• Mar. Ott 26th, 2021

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Festival rossiniano di Pesaro, menzione speciale per Moise et Pharaon

Il quarantaduesimo ROF, il Festival rossiniano di Pesaro (9-22 agosto) ha potuto finalmente tornare a svolgersi in presenza del pubblico, anche se pesantemente falcidiato dalle restrizioni del Covid-19, e ha festeggiato presentando nuovi allestimenti per ciascuna delle tre opere in cartellone.

Moise et Pharaon

 

“Moise et Pharaon” è la rielaborazione per il teatro francese del “Mosè in Egitto”, che fu accolto a suo tempo a Parigi con un successo trionfale. Era il titolo centrale del programma ed è stato sicuramente quello di maggior successo. Pierluigi Pizzi ha dato il meglio di sé, le inevitabili leziosità si sono inserite bene nel contesto e la sua regia ha tenuto il passo con quella, storica, del “Mosè” di Graham Vick, alla cui memoria era quest’anno dedicato il Festival. Scene giocate sui toni del grigio, con lampi di colore a sottolineare i passaggi drammatici e invenzioni ingegnose come per il crollo della piramide e il passaggio del Mar Rosso, le cui onde argentee occupavano l’intero fondale della scena. La coreografia del lungo balletto (ma si sa, la “grande opéra” non sapeva farne a meno) è stata forse l’unico punto discutibile. Giacomo Sagripanti ha diretto con precisione l’orchestra nazionale della RAI con una lettura coesa dei quattro atti; Roberto Tagliavini (Moise) e Erwin Schrott (Pharaon) hanno dato ampia prova del loro mestiere, con il secondo una punta più in su del primo, e Eleonora Buratto (Anai) ha messo in mostra una forza vocale che ha fatto dimenticare qualche rigidità e aiutato a coprire le performance più esitante dell’Aménophis di Andrew Owens. La vera sorpresa è stata però la Sinaide della giovane (ventisette anni) Vasilisa Berzhanskaya, che al suo debutto sulla scena pesarese ha dominato la scena per potenza vocale, capacità espressiva e tensione drammatica, riscuotendo una ovazione del pubblico. Si era messa in luce già qualche anno fa nel “Viaggio a Reims” degli allievi dell’accademia rossiniana, che si conferma ancora una volta come una straordinaria fucina di nuovi talenti.

Il signor Bruschino

 

“Il Signor Bruschino” è una delle più divertenti fra le opere giovanili di Rossini e la sua sinfonia viene ripresa spesso in mille varianti. Al ROF è stato rappresentato più volte; la curiosità per questa edizione affidata al duo che va per la maggiore di Barbe e Doucet è andata presto delusa. Liberare l’opera da polvere e incrostazioni è doveroso, ma c’è un limite all’innovazione: trasformare il castello in una barca con tanto di scialuppa beccheggiante accanto, è un’operazione di cui si fa fatica a capire il senso mentre l’azione, spostata quasi interamente sul limite sinistro della scena, obbligava parte del pubblico a continue contorsioni. Il paragone con la riuscitissima edizione di Luigi de Filippo di qualche anno fa è stato impietoso…Michele Spotti ha assicurato una onesta direzione della Filarmonica Gioacchino Rossini, con un cast di buona qualità ma senza spicchi, in cui si sono distinti il Gaudenzio di Giorgio Caoduro e il Florville di Jack Swanson. 

Elisabetta Regina d’Inghilterra

“Elisabetta Regina d’Inghilterra” era l’altra opera seria del ROF 2021. Davide Livermore lo si ama o lo si detesta e la sua regia è stata anche stavolta molto controversa. L’idea era di richiamare nella sceneggiatura l’Inghilterra e la sua Corte di oggi e a questo dovevano servire i sorvoli di caccia Spitfire della seconda Guerra Mondiale e le apparizioni del cervo reso famoso dal film con Helen Mirren; peccato che la Regina, più che la sovrana attuale facesse venire in mente la vecchia Regina Madre, che Norfolk fosse un Churchill poco credibile, le uniformi militari facessero pensare soprattutto all’operetta e il continuo passaggio di cameriere svolazzanti intente a pulire e spolverare avesse un che di alberghiero. Il gioco delle luci era abile e i colori seducenti, come è sempre con Livermore; resta da capire quale fosse il suo rapporto con un drammone di violenza, passione e potere e quanto, invece, non abbia distratto l’attenzione in un tripudio cromatico slegato dal contesto. La direzione di Evelino Pidò con l’orchestra nazionale della RAI ha avuto qualche esitazione e la bravura di Salome Jicia (Matilde) non è bastata a sollevare le sorti di un cast in cui ha meritato una menzione solo il Leicester di Sergey Romanowski.

Al ROF di Pesaro è a volte difficile fare una scelta fra le tre opere in programma; quest’anno invece la scala dei valori è apparsa chiaramente. Un’ultima menzione merita il Coro del Teatro Ventidio Basso che, sotto la direzione di Giovanni Farina, è cresciuto di anno in anno ed è ormai una realtà capace di tenere testa ad altri e più blasonati complessi.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia