• Sab. Ott 23rd, 2021

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Effetto Afghanistan. Il rischio di una forte scossa sull’intera regione

Kabul è da poco più di 24 ore in mano ai Talebani, così come gran parte dell’Afghanistan. Non esistono altre opzioni: dopo vent’anni di presenza degli occidentali, il Paese tornerà nelle mani dei fondamentalisti. Quanto ciò inciderà sulla vita dei civili, e di donne e minoranze in particolare, in parte già si vede. A poco servono le rassicurazioni dei combattenti se poi da città e province arrivano notizie di donne costrette a indossare di nuovo il burqa, di liste di nubili e vedove da dare in spose ai miliziani, di persone che hanno collaborato con gli occidentali in preda al terrore e in attesa di essere – forse – accolti. E così, mentre in poche ore le sorti dell’Afghanistan sono state stravolte – complice la resa totale dell’esercito afghano e l’addio del premier  Ashraf Ghani – gli altri Paesi, che hanno assistito inermi all’avanzata inarrestata più che inarrestabile dei talebani, dovranno fare i conti con un governo nuovo. Un nuovo emirato, lo hanno chiamato i diretti interessati. Ma la presa del potere da parte dei fondamentalisti quanto influenzerà la regione in cui l’Afghanistan si colloca? E quanto, di riflesso, la comunità internazionale? Non è ancora, forse non lo sarà mai, il tempo delle certezze, ma una risposta si può iniziare a ipotizzarla, partendo dai Paesi principalmente interessati a quanto accade in Afghanistan: Iran e Pakistan

“La sconfitta dell’esercito degli Stati Uniti e il suo ritiro dall’Afghanistan devono essere utilizzati come un’opportunità per rilanciare la pace e la sicurezza nel Paese in modo definitivo”, ha detto il presidente iraniano Ebrahim Raisi, citato dall’agenzia Fars. “Teheran farà ogni sforzo per garantire la stabilità in Afghanistan, che oggi rappresenta la priorità. Come Paese vicino e fraterno, l’Iran invita tutti i gruppi afgani a fare il possibile per il raggiungimento di un compromesso nazionale”, ha aggiunto Raisi, spiegano ancora che, “monitorando gli sviluppi, l’Iran resterà impegnato in relazioni di buon vicinato con l’Afghanistan”. Difficile, però, si vada oltre il buon vicinato. Perché, se la partenza degli Usa per Teheran può essere un sollievo, i talebani rappresentano un preoccupazione.

“Sono nemici storici degli iraniani, negli anni prima che arrivassero gli Usa sono stati a un pelo dalla guerra. Ora che sono arrivati al potere, quello possono puntare è una convivenza più o meno pacifica con Teheran”, spiega all’Huffpost Nicola Pedde, Direttore dell’Institute of Global Studies (IGS) di Roma. L’Iran nelle prossime settimane si troverà ad affrontare due grandi questioni: l’immigrazione, massiccia, dall’Afghanistan e il rischio di una ripresa forte del traffico di stupefacenti. “Già oggi in Iran ci sono poco meno di tre milioni di afghani, di cui solo 900mila sono regolari. Un’eventuale nuova ondata migratoria rappresenterebbe un elemento di difficoltà per il neopremier Raisi, che dovrà amministrare un Paese già in piena crisi Covid”.

La situazione è tale che difficilmente i migranti afghani riusciranno ad ottenere a Teheran l’accoglienza ricevuta negli anni passati: “Sono già stati costruiti tre campi temporanei al confine. Sembra chiaro che le autorità iraniane non vogliano ripetere l’esperienza dei decenni passati”, dice all’Huffpost Andrea Dessì, direttore del programma di politica estera italiana dell’Istituto affari internazionali. Se da un punto di vista istituzionale, quindi, i rapporti con i talebani potrebbero tradursi in mere, e necessarie, relazioni di buon vicinato, ai civili afghani potrebbero essere chiuse le porte. 

Non solo verso l’Iran si sposteranno i cittadini che vogliono scappare dai fondamentalisti. “Il Pakistan, su questo molti analisti sono d’accordo, sarà il Paese che risentirà di più della situazione in Afghanistan, perché c’è mobilità tra i due stati”, dice all’Huffpost Aldo Ferrari, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia e direttore del Programma di Ricerca su Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’Ispi. “Il Pakistan – ci spiega Pedde – è stato l’attore più ambiguo finora, per i rapporti che ha avuto in particolare con due fazioni di talebani”. Il punto è: ora che devono crearsi equilibri nuovi e che chiunque stringerà rapporti diplomatici buoni con Kabul non sarà visto di buon occhio dall’Occidente, cosa farà Islamabad?  “Dovrà giocare a carte scoperte e ciò potrebbe compromettere la credibilità del Paese – prosegue il direttore dell’Igs – bisogna poi considerare che al Pakistan un Afghanistan diviso faceva comodo, il fatto di trovarsi di fronte a un’autorità centrale in cerca di legittimità sarà un problema per il governo pakistano”. Il governo di Islamabad “rischia grosso – aggiunge Dessì – resterei molto sorpreso se riconoscesse subito l’autorità talebana”. Perché, come l’Arabia Saudita, non può prescindere dai suoi rapporti con gli Stati Uniti. 

E che ruolo avranno le ex repubbliche sovietiche che confinano con l’Afghanistan? “Per ora stanno facendo da ponte aereo per far allontanare i cittadini che devono partire dall’Afghanistan”, fa notare Dessì. “Questi Paesi – precisa Ferrari – sono preoccupati dall’avanzata dei talebani, perché temono il loro radicalismo. Del resto sono musulmani ma lontani dall’estremismo. C’è da dire, però, che già negli anni ’90 il fondamentalismo dei talebani non fu esportato oltre l’Afghanistan. I Paesi del centro dell’Asia cercheranno di fare in modo che non accada neanche adesso”. 

 

Non solo i Paesi confinanti dovranno avere rapporti con i talebani. E proprio per questo gli occhi sono puntati sulle grandi potenze. La Russia ha deciso di non lasciare l’ambasciata di Kabul e da Mosca trapelano esternazioni che sembrano voler infondere ottimismo: “I Talebani hanno promesso alla Russia che costruiranno un Afghanistan “civilizzato, libero dal terrorismo e dal traffico di droga”, ha sostenuto l’ambasciatore russo a Kabul Dmitry Zhirnov, citato da Interfax. La leadership russa prenderà poi “una decisione sul riconoscimento del regime del movimento talebano a seconda di quanto responsabilmente governerà il paese”. Per Aldo Ferrari, l’atteggiamento di Mosca si spiega facilmente: “Non è un caso se l’ambasciatore russo è rimasto a Kabul. La Russia ha un atteggiamento realista per quanto riguarda la politica estera. A Mosca non sono contenti che i talebani hanno preso il potere, ma semplicemente fanno i conti con il fatto compiuto. Del resto i talebani non sono marziani, ma il movimento politico e militare che in questo momento è più forte in Afghanistan e con loro tutti, non solo la Russia, dovranno fare i conti”. È possibile che la Russia voglia approfittare del voto di potere lasciato dagli Usa per ripristinare un’egemonia sull’area? “Possibile, certo – risponde Ferrari – ma difficile che ci riesca. Del resto, la Russia ha un problema storico con l’Afghanistan, dai tempi dell’invasione”. I russi, spiega invece Pedde, “hanno capito che rischiano meno di altri e che, almeno per il momento, i talebani pur di avere una legittimazione, si guarderanno dal fare massacri, il fatto che abbiano lasciato l’ambasciata aperta è un segnale politico, ma solo quello. Perché a Mosca avere un’egemonia su Kabul non interessa. Perché l’Afghanistan, tomba degli imperi, non interessa più a nessuno”. 

 A essere interessata all’Afghanistan, o meglio a un rapporto con i talebani, sembra invece Pechino: “La Cina ha interessi commerciali ed economici nell’area – spiega Dessì – e questo facilmente la porterà a riconoscere il nuovo regime di Kabul”. Se anche per Ferrari è molto probabile che la Cina vorrà estendere la sua egemonia sull’Afghanistan, Pedde è più scettico sul punto: “Io ci andrei cauto. Non sono nelle condizioni di investire in Afghanistan. I cinesi hanno un solo interesse: che non si verifichi una saldatura tra talebani e Uiguri. Soddisfatta questa esigenza, non credo che abbiano mire ulteriori”.

L’ondata migratoria che si prospetta potrebbe non essere solo regionale. Anche se non vedremo gli stessi numeri della Siria, le persone che vogliono sfuggire dal regime dei talebani potrebbero decidere di spostarsi verso la Turchia, per tentare la rotta balcanica. A quel punto l’Europa dovrà decidere il da farsi, tenendo in considerazione il fatto che per lo più si tratterà di richiedenti asilo. “Molte persone cercheranno di lasciare l’Afghanistan e dobbiamo fare di tutto per aiutare i Paesi” confinanti “a sostenere i rifugiati”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Il tema ci riguarderà a lungo”, ha continuato sottolineando che bisogna “lavorare con la Turchia”. Ma questa volta, ne è convinto Pedde, non sarà come per la Siria: “Io dubito che Erdogan si presterà ad avere lo stesso ruolo avuto durante la migrazione da Damasco. Penso che questa volta punterà a non far entrare i migranti entro i suoi confini e basta. Ad Ankara, complici i problemi interni, hanno paura di nuova ondata e si sono organizzati per tempo”. Se anche Erdogan dovesse decidere di collaborare con l’Europa, mette in guardia Dessì: “Sappiamo tutti cosa vuole in cambio e dobbiamo essere coscienti, anche in questa situazione, delle logiche di scambio e di potere”. Quello che non dovrebbe neanche essere immaginato, conclude l’esperto dello Iai, è che l’Europa possa mandare indietro i rifugiati. “I rimpatri vanno assolutamente bloccati”. Non tutti i Paesi dell’Ue, però, sembrano al momento voler seguire questa linea.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia