• Lun. Ott 25th, 2021

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Afghanistan, la fiera della viltà

Afghanistan

In queste ore drammatiche per l’Afghanistan e per il mondo intero penso con rabbia alla retorica con cui vengono sempre confezionate le guerre. E alle menzogne di Stato con cui si occultano gli interessi indecenti che sono dietro le quinte di ogni guerra. E penso con ancora più rabbia al conformismo e al clima emergenziale che, in tempo di guerra, mettono il bavaglio alla democrazia. Chi criticava la guerra in Afghanistan e poi in Iraq veniva additato come disfattista, anti-patriottico o persino complice dei terroristi. Gino Strada era un utopista esagitato: e oggi, da morto, va considerato come un santo ma non letto con le lenti della politica (povero Gino, spogliato del senso delle sue parole e delle sue azioni e collocato su una nuvola, con una aureola in testa!). E noi della sinistra radicale eravamo grilli parlanti da schiacciare col martello del pensiero unico della guerra umanitaria e democratica. 

Quando vedo le immagini devastanti della folla in fuga da Kabul o dell’assalto all’aeroporto penso a una parola che uso raramente: viltà. Vigliacca fu la guerra con cui dicevamo di “esportare democrazia” mentre esportavamo artiglieria pesante e supponenza coloniale. In cambio abbiamo importato, in tutto l’Occidente, l’artigianato del terrore e abbiamo dato argomenti all’islamismo imbottito di tritolo. Vile fu cercare i nemici non dove venivano formati e finanziati, nelle scuole coraniche del Pakistan o nei palazzi reali dell’Arabia Saudita, ma tra i monti e i deserti dell’Afghanistan tribale. Gli interessi statunitensi, che dominano la geopolitica globale, hanno cambiato le mappe geografiche e quelle criminali, e cosi siamo tornati là dove si erano impantanati i sovietici, nel più impervio entroterra, nella trappola perfetta per conquistatori tanto tecnologici quanto ignoranti di una storia complessa, persino più complessa di una assai complessa geografia. E oggi la viltà bipartisan dell’Occidente in fuga, la resa firmata da Trump e attuata da Biden, la fretta di scappare da vent’anni di occupazione, lasciando spalancata la strada a chi vuole spegnere la luce e i colori e la speranza di un popolo, perchè si è improvvisamente esaurita la scorta di propositi umanitari e si è interrotto il commercio di democrazia: come in quella vecchia canzone “la musica è finita, gli amici se ne vanno”. 

Il trucco ora è svelato, ma con un prezzo salatissimo di morti, profughi, persone chiuse in casa che pregano Dio di non essere uccise nel nome di Dio. E quell’osceno club di maschi, con la loro onnipotenza di tagliagola, proclamano il ritorno del loro inferno salvifico. Un patriarcato battezzato col sangue e con i petrodollari. Mentre l’Occidente si rinchiude nella propria frontiera, a celebrare i successi dell’industria militare e a piangere sulla sorte delle bambine afghane. Almeno ci risparmino le lacrime.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia