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La legge elettorale per le Comunali e il giochetto delle liste: una riforma per lo stop al mercato delle vacche

DiRed Viper News Manager

Ago 18, 2021

Il proliferare delle liste a supporto dei candidati sindaci, specialmente a Napoli, è un fenomeno molto discusso. In tanti esprimono disappunto per questa pratica che partorisce un numero esorbitante di candidati, sia per il Consiglio comunale che per le dieci Municipalità. Migliaia e migliaia di aspiranti consiglieri si contenderanno, infatti, i circa 400mila voti di preferenza degli elettori napoletani che il prossimo 3 ottobre saranno chiamati alle urne per scegliere il nuovo sindaco, 40 consiglieri comunali, 300 consiglieri e 10 presidenti di Municipalità.

Ma perché vengono presentate così tante liste, dov’è la necessità di arrivare addirittura a 14 liste in supporto di un candidato sindaco, come nel caso di Gaetano Manfredi che ha indicato pubblicamente questo numero? Perché una “listarella” sconosciuta, con simboli talvolta improbabili, con tante diciture talvolta incomprensibili ma con in bella vista il nome del candidato sindaco viene presentata? La risposta sta nella legge elettorale per i Comuni e in un metodo matematico utilizzato per la ripartizione dei seggi nei consigli, il metodo D’Hondt, inventato e descritto per la prima volta dallo studioso belga Victor D’Hondt nel 1878.

Veniamo prima alla legge elettorale. Per presentare una lista a Napoli bastano 500 firme, oggi ridotte di un terzo causa Covid, quindi appena 167 sottoscrizioni dei cittadini. Per accedere alla ripartizione dei seggi nei Consigli, una lista o un raggruppamento di liste (coalizione) a sostegno di un candidato sindaco devono necessariamente superare la soglia di sbarramento del 3%, dopodiché si procede all’assegnazione dei seggi col metodo indicato. In pratica, non esiste uno sbarramento e le liste che si presentano in coalizione partecipano tutte alla ripartizione. Ecco il motivo della presentazione di tante liste: senza sbarramento, con 6-7mila voti dell’intera lista, con una percentuale di circa l’1,5%, ci si vede assegnare un seggio in Consiglio. Ed ecco che tanti “professionisti del voto e delle preferenze”, che riescono a mettere insieme una pattuglia di 40 candidati con una media di circa 150 voti a testa, avranno un consigliere eletto su cui, sapientemente, faranno confluire il numero maggiore di voti della lista.

Questi numeri così bassi sono efficaci grazie al metodo matematico di ripartizione di cui abbiamo detto che applica divisori progressivi che generano risultati dall’amaro sapore di disparità per qualcuno. Per esempio, nel 2016, al M5S che conseguì quasi 40mila voti, quasi il 10% del totale, vennero assegnati due seggi, mentre alla lista Ce simme sfastiriati, con appena 5.958 voti, l’1,58% del totale venne assegnato un consigliere, come venne assegnato un consigliere anche alla lista di una coalizione perdente, Napoli popolare, con circa 7mila voti. Di queste liste, ovviamente, oggi non v’è più traccia perché hanno assolto al loro scopo, cioè far eleggere un consigliere.
Eppure sarebbe così facile evitare la presentazione di tante liste che generano confusione e sfiducia nell’elettorato a cui viene consegnata una scheda elettorale grande come un lenzuolo. Basterebbe innalzare di molto il numero di firme per presentare una lista, almeno 1.500, stabilire che lo sbarramento al 3% si applica non solo alla lista che si presenta da sola ma anche alle liste che si presentano in coalizione e che, se nella coalizione che supera lo sbarramento non c’è nessuna lista che va oltre la soglia, il seggio viene assegnato alla lista con il miglior risultato. Avremmo così candidati sindaci con cinque, al massimo sei liste in appoggio e un numero di candidati nettamente inferiori. Per accedere alla ripartizione non basterebbero più pochi voti ma a Napoli, per esempio, ne occorrerebbero almeno 12-13 mila.

Il “giochetto dei quattro amici al bar” che mettono insieme pochi voti per fare eleggere un consigliere verrebbe eliminato del tutto. Una modifica della legge elettorale in tal senso eviterebbe l’eccessiva frammentazione del Consiglio comunale rendendo più stabili sia le maggioranze che le opposizioni e limitando di molto il triste “mercato delle vacche” al quale abbiamo penosamente assistito tante volte nel corso degli ultimi mesi. Ma ci sarà mai qualcuno che metterà mano a un cambiamento così civilmente necessario?

L’articolo La legge elettorale per le Comunali e il giochetto delle liste: una riforma per lo stop al mercato delle vacche proviene da Il Riformista.