• Dom. Ott 17th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

La macchia afghana sulla presidenza Biden

US President Joe Biden speaks about the Taliban's takeover of Afghanistan from the East Room of the White House August 16, 2021, in Washington, DC. - President Joe Biden broke his silence Monday on the US fiasco in Afghanistan with his address to the nation from the White House, as a lightning Taliban victory sent the Democrat's domestic political fortunes reeling. (Photo by Brendan Smialowski / AFP) (Photo by BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images)

Ora è facile cercare i capri espiatori del fallimento americano in Afghanistan. Negli ambienti di Washington si comincia a sussurrare il nome del responsabile della politica estera, il segretario di Stato Anthony Blinken. Un nome non molto noto se non per le apparizioni in tv, in quanto pochi ricordano che fu purtroppo l’autore dei principali errori di politica internazionale dell’amministrazione Obama, dove era viceconsigliere della sicurezza nazionale, come le campagne militari in Siria, Libia e Yemen.

Vedremo se sarà lui ad essere sacrificato, oppure se la sua presenza nell’amministrazione sarà ritenuta ininfluente per i riflessi sulla politica interna. Soprattutto riguardo le incombenti elezioni di medio termine per il rinnovo del Congresso. In fondo, gli americani votano principalmente con la mano nel portafoglio e con scarsa attenzione alla politica internazionale. Ma certo la scena dei CH-47 Chinook che lasciano Kabul non sparirà presto dalle menti degli americani, le immagini di ritirate e sconfitte così paradigmatiche pesano a lungo come continua a pesare Saigon dopo oltre 45 anni. Ryan Crocker, ambasciatore in Afghanistan durante la presidenza Obama, ha liquidato quanto sta accadendo come “una macchia indelebile per la presidenza Biden”.

Tra le ricerche degli americani più virali sul web e su Youtube ci sono in questi giorni Jimmy Carter e la fuga da Teheran nel 1979.

Aggiungiamo che per Biden non è stato un grande aiuto in termini di immagine l’aver composto la sua amministrazione con quel “deep state” che involontariamente ha contributo alla vittoria di Trump. Quella “palude” politica di Washington composta dall’upper class, spesso snob, che Trump sventolava ad ogni comizio come un drappo rosso in faccia ai disoccupati, ai latinos, ai meccanici della Rust Belt, ai minatori della Pennsylvania, ai coltivatori di soia dell’Iowa, alle cassiere che sopravvivono con i sussidi. 

 

Non sarebbe corretto poi eludere una riflessione sulle condizioni fisiche di Joe Biden. Fino a uno o due anni or sono si rideva dei suoi lapsus. Oggi la situazione è ben diversa, e sinceramente non c’è molto da ridere.

Federico Rampini con la solita competenza ha descritto come sia stato stretto intorno al presidente “un cordone sanitario micidiale e potentissimo”, riducendo al minimo “il contatto fisico fra Biden e il resto del mondo”.

Nessuno ha notato che, per la prima volta nella storia, gli ambasciatori stranieri, come la nostra Mariangela Zappia, non incontrano il presidente per presentargli le credenziali?

Qualcuno segue sulle televisioni americane, ma anche australiane o di altri Paesi anglofoni, gli speciali sulla situazione fisica di un presidente che talvolta non riesce neppure a leggere gli appunti scritti sul cartoncino che ha in mano o perde il filo del discorso senza essere più in grado di riprenderlo?

In platea Donald Trump guarda lo spettacolo e attende. Attende in primo luogo le elezioni per il Congresso l’8 novembre 2022. Lawrence Rosenthal, direttore del Center for Right-Wing Studies dell’Università della California, del resto lo aveva previsto: “Donald Trump continuerà a dominare la scena politica anche se sconfitto. Soprattutto se perderà per un margine ristretto o contesterà l’esito del voto”.

Cosa accadrà alle presidenziali del 2024 è qualcosa di troppo lontano per poterne discutere ora. Ma fra un anno sarà interessante seguire gli esiti delle elezioni e la conseguente composizione del Congresso, che molto influirà sugli ultimi due anni del mandato dell’amministrazione Biden.

D’accordo, il voto è locale, si eleggono senatori e rappresentanti. Ma è inverosimile che quanto sta accadendo a Kabul non lasci traccia alcuna nei consensi sempre più polarizzati. Il rischio per i dem di andare in minoranza alla Camera dei Rappresentanti, oltre che al Senato, è ora più concreto.

E’ molto agevole in questa fase limitarsi a lanciare slogan verso la pancia dell’America come sta facendo Trump. “Make America Great Again”, così beffardamente identico allo slogan della campagna elettorale di Ronald Reagan nel 1980, “Let’s Make America Great Again”, che lo portò a spodestare Carter dopo la Caporetto in Iran.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia