• Lun. Ott 25th, 2021

Red Viper News

L'aggregatore di notizie di Red VIper

La transizione ecologica nell’impasse del finto pranzo di gala

11 August 2021, Brandenburg, Petersdorf: Countless stars shine in the night sky of a brightly lit wind farm. The shooting stars of the Perseids can be seen in the night sky in the first half of August, sometimes every minute. The climax of the meteor stream is expected according to the star friends in the nights to 12. and 13. August. Who looks then with clear sky after midnight in the direction of the east, could see dozens of shooting stars per hour. Photo: Patrick Pleul/dpa-Zentralbild/ZB (Photo by Patrick Pleul/picture alliance via Getty Images)

Parole d’ordine: “pranzo di gala”. D’ora in poi, quando avremo sentito qualcuno pronunciare queste parole associate a transizione ecologica, con l’aggiunta di “non è”, sarà bene diffidare di chi le proferisce, e subodorare propositi di conservatorismo ambientale sotto il velo del realismo.

Quante volte stiamo sentendo o leggendo, in questi mesi, ministri o esperti economico-ambientali mettere in guardia che la transizione ecologica porta con sé grossi rischi di ingiustizie, che può colpire i più deboli, provocare licenziamenti di massa, aggravare insostenibilmente i costi delle bollette energetiche, fino all’ultimo spauracchio di una “crisi sociale che potrebbe sfociare in una crisi politica dagli esiti al momento non prevedibili” (sic Giancarlo Giorgetti sul Corriere del 15 agosto)?

Così come tante volte abbiamo ormai sentito il ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani, uno che per missione del suo dicastero dovrebbe preferibilmente spingere anziché frenare sul green, sostenere che la sua materia potrebbe essere “un bagno di sangue”, che la Motor Valley emiliana sarebbe a rischio per la svolta carbon-free dell’automotive, e che la transizione va portata avanti “in modo graduale”, nonostante la preoccupante corsa del climate change come anche confermata dall’ultimo rapporto IPCC.

Intendiamoci: non si è così ingenui da credere nella fiaba di una transizione senza costi o rischi, ancor più a livello di singolo Paese. Il non detto della narrazione opposta è però ancor più pesante: l’inazione, l’inerzia, i ritardi e le lentezze – volontarie o meno – provocano già, e provocheranno sempre più effetti di pesante ingiustizia sui più poveri e deboli. Questo è l’altro piatto della bilancia: alla “crisi sociale e politica dagli esiti imprevedibili” vagheggiata da Giorgetti va contrapposta una crisi ambientale già iniziata, fatta di eventi climatici estremi, alluvioni distruttive come quella recente in Germania, desertificazione al Sud, scarsità idrica, incendi favoriti dal caldo record, e tanto altro purtroppo.

Se gli sconfitti del “bagno di sangue” paventato da Cingolani sono sì possibili, ma ancora tutti da dimostrare, gli sconfitti del disastro ambientale sono già ampiamente tra noi, anche se dispersi nelle statistiche: si va dai residenti delle zone colpite da frane, smottamenti ed esondazioni, ai coltivatori che perdono o vedono ridotto il proprio raccolto per effetto della siccità, dei roghi e della grandine gigante, fino agli abitanti delle nostre città sempre più inquinate (con il rischio crescente di malattie dell’apparato respiratorio). E questo, senza contare i danni indiretti o meno evidenti ai processi umani, come la perdita della biodiversità (con ripercussioni sul nostro sistema alimentare), il peggioramento della qualità delle acque, del suolo e del sottosuolo per sversamenti, rifiuti e plastiche, e perfino le conseguenze sociali del cambiamento climatico, che porterà a sempre maggiori e frequenti migrazioni di massa, anche verso i nostri confini meridionali.

Quello sopra è soltanto un “bigino” minimo ed elementare per controbattere alla montante retorica dei rischi inaccettabili della transizione ecologica (chi vuole approfondire, può ricercare la teoria dei “confini planetari”).

Un conto è se questi rischi sono evidenziati e analizzati dagli studiosi, con il fine di rendere la transizione più equa e giusta, anzi “just” – che tra l’altro è un meccanismo messo in piedi dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal da ben prima che nascesse questo governo, quindi non certo una scoperta dell’altro ieri.

Un altro conto è se i principali ministri che dovrebbero occuparsi della transizione si esprimono quasi quotidianamente contro di essa, lasciando trasparire assai più perplessità che coraggio. E non sono soltanto parole: fino ad ora, l’operato del ministro alla Transizione Ecologica non è giudicabile se non – appunto – per le tante interviste rilasciate e per il magro bottino del vertice del recente G20 di Napoli su clima, ambiente ed energia.

Non ha torto chi sostiene che, nello stato attuale, l’Italia rischia di uscire sfavorita nella competizione globale se abbracciasse con pieno slancio il cambiamento: la nostra industria, storicamente dipendente dai combustibili fossili (si pensi all’auto) e il sistema produttivo di piccole e medie imprese potrebbero essere meno resilienti nel passaggio alla neutralità carbonica.

Ma il compito di un ministro come Cingolani – si ricordi che il suo super-dicastero è stato creato apposta raggruppando competenze di ambiente ed energia come condizione politica per la nascita del governo Draghi – è proprio quello di escogitare nuovi modelli, soluzioni, incentivi e sostegni per la riconversione, non difendere l’attuale assetto di una Motor Valley italiana poco incline alla svolta elettrica. E non è neppure vero che l’Italia non eccellerebbe in nessuno dei settori chiave della transizione ecologica, come si sente talvolta sostenere con arrendevolezza.

Al contrario, stiamo già eccellendo a livello globale nelle rinnovabili, grazie ad aziende come Enel che nel giro di una decina d’anni – all’incirca gli stessi che ci separano dal 2030, anno del primo grande traguardo del pacchetto “Fit for 55” – hanno saputo ribaltare il proprio modello di business abbandonando le fonti fossili e uno stile di innovazione statico, per investire in generazione elettrica, digitale e open innovation. Questa ormai è storia dell’industria italiana, ben documentata dai business case delle più importanti accademie.

E’ la dimostrazione che cambiare si può, spesso (non sempre) basta volerlo. E se pur appare difficile distinguere tra ciò che non si può e ciò che non si vuole fare, l’impulso più forte proveniente dal decisore pubblico – in questo caso dal governo – dovrebbe essere quello strategico, di indirizzo, ancor più che quello gestionale-burocratico. E’ qui che entra (dovrebbe entrare) in gioco il ministro Cingolani. Se la transizione non è un pranzo di gala, almeno occorrerebbe apparecchiare il migliore tavolo possibile, invece di rinunciare al banchetto o fare gli schizzinosi sul menu.  

  

Articolo proveniente da Huffington Post Italia