• Ven. Ott 22nd, 2021

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Usa e Germania, i furbetti della transizione verde

Nel giro di qualche settimana una serie di avvenimenti e prese di posizione da parte di importanti attori internazionali hanno seminato un certo sconcerto per quanto concerne le politiche relative al climate change. 

La Germania ha ottenuto finalmente il via libera anche dagli Usa per il completamento del gasdotto che porterà miliardi di metri cubi di gas (ma non doveva essere ridotto?) in quel Paese provenendo dalla Russia. Poi ha deciso di allargare ulteriormente la più grande miniera di carbone (48 Km quadrati) del Paese.

Negli Usa Joe Biden, la settimana dopo avere annunciato che dal 2030 negli Usa almeno il 50% delle nuove auto dovranno essere elettriche, ha rivolto un appello ai Paesi OPEC perché aumentino la produzione di petrolio. Per raffreddare i prezzi dell’oro nero in costante ascesa in questo 2021 e la conseguente inflazione che negli Stati Uniti sta sopra il 5% con il rischio che la Banca Centrale sia costretta ad una stretta monetaria che avrebbe conseguenze pesanti sull’economia americana. Ottenendo in cambio commenti ironici dai produttori. Sempre Biden ha autorizzato 2.000 nuove perforazioni per gas e petrolio, meritandosi una reprimenda dal Guardian che gli chiede se faccia sul serio quando parla di transizione energetica.

La Germania, sempre lei, vede le sue emissioni di CO2 crescere del 25% nei primi 6 mesi di questo 2021 a causa della ripresa economica e di una caduta della produzione eolica (meno vento che nel 2020) con corrispondente aumento della produzione di energia con gas e carbone. Scenario che potrebbe peggiorare con la chiusura delle centrali nucleari.

Infine l’Agenzia Internazionale dell’ Energia ci fa sapere che emissioni, consumi di petrolio e di gas sono in forte ripresa nel post covid e saliranno ancora nei prossimi anni.

Ipocrisie da parte dei grandi Paesi? Anche ma non solo. Americani e tedeschi hanno ben chiaro in testa che prima di tutto occorre salvaguardare gli interessi nazionali e preservare la crescita economica che diffonde benessere e tieni assai bassi i livelli di disoccupazione. Quindi avanti, almeno a parole, verso la decarbonizzazione, ma con molto giudizio e se occorre fare qualche passo indietro o di lato lo si fa.

In Europa la Germania è molto abile nell’indirizzare la normativa verso i propri interessi. Sa che il driver principale sono le tecnologie e ha deciso di investire pesantemente in alcune di esse: eolico off-shore, batterie, idrogeno. Cerca di mettere fuori gioco il nucleare francese per accontentare i Verdi nazionali, nonostante la Francia, proprio grazie a questa tecnologia, sia di gran lunga l’area geopolitica con il miglior rapporto fra CO2 emessa e PIL prodotto. E la stessa AIE si augura almeno il raddoppio di questa tecnologia nel suo scenario verso l’ obiettivo dello zero emissioni nette, l’unica fra quelle di grandi dimensioni e con produzione continua con nessuna emissione di CO2.

Questi dati son anche la dimostrazione che vi è una certa distanza fra i desideri e la realtà. Dal 1990 ad oggi, in soli 30 anni, le emissioni totali immesse in atmosfera sono state più o meno pari a quelle immesse in tutti i secoli precedenti. E il trend non sembra arrestarsi.

E l‘Italia? Molto entusiasmo per la transizione verde, ma non sono sicuro che se ne siano capite fino in fondo le conseguenze. Roberto Cingolani, ministro a ciò preposto e persona abituata a far di conto con la realtà, si affanna a ripetere che ci saranno anche pene e dolori. Riconvertire un intero apparato produttivo non è un pranzo di gala e molti ci lasceranno le penne. Vanno aiutati certo, ma non basta. Forse sarebbe il caso di mettere mano a un lavoro che ne calcoli per bene le conseguenze, l’impatto sociale ed economico e soprattutto identifichi con chiarezza l’interesse nazionale. Prima di trovarsi in mezzo al guado e senza salvagente.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia