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Il lutto e tante altre cose

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Il lutto, la perdita, la scomparsa improvvisa di una persona cara, e poi, la mancanza della persona amata perduta in seguito a un evento tragico, per nulla fortuito, che non c’entra con la natura, con la sciagura capitata in sorte, ma c’entra con l’aggressione, il torto, la rapina, il colpo che non doveva partire. C’entra con lo sparo. C’entra con te. Perché quel colpo partito dalla pistola di qualcuno, mentre non eri presente, è colpa tua, è una conseguenza della tua assenza, e, prima ancora, è un effetto di qualcosa che hai fatto qualche tempo prima, o che non hai fatto, che avresti dovuto fare, che non hai potuto fare. Il lutto, perciò, viene e tu non sai che fare. Non muori, resti lì, inerme, osservando le cose proseguire, accettando quel che viene, facendo nulla perché l’orizzonte degli eventi, nella sua pur minima parte, dipenda da te. Da te non dipende niente perché tu non senti più niente. Questi sono alcune delle sensazioni che si provano durante la lettura (e anche dopo averla conclusa) di Lutto di Edgardo Scott (Arkadia, 2021, traduzione di Alessandro Gianetti). Scott è autore di un romanzo breve, intenso e decisamente fulminante.

«È strano, nessuno vuole dimenticare, ma nessuno vuole neppure ricordare la madre di Valeria e la sua morte sciagurata. Nessuna delle due cose è possibile. Non è puro l’oblio e non è pura la memoria».

Scott è poco più che quarantenne, e fa parte di quella vasta mappa di nuovi scrittori sudamericani che alimentano la tradizione della letteratura di quelle terre, tentando (come si conviene) qualche modifica, uno scatto in avanti. Lo scatto qualche volta riesce, come nel caso di Scott, che ha all’attivo una produzione già abbastanza ampia di racconti, saggi e romanzi. Lo scrittore è nato fuori Buenos Aires, a Lanús, nella periferia in cui nacque Diego Armando Maradona (che più passa il tempo, anche adesso che è morto, è più diventa una figura letteraria), e le storie che racconta si muovono in un campo che osserva la capitale soltanto di lato, la rende partecipe ma non protagonista, lavora come un Onetti in minore, occupandosi di polvere, oblio, sgomento, dissolvenza, indolenza, apatia.

«E, dove Chiche vedeva la cima di quell’immenso albero che non era un albero, ora c’è un grande vuoto. Anche se in verità il vuoto non era tale, non era assoluto, perché in effetti esiste già un altro paesaggio. Un paesaggio nuovo e impoverito».

Un uomo e una donna che potremmo definire abitudinari hanno un negozio di elettrodomestici e arredi da qualche parte fuori Buenos Aires. Lui apre al mattino, la moglie lo sostituisce nella tarda mattinata, fino alla pausa pranzo. Lui in quelle ore va a in bici. La moglie chiude, pranzano, lui riapre per il pomeriggio, e così fino a sera, e così tutti i giorni. Hanno una figlia. Un giorno, Chiche (così si chiama l’uomo) è fuori in bici come sempre, la moglie è dietro il bancone, attende oziosa l’orario di pausa, non ci arriverà, c’è una rapina, una mossa avventata di suo marito, la morte. Qui comincia il lutto, qui comincia davvero la storia che Scott vuole raccontarci.

Cominciano una serie di capitoli più o meno brevi che scandiranno il tempo, ore, giorni e anni, con Chiche e il suo negozio al centro della scena. Nulla accade se non una ritualità mai cercata veramente, ma che c’è. Pochissimi clienti nel negozio, le uniche chiacchiere sono con Miguel. Un altro uomo solitario pieno di malinconia e dolore, mai mostrati, lasciati all’intuizione del lettore. Chiche è talmente preda del suo inconsapevole sconforto che nemmeno riesce a chiamare “amico” l’unico che ha. Il tempo scandito dai compleanni di Valeria, la figlia, dal tredicesimo a quelli dell’università a Baires, dell’amore. Con Valeria neppure Chiche riesce ad avere un rapporto, lascia passare gli anni vietandole le feste, gli incontri con i coetanei fuori di casa. L’unico dialogo che mantiene prevede dei no, tutto deve stare fermo. E ferma è l’aria pure nelle relazioni sentimentali, abitudinarie, senza slanci, senza futuro.

«Quanto dura il cordoglio, il lutto o come lo si vuol chiamare? Quanto tempo deve durare? Sarebbe continuato per tutta la vita?»

Edgardo Scott sceglie di raccontare il peso di un’assenza e cosa comporta nella vita di chi resta. Pur con la lentezza della periferia argentina, negli anni appena successivi alla dittatura, le cose si muovono, solo Chiche resta fermo, si riflette in un cantiere abbandonato, poi aperto, poi riabbandonato; nei cani randagi che vanno, vengono, sonnecchiano, muoiono. Immobile nella scelta ripetuta delle videocassette dei film d’azione. Statico nell’osservare la crescita della figlia senza capirla, senza goderne un solo istante. Chiche si ritrae in sé stesso, senza saperlo, senza comprenderlo. Accumula giorni senza viverli mai sul serio, perché la vita è perduta.

Lutto è un romanzo molto riuscito, alla base della ricerca dello scrittore argentino pare muoversi una visione che è, allo stesso tempo, una certezza e una domanda: quando perdiamo qualcuno non celebriamo il lutto ricordandolo, ma dimenticandoci di noi.

 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia