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Mediterraneo e Mar Nero, è caccia all’ultimo pesce (di V. Gentile)

(di Valentina Gentile)

Ad unirli il Bosforo, lo Stretto dei Dardanelli e viaggi mitologici come quello degli Argonauti. Adesso anche la crisi ambientale. Mar Nero e Mediterraneo, i due mari “fratelli” separati alla nascita, sono sempre più minacciati da stravolgimento climatico, inquinamento, massiccia presenza di rifiuti, disastri ambientali, e, non da ultima, sovrapesca, l’overfishing che contraddistingue l’industria ittica moderna.

Secondo il recente rapporto Fao “The State of Mediterranean and Black Sea Fisheries 2020”, dossier biennale con cui l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura monitora l’andamento della pesca nei due mari, l’Adriatico, principale bacino di pesca italiano, dove si concentra oltre il 50% della produzione ittica nazionale, è una delle zone mediterranee più colpite. Insieme al Mar Ionio, ospita la metà delle specie marine del Mediterraneo, a rischio per lo sfruttamento che non consente la riproduzione e quindi il loro recupero. Gli impianti petroliferi e le trivellazioni pensano al resto, aggravando notevolmente una situazione già fragile. 

Alcune specie sono quasi estinte: è il caso della foca monachus mediterranea, di cui si contano poco più di 700 esemplari. A forte rischio anche la pinna nobilis, grande mollusco filtratore, o la patella ferruginea, oltre a tartarughe marine, squali filtratori e balenottere. E poi c’è l’eclatante e progressiva perdita della posidonia oceanica, pianta acquatica fondamentale per l’ecosistema, vero polmone verde del mare nostrum, che produce e libera fino a 20 litri di ossigeno al giorno per ogni metro quadrato di prateria. Bioindicatore della qualità delle acque marine costiere, è continuamente minacciata da cementificazione delle rive, inquinamento, reti a strascico, ancoraggi e specie aliene. 

Il mare nostrum è il mare più “sovrapescato” del mondo, con il 75% di stock ittici sfruttati al di là del limite (e nell’Adriatico si arriva al 90%), come sottolinea l’ultimo rapporto “Biodiversità a rischio 2021” di Legambiente. Non è meno preoccupante la situazione del Mar Nero, che per le sue caratteristiche fisiche, come la mancanza di ossigeno e dunque di vita al di sotto dei 150 metri di profondità, è ancora più vulnerabile. 

Il mare che fece da sfondo al mitico viaggio di Giasone alla ricerca del Vello d’Oro, è molto profondo, con l’abisso più grande che raggiunge 2.212 metri di profondità, una superficie di 436.200 chilometri quadrati, e un continuo scambio con il Mediterraneo attraverso il Mar di Marmara e lo Stretto dei Dardanelli. Ma è anche il più grande corpo idrico anossico al mondo, con pochissima circolazione di correnti dal fondo alla superficie, e quindi niente ricambio di ossigeno. Per gli esperti sarebbe ormai prossimo alla “linea rossa”, limite oltre il quale il degrado dell’ecosistema diventa irreversibile. Sgombri, storioni, aringhe, il caratteristico rombo, specie locale rara e preziosa, e il cavalluccio marino, per non parlare del delfino e della foca monaca: le specie a rischio sono sempre di più, come nel Mediterraneo, per cambiamento climatico, inquinamento, disastri ambientali come quello della petroliera che perse 2.000 tonnellate di gasolio nello stretto di Kerch, nel 2007. E ancora l’oversfishing.

 Come avverte di nuovo la Fao, il fenomeno dei prelievi di pesce superiori alle possibilità naturali di ripristino riguarda il 75% dei banchi presenti nel Mediterraneo e nel Mar Nero, con il 40% del pesce pescato che viene buttato. Un fenomeno, quello dei cosiddetti “rigetti”, pesci buttati in mare, di solito perché di specie non commerciali o proibite, o di dimensioni indesiderate, vietato dalla normativa UE, Regolamento UE 1380/2013, che però continua. Anche perché gran parte del pesce preso con lo strascico è pescato accidentalmente e viene rigettato per far spazio ad altro pesce. 

Anche il Wwf recentemente ha lanciato l’allarme, con il rapporto “Bulgarian fisheries and aquaculture in the Black Sea – economic import, environmental impact and natural factor influence”, redatto insieme all’Accademia bulgara delle scienze (Ban). Secondo lo studio, nel Mar Nero oltre il 50% dei fondali sotto i 100 metri di profondità presenta abrasioni significative, dovute alla pesca illegale e a strascico. Considerando che nel Mar Nero è presente meno del 10% delle specie vegetali e animali che vivono nel bacino del Mediterraneo, è chiara l’entità del rischio. 

Lo stato di salute dello specchio d’acqua tra Europa sud-orientale e Asia minore, è già messo a dura prova dall’inquinamento, in particolare dalla massiccia presenza di rifiuti in plastica e dalle acque reflue. In un’intervista a Radio Varna, BNR, Radoslava Bekova, oceanologa della Ban, tra gli autori del rapporto pubblicato dal Wwf, fa il punto della situazione. Le acque inquinate che sfociano nel mare sono rese più pericolose dalla conformazione geografica del bacino: “Inoltre, la temperatura dell’acqua di mare è aumentata da 3 a 4 gradi Celsius, il che ha cambiato il ciclo di vita dei pesci”. Tutto è interconnesso, spiega la scienziata. Ma è la pesca industriale ad avere il maggiore impatto, dato che distrugge direttamente una notevole percentuale delle popolazioni di diverse specie: Ci sono sempre meno pesci, in tutti i bacini d’acqua. Una possibile catastrofe ambientale, a causa della pesca eccessiva”. 

La pesca illegale e non regolamentata riduce gli stock ittici, distrugge gli habitat marini, con ripercussioni socio economiche: “Distorce la concorrenza, mette i pescatori in una posizione di svantaggio e indebolisce le comunità costiere”. Una situazione nota alla Commissione Europea, i cui funzionari già nel 2015 rilevavano la necessità di puntare sulla “blue economy”, sottolineando come il 74% degli stock ittici nel Mar Nero era sovra sfruttato o addirittura distrutto e che solo il 17% si era ripreso. Da allora, però, non sembrano essere stati fatti molti passi in avanti. Tuttavia, come rivela il sito di Euractiv, qualcosa forse si sta muovendo. 

A maggio la commissione per la pesca (PECH) del Parlamento europeo ha approvato una relazione dell’eurodeputato bulgaro Ivo Hristov Challenges and opportunities for the Black Sea fisheries sector”. Hristov suggerisce incentivi per la pesca artigianale di piccola scala: “I piccoli pescatori devono essere aiutati. Hanno un sostentamento e un reddito incerti e inferiori a quelli di altri settori. Questo li rende particolarmente vulnerabili a eventi o crisi impreviste”. 

Finora Bruxelles ha adottato il controllo della pesca del rombo chiodato, costoso e molto ricercato. Ma nel 2019 il limite di cattura è stato aumentato del 32%, contro il parere delle associazioni ambientaliste. La decisione ha permesso a Bulgaria e Romania di ottenerne una quota di 75 tonnellate ciascuna per il 2020. Per capire basta considerare alcuni dati. Secondo l’Agenzia esecutiva per la pesca e l’acquacoltura, nella sola Bulgaria, le catture totali di pesce e altri organismi acquatici derivanti dalla pesca commerciale ammontano a circa 8.602 tonnellate, di cui 8.546 tonnellate provengono dal Mar Nero e 53,7 tonnellate dal Danubio. “Le autorità prestano poca attenzione a questi problemi, l’ecologia viene considerata come un’impresa costosa che richiede ingenti investimenti e restrizioni”, continua Bekova. Che mette in guardia su un altro serio rischio ecologico che minaccia il Mar Nero: la massiccia cementificazione lungo la costa bulgara, negli ultimi anni meta turistica sempre più quotata. Un altro punto in comune con il Mediterraneo e le sue coste.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia