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È stata una Caporetto, ma non una guerra d’occupazione

epa09415308 Taliban patrol in Kandahar, Afghanistan, 15 August 2021. The Taliban have reached the outskirts of Kabul, the capital city of Afghanistan, where the Afghan government reported there have been shots heard, although the insurgents said they will not enter the city by force and are negotiating a peaceful transition of power. After capturing a majority of the country, the Taliban issued a statement asking their fighters to not fight in Kabul and stand by the city’s entrance without attempting to enter by force. EPA/STRINGER

Non è una Caporetto. Allora i nostri nonni ritrovarono metodo e coraggio fino al riscatto. Oggi il disastro afghano è definitivo. E tristissimo. Ci vorrà tempo per valutare compiutamente la portata del fallimento dell’America e dell’Occidente nella più lunga operazione militare dell’ultimo secolo.

Al momento, mentre gli stranieri lasciano precipitosamente Kabul e molti afghani disperati cercano una via di fuga, il nuovo corso talebano comincia a segnare il territorio. Le donne sono scomparse dalle strade, le immagini ritenute sacrileghe imbiancate da zelanti promotori della morale, i palazzi del potere occupati da miliziani con sandali e kalashnikov che non hanno avuto bisogno di combattere. Chi li doveva contrastare o almeno arginare è scomparso, come i Vopos quando si aprì un varco nel muro di Berlino. Con la differenza che il crollo del muro significava libertà, la vittoria dei talebani il contrario.  

Molti avevano messo in conto una caduta di Kabul, nessuno ne aveva previsto i tempi rapidissimi. L’esercito regolare afghano, formato dalla Nato, si è liquefatto come neve al sole di fronte all’avanzata dei talebani. Eppure sulla carta l’esercito contava sul triplo delle forze degli insorti, a riprova del fatto che per vincere le armi sono importanti, ma la motivazione lo è ancora di più. La lista degli errori è lunga e andrà analizzata senza veli, fino all’accordo di Doha voluto da Trump e assecondato da Biden, che ha demoralizzato le forze governative afghane e ne ha affievolito la lealtà.

Ora comunque è difficile negare la disfatta e i suoi effetti perversi si sentiranno a lungo. La scelta di Washington, pur se favorita dall’opinione pubblica americana stanca di un impegno militare sanguinoso e costoso, tocca la credibilità internazionale degli Stati Uniti, la capacità di sostenere gli alleati e di condividere fino in fondo con loro – compresi gli europei – strategie e tattiche. Si rafforza il ruolo di Turchia e Russia, non a caso rimaste a Kabul con una presenza militare e diplomatica. Si affaccia più visibilmente la Cina, certo soddisfatta per il ritiro occidentale e interessata a una sinergia con Afghanistan/Pakistan in funzione anti-indiana, sempre che i vecchi/nuovi padroni del vapore a Kabul escludano ogni ipotesi di collegamento con gli uiguri in Xinjiang. Pechino ragiona in termini di potere, la questione dei diritti e della legalità non è pervenuta.

 

Ne esce malconcia la Nato, società incapace di interloquire con l’azionista di maggioranza, nonostante il contributo dei soci europei. Meglio tacere poi sull’Europa, inesistente più che assente, prigioniera delle sue divisioni e dell’illusione che aiuti e auspici possano sostituire una vera politica estera e di sicurezza comune. Nell’anno dedicato alla conferenza sul suo futuro, l’Ue dovrebbe riflettere con severità su questa amara lezione. Tutto il quadro, ammettiamolo, è molto doloroso, così come angoscia il pensiero delle bambine afghane cacciate dalle scuole e delle donne ridotte a oggetti invisibili da possedere, oltre che delle brutalità e delle sopraffazioni talebane negli anni e, si ha ragione di temere, sempre attuali. Il tristissimo Ferragosto di Kabul è uno spartiacque nella storia dell’Afghanistan, dovrebbe esserlo anche per l’Occidente, per quello che vogliamo e possiamo fare in un mondo con usi diversi da quelli della buona creanza. 

In ogni caso, per i bilanci occorre essere lucidi. Oggi qualcuno, forse non ricordando bene che cosa era l’Afghanistan da cui venti anni fa partì l’attacco contro le Torri gemelle, quando fummo tutti americani, denuncia la “guerra d’occupazione” degli occidentali. Ma davvero l’impegno di chi ha lavorato, forse male, forse poco, ma sicuramente con l’idea di stabilizzare, non di colonizzare, può considerarsi un atto di “occupazione”? Chi ha aperto scuole, ospedali, strade, chi in questi anni ha liberato energie vitali e contribuito a dare dignità almeno a una parte del Paese può veramente essere bollato come “occupante”? Chiediamolo agli afghani che stanno scappando in massa, anche cercando di aggrapparsi agli aerei, e con cui dobbiamo essere solidali.

Infine, per cercare di vedere le cose obiettivamente, meglio evitare di dare improvvide patenti di “onestà” ai nuovi responsabili afghani. La voglia di correre coraggiosamente in soccorso del vincitore è sempre diffusa, specie da noi, ma in questo caso fermiamoci in tempo. Dietro la presunta “onestà” purtroppo il rischio molto, molto concreto è di assistere ancora a violenze e soprusi del tutto inaccettabili.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia