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Rimpatriati in Italia da Kabul: “Temiamo per chi è rimasto, ci sentiamo traditi”

Poco sollievo, tanta preoccupazione per chi è rimasto. Tra le testimonianze dei 74 passeggeri dell’aereo arrivato a Fiumicino il pensiero va a chi è ancora in Afghanistan e rischia di morire per mano dei talebani. Il volo KC-767 dell’Aeronautica Militare ha trasportato il personale diplomatico italiano che era stanziato a Kabul e circa 20 ex collaboratori afghani assieme alle loro famiglie.

“Ci sentiamo traditi. Ho paura per chi ha lavorato con noi ed ora sta per morire” dice Ale Furiake, medico afghano che lavora con l’Agenzia italiana per la Cooperazione, “I Talebani li cercano casa per casa. Abbiamo lasciato migliaia di persone che rischiano la vita. La situazione è gravissima. Faccio appello alla comunità internazionale: li salvi. Hanno creduto in noi e ora sono abbandonati. Non sappiamo ora come aiutarli, come dobbiamo fare. Donne che non possono muoversi, che hanno collaborato con noi, che abbiamo formato: ostetriche, medici, che lavoravano con noi ed ora sono abbandonati. E’ una situazione disastrosa. Avevo creduto molto nella transizione ed ora sono deluso”. Lui era già scappato dal proprio Paese nel 1984, tornato quando l’intervento della coalizione internazionale nel 2001 aveva fatto pensare che un altro Afghanistan fosse possibile. “Dopo venti anni come faccio a parlare di speranza?”, chiede. 

“Sono stato 11 anni in Afghanistan. C’era la speranza di un Paese che poteva ripartire e torniamo qui con il cuore in gola”, racconta ai microfoni di Rai News 24 Pietro Del Sette, cooperante nel settore dell’agricoltura e dello sviluppo rurale, “L’aeroporto civile è stato chiuso. Ci sono ancora italiani e la previsione è di portarli tra stasera domani e dopodomani in Italia. Se si riesce da parte dell’aeroporto militare è possibile”.

Insieme a lui è tornato in Italia anche Domenico Fantoni, esperto di logistica e sicurezza sul lavoro: “Ho iniziato la mia esperienza in Afghanistan nel 2016. Dire di chi è la responsabilità in questi contesti è difficile, troppi soggetti in campo. E’ difficile. Una parte del mio cuore è rimasta accanto ai nostri collaboratori. Sono rimaste persone che confidavano in noi e sperano di poter arrivare in Italia per evitare rischi e la situazione che li sta affliggendo. È stata una evoluzione rapida e siamo ancora travolti dall’emozione. Sono stati momenti molto concitati. Sono felicissimo di essere arrivato in Italia ma lascio il cuore per queste altre persone che speravano in noi”. 

″È stato triste lasciare l’Afghanistan” dice Giuseppe Grandi, direttore dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo, “Quando siamo partiti noi era abbastanza ordinata la situazione ma abbiamo comunque dovuto attendere per il decollo. Tanta gente doveva venire sui voli ma non è venuta. C’è stato anche un tentativo da parte di qualcuno di entrare sull’aereo nostro. Ora grande gioia ed un ringraziamento a tutti. Certo, l’Afghanistan è molto imprevedibile e questo è uno dei classici esempi di imprevedibilità. Ce l’ho nel cuore e non ne uscirà mai”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia