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Sangue di Giuda, con la fiducia nella verità si supera la gogna

DiRed Viper News Manager

Ago 18, 2021
Sangue di Giuda è il romanzo d’esordio del pugliese Graziano Gala (Minimum Fax, pp. 171, euro 16) ed è una storia ancestrale di soprusi e pubbliche ingiustizie, fino a una forma di restituzione di dignità privatissima e fragile: una storia intrisa dunque dell’essere nati, cresciuti e seppelliti nelle terre del Mezzogiorno d’Italia.
Gala sceglie alcuni elementi narrativi (il furto di un vecchio modello di televisore, la presenza del gatto Ammonio e poi del cane Digiuni, una tornata elettorale storica nel paese di Merulana, un gruppo di malavitosi e un ragazzino, Saverio, che sfreccia in bici per aiutare e tenere compagnia invece di fare il male che il padre si aspetterebbe da lui) e, in un racconto che è fiaba sinistra, commedia sapida ed epica rovesciata, ci lega al suo eroe, uno che tutti chiamano Giuda, disprezzato e reietto dal paese, a partire dalla figlia ferina fino al giovane brigadiere calabrese.
Chi è Giuda? Un uomo anziano che ha molto sofferto a causa dei genitori, di certi segreti di famiglia che poi segreti non sono, di quella sudditanza insoffribile della donna al suo uomo a discapito dei figli. Giuda è uno che per compagnia ha bisogno del televisore come dell’ossigeno, anche se scrive lettere sgrammaticate usando la preziosa macchina da scrivere del vicino anglo-americano Ferlinghetti. Resta solo fino a che gli uomini del Presidente (della squadra di calcio del paese e prossimamente del paese stesso in qualità di sindaco votato plebiscitariamente) gli occupano la casa e gli tolgono quel residuo di pace e dignità che gli resta.

Nonostante le perdite e le botte, le false testimonianze e il rinnegamento di tutto un paese, Giuda ne esce a testa alta: sì, perché la storia finisce col recupero di tutto ciò che vorremmo, davvero e solamente, conservare intatto: il nostro nome, le lettere che lo compongono, il suono che produce pronunciandolo. Eccola, la voce di Giuda, un impasto di oro e fango, dialetto di preghiere, invocazioni e male parole: «Accà, amico mio, nun esiste provvidenza: putimm pruvare a cagnare ‘e cose, ma restamm sempre pupazzi. ’U passato, Saverio, è fatto, è ’u futuru chillu ca s’ha da fare».

In questa sorta di manifesto che vale per la sua vita, per Merulana, e sicuramente per tutto il nostro Mezzogiorno d’Italia, Giuda/Gala indica una strada semplice e diritta, quella dove si cade moltissime volte e però ci si rialza ammaccati per continuare, una strada dove la provvidenza (e le provvidenze) sono tramontate, dove a ogni cippo c’è una voce, della gente e della letteratura, che ti ricorda che i cambiamenti, qui, sono impossibili, che la libertà, qui, è una chimera. Però il futuro ancora non è stato sottratto, ancora non è stato cancellato: e in questo libro il futuro si colora della fede nella giustizia, non in quella delle istituzioni umane, ma nella virtù personale che ciascuno può nutrire nell’intimo della propria esistenza e che è fatta della disponibilità a buttare il sangue pur di non mentire.

Giuda è nato da secoli e secoli di soprusi tumulati nel silenzio più fitto: il suo cuore semplice, la sua povertà di spirito animano una voce remota e prossima, assurda e perfettamente comprensibile, antichissima e attualissima. La voce dello scarto che, ancora una volta nella letteratura del Meridione, Gala ha trasformato in pietra d’angolo.

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