ha una dose di legittimità popolare, ma allo stesso tempo resta uno dei pochissimi luoghi al mondo non integrati nel sistema politico-economico globale.

Al contrario però i suoi vicini sono tutte potenze rampanti nel nuovo scenario multipolare. A est Pakistan e Cina, a sud gli Emirati e gli interessi economici del Golfo, a ovest l’Iran e poi, più distanti ma non meno interessate, India, Russia e Turchia. Se l’Occidente abdicherà al suo ruolo, gli altri non si tireranno indietro e spingeranno l’Afghanistan nella direzione che loro preferiscono.

Non c’è tempo da perdere, l’Italia e l’Europa siano i primi a tornare a Kabul e a parlare con il nuovo governo per tutelare i più vulnerabili e per orientare lo sviluppo di un Paese che necessariamente avrà bisogno di supporto per evitare di tornar ad essere l’inferno in Terra.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia