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Il dilemma talebano: trattare o non trattare?

TOPSHOT - Taliban spokesperson Zabihullah Mujahid (L) attends the first press conference in Kabul on August 17, 2021, following their stunning takeover of Afghanistan. (Photo by Hoshang HASHIMI / AFP) (Photo by HOSHANG HASHIMI/AFP via Getty Images)

I Talebani che oggi hanno riconquistato l’Afghanistan hanno ben poco in comune con quelli che vennero sconfitti nel 2001 dall’intervento dell’esercito degli Stati Uniti.

Decimati da vent’anni di conflitto, trasformati dai mutamenti internazionali, evoluti nella propria struttura interna e nelle strategie adottate tanto sul piano politico che militare, i Talebani che siedono adesso sugli scranni di Kabul hanno un’agenda ben diversa da quella dei loro predecessori agli ordini del mullah Omar.

Sono molto eterogenei tra loro, dominati dal gruppo Pashtun, polarizzati negli interessi territoriali e, soprattutto, esposti al rischio di ingerenze straniere potenzialmente capaci di determinare ancora una volta profonde fratture al loro interno.

Sono consapevoli del fatto che adesso, una volta cacciato il governo Ghani, passata l’euforia della vittoria, sarà necessario governare e assicurare ai quasi quaranta milioni di afgani almeno un pasto al giorno.

Per consolidare il proprio potere, quindi, devono non solo essere pragmatici al loro interno, cercando di favorire sinergie politiche quanto più inclusive possibile, ma anche all’esterno, cercando quel riconoscimento che assicura la legittimità e quindi la possibilità di esercitare un ruolo politico.

Il riconoscimento cui ambiscono i Talebani del 2021 non è quello limitato del 2001, con i soli Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Oggi serve necessariamente ampliare questa sfera di relazioni, e soprattutto includervi all’interno qualche attore globale, del calibro della Cina e della Russia, senza tuttavia escludere a priori la possibilità di interloquire anche con gli “ex” nemici statunitensi o europei. I colloqui di Doha, peraltro, hanno già spianato la strada al processo di legittimazione.

Questo differente contesto, tanto interno quanto esterno al sistema dei Talebani, ha portato all’adozione di una postura di gestione della vittoria sapientemente costruita sul piano politico e mediatico. Mentre la stampa internazionale mostrava la débâcle della fuga americana ed europea da Kabul, preannunciando l’imminenza di massacri, regolamenti di conti e ritorno ad un medioevo sociale, i Talebani hanno adottato una strategia diametralmente opposta.

Presi evidenti accordi con gli Stati Uniti per permettere l’evacuazione, accettata addirittura l’idea di trasferire momentaneamente il controllo dell’aeroporto di Kabul ai militari USA, hanno fatto il loro ingresso nella capitale senza alcuna coreografia dell’orrore, senza usare la violenza e senza applicare radicali mutamenti di costume a danno della società.

Il legittimo grido d’allarme di chi teme per l’incolumità delle donne e per i loro diritti nel futuro Afghanistan è stato spesso accompagnato dalla divulgazione di informazioni inaccurate e non veritiere, ingenerando intenzionalmente preoccupazione. Al contrario, almeno sino ad oggi, non sembrano essersi verificati particolari episodi di violenza, molte donne sono rientrate al loro posto di lavoro e, soprattutto, non si sono verificate quelle coreografie del terrore e della violenza che in molti davano per imminenti. Alcune fonti parlando di un comportamento ben diverso al di fuori delle città, lontano dalle telecamere della stampa internazionale, ma conferme di tutto ciò al momento non ve ne sono.

I Talebani, in sintesi, hanno mutato profondamente la loro strategia, soprattutto quella mediatica, come ha dimostrato la conferenza stampa del 17 agosto, dove hanno apertamente rilanciato sul piano delle aperture, determinando imbarazzo, stupore e timore.

Come il portavoce ha voluto subito mettere in chiaro, la vittoria talebana non sarà accompagnata da vendette, non porrà una minaccia al mondo, non perseguirà l’economia della droga, non ospiterà terroristi e non discriminerà le donne. Addio burqa, donne in casa ed esecuzioni plateali, quindi. Almeno nelle intenzioni.

Gli stessi afgani sono rimasti stupiti dal veder riapparire le giornaliste di Tolo Tv la mattina del 17 agosto, mentre intervistavano senza alcun timore i miliziani in giro per le strade di Kabul, mentre molte delle notizie circolate nelle ore precedenti di “caccia alle vergini per offrirle spose ai guerriglieri” venivano pian piano smentite. Anche la stampa internazionale è stata lasciata libera di raccontare la loro vittoria.

I Talebani hanno comunicato l’intenzione di proclamare una forma di governo basata sulla Sharia, garantire un’amnistia e lavorare in direzione di un processo di inclusività politica e sociale, chiedendo alla società internazionale di sostenerli e aiutarli economicamente per ricostruire un paese devastato da decenni di conflitti.

Un comunicato che è risultato come un vero e proprio fulmine a ciel sereno soprattutto per gli Stati Uniti e gli europei, ponendo un interrogativo di enorme complessità: che fare?

È sincera l’apertura e l’offerta dei Talebani? Sono veramente così diversi rispetto a quelli che fino al 2001 agli ordini del mullah Omar fecero piombare l’Afghanistan in un vero e proprio inferno medievale? E, soprattutto, come reagirebbe la società occidentale ad un’apertura verso quei nemici contro i quali si è combattuto per vent’anni, che hanno provocato la morte di migliaia dei nostri soldati e hanno prosciugato le casse dei nostri bilanci militari?

Interrogativi di non facile soluzione, che aggiungono imbarazzo all’imbarazzo, tanto a Washington quanto in tutte le capitali europee (e non) che hanno partecipato allo sforzo militare in Afghanistan. Con il rischio, oltretutto, che le aperture possano essere un bluff.

La vera domanda da porsi oggi, tuttavia, è un’altra: abbiamo alternative? C’è un piano B?

L’apertura dei Talebani rappresenta potenzialmente un fattore di importanza epocale. Potrebbe consentire di stabilizzare il paese a condizioni molto vantaggiose, soprattutto a fronte di un quadro sociale non poi così diverso da quello dei tanti autoritarismi mediorientali e africani con cui non ci facciamo alcun problema ad interagire, e dove vendiamo tonnellate di armamenti.

È chiaro che il discorso del riconoscimento dei diritti umani e civili è importante, ma è gestibile nel suo complesso, perché non può spingersi oltre i limiti del pragmatismo che già quotidianamente adottiamo con moltissimi paesi nel mondo non propriamente democratici.

Un’apertura occidentale al dialogo con i Talebani in questa fase, certamente non incondizionata, potrebbe oltretutto ostacolare un ruolo più incisivo tanto della Cina quanto della Russia, aggiungendo ulteriori elementi di interesse sul piano delle strategie globali.

Al tempo stesso, se quello dei Talebani fosse un bluff, accettandone l’apertura sarebbe possibile denunciarne in brevissimo tempo l’inconsistenza sostanziale, potendo a quel punto imporne l’isolamento internazionale in modo ben più incisivo di quanto non sia invece possibile fare oggi. Non ultimo, nessuno potrebbe mai accusarci di averli nuovamente radicalizzati attraverso il rifiuto al dialogo.

Una politica di “engagement” più o meno moderata, infine, potrebbe permettere di vincolare i Talebani allo stretto rispetto di quei diritti per i quali ci siamo detti di aver lottato in tutti questi anni, cercando di salvare almeno un po’ la faccia davanti ai molti, moltissimi, che ci hanno accusati di averli abbandonati.

C’è tuttavia un grande ostacolo sul percorso di una eventuale capacità occidentale di apertura ai Talebani, ed è quello connesso alla difficoltà di giustificare alle nostre opinioni pubbliche la scelta.

Come si può chiedere, a soli due giorni dalla rovinosa caduta di Kabul, le cui immagini resteranno indelebili nella storia, di accettare il dialogo con una controparte che per vent’anni abbiamo combattuto, che abbiamo definito e descritto come la personificazione del male in terra, che ha ucciso migliaia di soldati americani ed europei e che ci ha fatto spendere miliardi in una sconfitta?

Come sempre, quindi, restiamo prigionieri di noi stessi, delle difficoltà e dei problemi che abbiamo generato e che non siamo in grado di gestire, rischiando di perdere ancora una volta un’opportunità che, probabilmente, varrebbe la pena quantomeno esplorare con la necessaria serenità intellettuale. 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia