• Dom. Ott 24th, 2021

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In Afghanistan la debacle della cooperazione

epa09418628 Mullah Khairullah Khairkhwa, former western Herat Governor and one of five Taliban released from the US prison on Guantanamo Bay in exchange for US soldier Bowe Bergdahl, and now member of Taliban's Qatar political office, speaks to journalists in Kandahar, Afghanistan, 17 August 2021 (issued 18 August 2021). The new Taliban leadership that swept to power in Afghanistan has said it would not seek revenge against those who had fought against it and would protect the rights of Afghan women within the rules of Sharia law. Taliban spokesman Mujahid added the Taliban would work to avoid any return to conflict or for Afghanistan to become a hub for terrorism that would threaten other countries in the region. EPA/STRINGER

Tra le cose crollate e sconfitte nella crisi di Kabul sembrerebbe esserci l’idea stessa di cooperazione, di promozione dello stato di diritto, della tutela dei diritti umani fuori dai dorati confini dell’occidente.

Le posizioni sono chiare ed emotive allo stesso tempo. Da una parte la supponenza, giustificata oggi, della scuola “realista”: l’obiettivo è sempre stato o avrebbe dovuto restare solo quello di catturare i terroristi dopo le Torri Gemelle, sottrargli l’Afghanistan come “santuario” in cui nascondersi. Tutto il resto – nation building, difesa delle donne, costruzione di istituzioni forti – sono favole “alle quali, in giro per il mondo, crede solo l’Europa” come dice Dario Fabbri, valido capofila con Limes di questo approccio. Soldi persi (quasi 700 milioni quelli italiani dal 2001) nel portare a scuola bambini e bambine, fare progetti in campo agricolo, costruire ospedali, sostenere la società civile afghana. Tutto perso e non poteva essere altrimenti: incompatibile con cultura, tradizione e forse antropologia dell’homo afghano, buono solo per combattere.

Non molto lontano nelle conclusioni seppure diverso nelle premesse, è l’approccio del pacifismo irenista e anti UsA: tutte quelle “favole” nascondono sempre e solo interessi economici ed imperialismo statunitense. Soldi per organizzazioni internazionali, ong e consulenti. Meglio stare a casa, rispettando i legittimi tempi di maturazione delle civiltá e delle culture diverse se ancora troppo lontane dai valori occidentali (difesi poi nei salotti tivu à la page).

Parlo, allora, a chi crede in un internazionalismo liberaldemocratico virtuoso e trasformativo (come diceva Condoleeza Rice): dovremmo apprendere da mille errori e accettare alcune giuste critiche.

Sebbene l’obiettivo iniziale delle missione fosse esclusivamente ed eminentemente militare (Rumsfeld disse “we are not invading..we are not going to stay”), non è del tutto vero quello che ha sostenuto Biden. Dopo l’insurrezione talebana del 2004 e certamente dopo il 2006 l’obiettivo divenne “conquistare le menti e i cuori degli afghani” (do you remember il generale Petraeus?) e già nella Conferenza di Bonn del 2001 furono fatti sforzi in questo senso. Gli italiani avevano il compito di “riformare il sistema della giustizia”” (ci sarebbe spazio per qualche ironia), i tedeschi di addestrare le forze di polizia, i giapponesi si occupavano di reintegrare ribelli e disarmare le milizie (!). Furono creati i PRT (provincial reconstruction teams) per assicurare un migliore coordinamento tra gli aspetti della sicurezza e quelli dello sviluppo e del consolidamento civile e istituzionale.

Gli errori però sono stati enormi (un bello studio pubblicato da Routledge li elencava già qualche anno fa): troppo peso alle scelte del Pentagono, sin dall’inizio allergico all’idea del “nation building” (per gli italiani il discorso è parzialmente diverso), nessun coordinamento tra obiettivi di contro-insorgenza di breve periodo e prospettive di sviluppo di lungo periodo (le scelte di allocazione dei fondi seguivano le esigenze militari più che logiche di economia dello sviluppo), una visione politica tutta incentrata sui Pashtun e troppo accondiscendente verso alcuni signori della guerra. Poi ci sono i limiti delle stesse agenzie di sviluppo, nazionali e internazionali: scoordinate, operavano con pochi uomini, difficili da trovare a causa della scarsa sicurezza sul terreno, con fondi insufficienti rispetto a quelli gestiti dalla cooperazione militare o mista, persi in mille contraddizioni burocratiche e di governo. USAID, secondo alcuni analisti, agiva ad esempio con paradigmi di intervento tratti da altri contesti e da esperienze precedenti non adattabili all’Afghanistan. Nè dobbiamo nasconderci l’astrattezza e l’autoreferenzialità di interventi a volte più utili agli esperti chi li svolgono piuttosto che alle popolazioni locali.

Mi oppongo, però, al disfattismo, al superficiale e comodo rinserrarsi nella propria gabbia dorata. È una sconfitta su cui dobbiamo continuare a riflettere, iniziando a rispondere a una domanda: come riuscire ad aiutare, da domani, senza interventi militari, i milioni di bambini mandati a scuola, i funzionari governativi addestrati, i giornalisti formati, le coscienze democratiche risvegliate in Afghanistan?

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia