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I 10 giorni dei talebani, come una lama nel burro

Taliban forces stand guard inside Kabul, Afghanistan August 16, 2021. REUTERS/Stringer

Il 15 agosto in Afghanistan i talebani sono entrati nella capitale, Kabul, conquistando il potere nel paese, il Presidente Asraf Ghani è fuggito, lasciando il paese, e i pochi occidentali ancora rimasti stanno facendo lo stesso, affrettandosi ad evacuare la città il più presto possibile. Resiste solo la remota provincia del Panjshir, nel nord dell’Afghanistan, dove un gruppo di guerriglieri di etnia tajika, guidati da Ahmad Massoud, figlio di Ahmad Shah Massoud, uno dei principali comandati dei Muhjaeeden, nella guerra contro l’occupazione sovietica, ucciso dal Al Qaeda nel 2001. È stata la guerra più lunga nella storia degli Stati Uniti, iniziata nel 2001, per abbattere il regime dei Talebani e impedire al gruppo terroristico di Al-Qaeda di trovare un rifugio sicuro in Afghanistan, inseguendoli per vendicare gli attentanti dell’11 settembre.

Parallelamente a questi obbiettivi, raggiunti quasi subito (nell’arco di meno di un anno i talebani sono fuggiti e la dirigenza di Al Qaeda ha lasciato il paese per il Pakistan o per rifugiarsi nelle grotte al confine) è nata l’idea di voler ricostruire il paese, sul modello occidentale, “esportando la democrazia” e creando uno stato stabile, moderno e sicuro. Questi più ampi obiettivi, nonostante l’enorme sforzo militare messo in campo dagli Stati Uniti e da tutta la coalizione occidentale, si sono dimostrati da subito quasi impossibili da raggiungere, con un paese che continuava a rimanere in balie di scontri, violenze e odi tribali, e una guerra che diventava sempre meno sostenibile per l’occidente.

Dopo l’uccisione di Bin Laden nel 2011, constata la sua presenza in Pakistan, la popolarità della guerra negli Stati Uniti è continuata a declinare. Donald Trump ha, già dalla campagna elettorale del 2016, reso chiaro la volontà di terminare la guerra, che riteneva inutile e costosa e ha speso buona parte della sua presidenza a cercare una via di uscita, arrivando a trovare nel febbraio del 2020, un accordo con i talebani (da molti analisti considerato una sorta di armistizio unilaterale da parte degli Stati Uniti) e a definire il ritiro delle truppe americane. Il Presidente Biden ha confermato la volontà di terminare la guerra e ha accelerato i piani per il ritiro annunciando ad aprile tutti i soldati americani sarebbero tornati a casa entro l’11 settembre 2021.

Dopo il ritiro delle truppe occidentali i Talebani hanno conquistato la maggior parte del paese in soli dieci giorni, come è stato possibile? Nominalmente dovrebbero essere largamente inferiori alle forze del governo afghano, trattandosi di solo 60mila guerriglieri, senza un’aviazione a supportarli, mentre il governo aveva a disposizione 350mila soldati nell’esercito e nelle forze di polizia nazionale, entrambi ampliamente addestrati e finanzianti dalla coalizione occidentale.

Jason Dempsey, ex ufficiale dell’esercito americano, che ha servito per anni in Afghanistan, addestrando in prima persona l’esercito afghano ha spiegato che il principale errore degli Stati Uniti è stato di cercare di costruire un esercito a sua immagine e somiglianza addestrandoli “alla maniera occidentale”, ovvero a resistere contro un’invasione di una forza esterna, ma non contro un’insurrezione interna e troppo dipendente dall’aviazione. Inoltre, l’esercito afghano rimaneva profondamento corrotto e attraversato da tribalismi e tensioni etniche. Di quei 350mila soldati presenti sulla carta, si stima che in realtà ne fosse a disposizione un numero molto più basso, mentre a decine di migliaia avevano già disertato o si fossero congedati, ma gli ufficiali continuavano a mantenerli sui registri, per poter incassare i loro stipendi. Molte unità, inoltre, si sono trovate dispiegate in province remote e senza un supporto adeguato da parte dell’aviazione, venendo immediatamente tagliate fuori da un’avanzata così rapida dei talebani. Probabilmente il fattore principale della mancanza di resistenza da parte dell’esercito è stato il morale bassissimo delle truppe, molti hanno pensato che gli occidentali li avessero abbandonati e che il governo centrale afghano li avesse lasciati senza guida e senza risorse, arrivando così a rifiutarsi di combattere di combattere i talebani o a disertare in massa.

Molti analisti pensano che questo risultato fosse inevitabile, e che fosse solo questione di tempo prima che il paese ricadesse in mano ai talebani, appena la presenza occidentale fosse venuta a mancare.

L’Afghanistan durante la guerra era retto da un governo debole e corrotto, che faticava ad affermare la propria autorità al di fuori di Kabul e delle città più grandi, dovendo spesso appoggiarsi e venire a patti con tribù e signori della guerra locali, per provare a mantenere un’influenza anche nelle zone più remote del paese, spesso con scarso successo.

Lo stesso Ammiraglio Mike Mullen, ai tempi Capo Dello Stato Maggiore, e dunque massima autorità militare negli Stati Uniti, ammise nel 2009 durante un’audizione al congresso che “è chiara la mancanza di legittimità del governo afghano, potremmo inviare un milione di truppe, e questo non la ripristinerebbe, la minaccia della corruzione è tanto significativa quanto i talebani”.

Una ritirata così repentina e una sconfitta così disastrosa portano con sé molti interrogativi e recriminazioni: a cosa sono serviti 20 anni di guerra, se immediatamente dopo al ritiro delle truppe occidentali, la situazione del paese sta tornando uguale a quella di 20 anni prima? Il costo umano è stato enorme: oltre 150mila morti, tra civili, militari afghani e talebani. Gli Stati Uniti in 20 anni hanno speso oltre 2000 miliardi di dollari nella guerra, a cui si andranno a sommare altre migliaia di miliardi, per ripagare gli interessi sul debito, il compenso, le pensioni e l’assistenza ai veterani della guerra (l’Università Brown stima che il costo complessivo supererà i 6mila miliardi di dollari).

Gli aiuti al paese sono stati molto più contenuti: dei 124 miliardi di dollari in aiuti americani all’Afghanistan, nell’intero corso della guerra più di due terzi, ben 88 miliardi sono stati spesi nell’addestramento e l’armamento dell’esercito e delle forze di polizia Afghane, e solo 36 sono stati destinati in aiuti civili. Di questi già relativamente esigui aiuti civili una buona parte non ha mai raggiunto la popolazione, un report di un’autorità di controllo americana, ha stimato che il 40% degli aiuti è stato intascato da funzionari corrotti, criminali o signori della guerra locali. L’intero Pil Afghano ammonta a soli 19,3 miliardi di dollari all’anno, meno di un centesimo di quanto gli Stati Uniti hanno speso nella guerra.

L’approccio principalmente militare ha mostrato i suoi limiti, si è persa l’occasione di costruire più infrastrutture, ospedali, scuole e università, creare opportunità di lavoro, portare migliaia di ragazzi e ragazze afghane a studiare nelle scuole e le università occidentali, ovvero formare quella classe dirigente e quella società civile che avrebbe potuto rinnovare le istituzioni e consolidare un tessuto sociale pronto a sopravvivere anche senza un’occupazione militare straniera?

L’insistenza americana nel creare un’economia di mercato, pur essendo l’Afghanistan un paese poverissimo, con una quasi totale assenza di prodotti da esportare, e un’economia sottosviluppata, decentralizzata e spesso ancora tribale, parrebbe aver condizionato negativamente le possibilità di ricostruzione dell’economia.

Secondo vari analisti l’economia afghana avrebbe beneficiato di sussidi governativi e prezzi calmierati, per potersi sviluppare lentamente, ma queste misure non sono state prese in considerazione da parte dei dirigenti del dipartimento di stato americano impegnati nella ricostruzione del paese, in quanto incompatibili con un modello di sviluppo capitalista, secondo diverse testimonianze di collaboratori al progetto.

L’idea di esportare la democrazia, e creare un paese stabile, magari sul modello degli stati liberali occidentali è fallita miseramente in poche settimane, appena è venuta a mancare la presenza armata straniera.

Oggi bisogna capire come reagire, il minimo che può fare l’occidente è accogliere tutti i richiedenti asilo, terminare immediatamente qualunque rimpatrio forzato verso l’Afghanistan e rendere legale lo status delle decine di migliaia di profughi senza documenti oggi presenti nei paesi occidentali e facilitarne l’uscita dal paese di chiunque voglia lasciarlo, fino a che sarà possibile (ci resteranno impresse a lungo le immagini agghiaccianti degli uomini che muoiono cercando di aggrapparsi agli aerei militare americani che decollano). Poi andrà deciso come rapportarsi con i talebani, che oggi sembrano fare alcune concessioni mantenendo una linea più morbida rispetto al passato, promettendo clemenza per gli afghani che hanno collaborato con gli occidentali e le donne avranno la possibilità di continuare a studiare in scuole e università (a condizione che le insegnati siano a loro volta donne), bisognerà valutare se queste promesse verranno rispettate una volta che consolideranno il loro controllo sul paese. Caduto completamente il controllo militare sul paese ai paesi occidentali resta la non indifferente leva economica, degli aiuti internazionali, per spingere i talebani a rispettare gli impegni presi. A mente più fredda servirà ragionare a lungo sulle lezioni che si possono trarre da questo fallimento, e soprattutto chi se ne dovrà assumere le responsabilità.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia