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Altro che Parlamento, caro Letta la giustizia è dei cittadini: benedetta l’idea dei Radicali di collaborare con Salvini

DiRed Viper News Manager

Ago 19, 2021

Chi volesse toccare con mano la forza dirompente dell’iniziativa referendaria radicale, può andare a riascoltare, sul sito di Radio Radicale, i dibattiti tenuti durante i sei giorni di agosto trascorsi, in giro per la Calabria, con il Segretario nazionale del Partito Radicale, Maurizio Turco, per raccogliere le sottoscrizioni dei cittadini sui 6 quesiti per la Giustizia Giusta. Una esperienza davvero esaltante. Una partecipazione davvero significativa. Nonostante le prefiche dei molossi del Palazzo protesi ad additare l’iniziativa della Lega e del Partito Radicale come il frutto di diversi, seppure convergenti, populismi.

Nonostante il segretario del Pd, Enrico Letta, e tutto il suo stato maggiore si sforzino di dire che sulla giustizia la parola debba spettare al Parlamento, i cittadini pretendono di esercitare lo strumento principe della loro partecipazione attiva e del loro protagonismo al processo democratico. Il cittadino non intende, certo, farsi scippare dalle mani l’unico strumento con cui, chiedendo l’abrogazione in tutto o in parte di una legge, come dice l’art. 75 della Costituzione, diventa egli stesso legislatore, ponendo un limite agli abusi o alle inerzie del Parlamento, non poche di questi tempi.

Se poi il dissenso, rispetto alle indicazioni del vertice, proviene da larghi settori “dem”, allora capisci quanto sia da benedire la decisione corsara del Partito Radicale di chiedere a Matteo Salvini di sostenere i referendum sulla giustizia. Sei tappe, dal nord al sud della Calabria, che hanno fatto comprendere, ancor più, quanto la giustizia rappresenti, per dirla con Marco Pannella, davvero la principale questione sociale e, così, democratica del Paese.
Testimonianze toccanti di cittadini, amministratori, imprenditori che attraverso Radio Radicale hanno raccontato le loro tragiche esperienze.

A Siderno erano presenti numerosi amministratori comunali. Alcuni ancora in sella. Altri disarcionati da una applicazione indiscriminata della legge sugli scioglimenti dei comuni, fondata su informative o provvedimenti giudiziari spesso disattesi dalla verifica nel contraddittorio tra le parti. Tra questi, due ex sindaci di Marina di Gioiosa Ionica. Di uno, il prof. Rocco Femia, se ne sono occupati alcuni (non tutti) media nazionali nei mesi passati. Chi non ha avuto la possibilità di ascoltare la diretta, potrà risentirlo sul sito di Radio Radicale. Una testimonianza amara, ma ferma e combattiva, di un sindaco, sottratto ai suoi affetti, in nome dello Stato italiano, una notte di dieci anni fa, rinchiuso in varie carceri italiane – ovviamente distanti dalla sua terra – per oltre cinque anni (1826 giorni) in carcerazione preventiva (perché di cautela la misura detentiva oggi ne ha ben poco), per poi essere assolto da ogni addebito mafioso a distanza di dieci anni dall’arresto. Un uomo devastato personalmente, politicamente, affettivamente ed economicamente. E con lui la sua comunità travolta anche dall’immediato scioglimento comunale per infiltrazione mafiosa. E così il sindaco che gli è succeduto, dopo il periodo di commissariamento, anch’egli travolto dall’ennesimo scioglimento.

A Palmi registriamo la testimonianza di Domenico Forgione, già responsabile di circolo Pd, amministratore di minoranza, poi passato alla formazione di Piero Grasso, Articolo Uno. Arrestato sulla base di una conversazione intercettata. Trattenuto per ben sette mesi in carcere, in attesa che una banale perizia fonica, da subito invocata, dimostrasse come, in realtà, quella voce non fosse la sua. Davvero non riesco a comprendere come si possa continuare a far finta di niente. Come si possa continuare a dire, sapendo di mentire, “la riforma della giustizia la farà il Parlamento”. Sapendo che questo è il Parlamento che non ha mai discusso una proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere, presentata dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dal Partito Radicale nel 2018, sottoscritta da quasi 80mila cittadini. Lo stesso Parlamento che non riesce a istituire, benché approvata all’unanimità in Commissione, la giornata nazionale delle vittime della ingiustizia, nel nome di Enzo Tortora.

Se il segretario nazionale del Pd avesse lasciato la Versiliana e fosse venuto con noi, con il banchetto del Partito Radicale a raccogliere le firme dei 6 referendum per la Giustizia giusta, avrebbe avuto un’occasione storica e indimenticabile. Avrebbe toccato con mano, in un’epoca in cui il dibattito precongressuale è fuori moda, quanta distanza ci sia tra il vertice del suo Partito e una larga fetta di simpatizzanti e militanti disorientati dall’assenza di linea politica sul fronte giustizia salvo dichiararsi difensore dello status quo e degli assetti di potere della magistratura.
Ad Amantea, su un bellissimo lungomare, un intero circolo del Pd, con il suo segretario, la deputata Enza Bruno Bossio e diversi militanti animano un vivace e intenso dibattito. Ben diverso dal coro monotono e sterile del Nazareno. A Bova Marina, Mimmo Penna, sindaco di un piccolo comune che da giorni lotta contro le fiamme che stanno riuscendo là dove nemmeno l’Anonima sequestri era riuscita ovvero la devastazione irreversibile del polmone verde dell’Aspromonte, descrive la freddezza verso la “non politica dem” e la riscoperta, grazie al Partito Radicale, del gusto e l’ardore della passione e dell’impegno civile per i referendum.

Il miracolo radicale, dopo aver scosso il mondo leghista troppo ancorato alle manette e alla ghigliottina, scuote anche il corpaccione del Partito Democratico. Proprio in una regione in cui il Pd, dinanzi all’abbandono di una candidata alla presidenza per una interdittiva antimafia, rischia di trovarsi dinanzi a una sconfitta di proporzioni storiche alle prossime regionali. Una terra, da un lato, protagonista in passato della lotta allo strapotere dei baroni e dei mafiosi; di pagine memorabili di riscatto. Una terra, dall’altro, in cui parlamentari eletti venivano frettolosamente accantonati perché non più in linea con il nuovo corso politico giacobino. Come accadde a Luigi Gullo, noto avvocato penalista cosentino, figlio del compianto ministro Fausto, non ripresentato in Parlamento proprio perché troppo sensibile alle garanzie e allo Stato di diritto. A distanza di svariati decenni, una nuova stagione di lotta per la Giustizia giusta contrasta il disimpegno e l’apatia della mia regione, specie nel campo “dem”. E l’iniziativa referendaria radicale continua a produrre miracoli inaspettati.

 

 

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