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Kabul e la morte della libertà delle donne

A Taliban fighter patrols in Wazir Akbar Khan in the city of Kabul, Afghanistan, Wednesday, Aug. 18, 2021. The Taliban declared an

In Afghanistan la situazione peggiora di ora in ora. Da quando i talebani hanno preso il controllo del territorio c’è un clima diffuso di grande paura ed incertezza, le donne non possono più uscire di casa, molte sono già state cacciate via dal posto di lavoro e private della loro libertà. Io e altre mie strette collaboratrici ed amiche che lavorano in alcune ONG (che non menzionerò per motivi di sicurezza) siamo in contatto con alcune donne e attiviste bloccate nell’area di Kabul. Si tratta per lo più di attiviste di altissimo livello che hanno collaborato con istituzioni occidentali e sono quasi tutte chiuse in casa terrorizzate. Non vogliono uscire, temono di essere portate via dai talebani. Moltissime di loro sono state costrette a chiudere tutti i loro profili social (con i quali facevano anche un lavoro di divulgazione e sensibilizzazione sul territorio) e hanno dovuto buttare via i cellulari per la paura di essere rintracciate e picchiate.

Sul campo la confusione regna sovrana, non si sa dove siano i centri consolari (in aeroporto, ma le persone non lo sanno) e non si ha idea di come sia possibile fare domanda per i visti di emergenza. Le informazioni arrivano prima a noi (che non siamo lì) che a loro, il sentimento dominante è la disperazione: alcune donne coraggiose cercano di fare buon viso a cattivo gioco e coordinano le colleghe, altre invece sono già totalmente crollate. Non hanno la forza di fare nulla, non riescono neanche a gestire i rapporti con la burocrazia occidentale e sono soverchiate dalla paura di quello che potrebbe succedere da un momento all’altro. Un contatto importante che le nostre collaboratrici hanno lì sul territorio, che era già stata oggetto di un attentato da parte dei talebani anni fa per il suo attivismo, in questo momento è bloccata a Kabul senza alcun tipo di aiuto da parte del mondo occidentale. Sembra che siano tutte lì in attesa di essere prese e portate via, la diplomazia in questo momento non sta dando garanzie e la maggior parte delle donne (con le loro famiglie) sono convinte che per loro non ci sia più alcuna speranza.

Riceviamo costantemente video e immagini di ciò che sta accadendo sul territorio, sono strazianti e sempre più disumani (potrete trovare materiale che riceviamo direttamente dall’Afghanistan sulla pagina instagram Withafghanwomen): ci sono scene di donne prese a frustate, uomini che scappano dalla violenza (solo uomini perché le donne sono barricate in casa), bambini ammazzati, donne ammazzate. Le peggiori immagini possibili, se la cattiveria potesse avere una sua rappresentazione visiva, probabilmente queste immagini potrebbero fungere da definizione del termine. Di fronte ad una violenza così inaudita e senza precedenti io e la mia collega Veronica Civiero (esperta di comunicazione e digital management) abbiamo deciso di attivarci, di non rimanere con le mani in mano e dare il nostro piccolo contributo: da poche ore abbiamo lanciato e creato una vera e propria rete community driven a sostegno di tutte le donne afghane: Withafghanwomen. In neanche 48 ore abbiamo attivato una macchina organizzativa che conta più di 500 volontari e volontarie che lavorano ormai non stop per preparare materiale informativo e raccogliere testimonianze di molte donne bloccate in Afghanistan. Il nostro obiettivo è quello di dare supporto e amplificare la voce di tutte queste donne che ormai sembrano essere abbandonate a loro stesse. L’idea è che ognuno partecipi e dia il suo contributo nel limite delle proprie disponibilità e competenze.

Il nostro gruppo di volontari è composto da reporter, avvocati, attivisti, casalinghe, operai. Tutti quanti possono dare una mano, in situazioni così drammatiche siamo convinte che sia solo l’unione di tante persone a poter fare la differenza. Avremo bisogno dell’aiuto di tutti, la nostra è una call to action a chiunque abbia a cuore la libertà e i diritti. Un mondo senza diritti non è un mondo nel quale voglio vivere, non è la realtà che voglio lasciare ai miei figli. Oggi mi sento meno impotente di ieri perché so che nel mio piccolo sto facendo qualcosa, tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa.

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia