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La politica che trasforma gli ammortizzatori sociali in vitalizio

Chi teme di veder perpetuato, senza cambiamenti, il reddito di cittadinanza, in ossequio al principio per cui nessun governo disconoscerà i diritti costituiti dal precedente, non sa che un rischio maggiore si annida nella delicata transizione della democrazia italiana: quello di duplicare l’irresponsabile filosofia distributiva e dissipativa del vitalizio. Perché la riforma degli ammortizzatori sociali si annuncia come l’occasione per confermare una volta di più l’abbraccio esiziale tra le politiche del welfare e la raccolta del consenso. Ci sono tutti i presupposti per temerlo. Il primo è il tessitore della trattativa tra il governo e le parti sociali: Andrea Orlando, ministro del Lavoro e maestro di riforme che sortiscono effetti opposti a quelli dichiarati. Da guardasigilli del governo Renzi, promise nuove e più giuste regole per la giustizia, per le intercettazioni e per l’ordinamento  penitenziario. Restarono tutte nel cassetto, dal quale uscì invece, pienamente sdoganato, il famigerato virus informatico Troyan, insieme con gli strumenti eccezionali dell’antimafia estesi ai reati contro la pubblica amministrazione. Così come voleva la più spregiudicata magistratura inquirente.

Oggi ci riprova con i cosiddetti ammortizzatori sociali. L’obiettivo ufficiale è assorbire gli effetti della crisi aperta dalla pandemia e assecondare la transizione produttiva che ci aspetta, facilitando la riqualificazione e il reinserimento dei lavoratori espulsi. La direzione imboccata però è tutt’altra: mettere in piedi una nuova gigantesca macchina di sussidi pubblici, che cristallizzi la crisi e la carichi sulle spalle del bilancio dello Stato, cioè sul debito che pagheranno i figli e i nipoti. Il ritorno per la politica è ancora una volta la fidelizzazione del consenso, al prezzo di otto-nove miliardi di euro all’anno. Sarebbe il reddito di cittadinanza bis, una potente leva di diritti sociali, stavolta nelle mani del Pd, capace di recuperare la fiducia perduta dei ceti popolari e di rinsaldare il collateralismo sindacale.

Ma per il Paese sarebbe una camicia di forza, con cui soffocare la fragile spinta dell’economia e della società a rinnovarsi. A cucirla è una cassa integrazione straordinaria che, nelle intenzioni del ministro, si applichi a tutti i settori e a tutte le imprese, anche a quelle pulviscolari del piccolo commercio come i bar, fino al lavoro a domicilio. Ma soprattutto si estenda alla cessazione dell’impresa per un tempo che, di deroga in deroga, può diventare infinito. 

Un ammortizzatore così concepito è una contraddizione in termini. Perché cessa di essere un mezzo per mantenere il rapporto di lavoro in attesa della ripresa produttiva, e diventa l’artificio per giustificare un’occupazione fittizia di un’impresa che non esiste più. Magari in attesa che intervenga lo Stato nel capitale, o piuttosto che i lavoratori espulsi passino dalla cassa alla Naspi, e poi alla pensione, senza subire alcun contraccolpo.

C’è un presupposto ideologico dietro questa deriva. È l’idea che l’impresa non debba morire mai, anche se manchino le condizioni minime per la produzione di valore, anche se manchi del tutto un mercato. Perché il lavoro non sarebbe una variabile economica, ma piuttosto un diritto da costituire e garantire per legge. È la stessa filosofia dello stop ai licenziamenti, il più lungo d’Europa, e dei vincoli del Decreto Dignità al lavoro a tempo, che hanno avuto l’effetto di espellere dal mercato le donne e i giovani, scavando un solco tra i generi e le generazioni.

Ma è anche una logica che incontra da sempre l’adesione, o comunque la connivenza, di sindacati e imprese, entrambi surrogati dallo Stato nella gestione degli esuberi strutturali. Ci sono aziende che, negli ultimi trenta-quarant’anni, hanno maturato una quota media del 20 per cento di personale di troppo, tenuto in piedi dalla finanza pubblica. Una simile cronicizzazione della cassa integrazione può ancora definirsi un ammortizzatore sociale? Non è piuttosto una socializzazione delle criticità industriali, che ha un impatto drammatico sulla produttività?

Per non parlare di quelle imprese per cui la cassa integrazione è stata l’illusione di un finto risorgimento post mortem. È il caso della salentina Harry’s moda. Nata nel 1967, chiusa nel 1979, ma di fatto tenuta in piedi dal vitalizio pubblico fino alla fine degli anni Novanta, quando molti dei duemila addetti sono passati dalla cassa alla pensione senza mai più mettere piede in azienda, ma percependo un secondo salario in nero per tutta la vita. A ogni scadenza del vitalizio partiva un pullman, riempito dal sindacato, all’indirizzo del Ministero del Lavoro. E una nuova proroga veniva accordata.

La storia della Prima e della Seconda Repubblica consolida la tendenza a usare denaro pubblico per comprare consenso. Due volte negli ultimi trent’anni la politica ha provato vergogna per questo dissennato baratto. Nel ’91 e nel 2015, quando si è tentato per legge di porre un tempo limite alla cassa integrazione oltre la chiusura delle imprese. Due anni al massimo, stabilì il Jobs act, tre se si applica il contratto di solidarietà. Poi è arrivato Di Maio e con il suo Decreto Dignità ha reintrodotto la cassa per cessazione, cioè un’assistenza sine die, di continuo ricontrattata tra la politica e i sindacati.

Non accade in nessun posto al mondo. Meno che mai nella maggior parte dei paesi europei, dove, se perdi il posto, ti soccorre un sostituto del reddito, che ti consente di affrontare serenamente, ma con impegno, un percorso di formazione e di reinserimento lavorativo. Perché si favorisce al tempo stesso la morte delle imprese inefficienti e senza mercato, e la circolazione della manodopera espulsa. In Germania il sussidio è erogato da un’agenzia di politiche attive che si occupa della ricollocazione e, in cambio dell’impegno a reinventarti, ti assume e ti corrisponde uno stipendio, che non è né un diritto né un obolo, ma un investimento su un progetto comune. Può durare due anni, trascorsi i quali senza successo il lavoratore esce dall’ammortizzatore sociale ed entra nel sistema di lotta alla povertà, elargito dai servizi sociali. Ma un simile esito, assai raro nella prassi, è assunto come un fallimento dal sistema.

La cassa integrazione che si sta ridisegnando in Italia è invece una rendita blindata e improduttiva. Anzitutto perché è incompatibile con qualunque altro reddito. Vuol dire che la perdi se torni a lavorare. E perché mai dovresti scapicollarti per trovare un posto ufficiale, se non hai l’incentivo a cumulare almeno una parte del sussidio con il nuovo stipendio? Meglio restare attaccato alle mammelle dello Stato e poi magari succhiare un salario integrativo dal lavoro nero. Di più, la cassa è priva di condizionalità. Vuol dire che non è collegata a un dovere di formazione e a una valutazione del percorso compiuto dal lavoratore, e non è erogata dall’ente che si occupa della ricollocazione, cioè lo scalcagnatissimo centro per l’impiego. Ma è in carico alla Previdenza. E se paga la Previdenza, perché mai il collocatore dovrebbe denunciare furbizie e manchevolezze del lavoratore?

Vi chiederete, a questo punto, come mai non esista un rapporto tra l’assistenza e le politiche attive, cioè tra la distribuzione del sussidio e l’impegno a ricercare un lavoro. Se la cassa fosse il corrispettivo di un progetto sulla ricollocazione, sarebbe ripagata dal lavoratore con il suo impegno nella formazione. E non sarebbe più spendibile come contropartita del consenso elettorale. Perciò deve restare un diritto acquisito e incondizionato. Perciò la distribuzione dei fondi e le strategie di ricollocazione si discutono in tavoli separati, secondo una priorità scontata: prima ci si divide la torta, poi si parla di formazione. Prima la sostanza, poi la moina.

Questa logica è la sedazione profonda del mercato del lavoro. Alla vigilia di una transizione produttiva che farà scomparire molte imprese, né farà nascere di nuove e ne riconvertirà parte di quelle che restano, la sedazione profonda è un vero suicidio assistito. Dovremmo imparare a trasferire i lavoratori dalle competenze obsolete a quelle utili a governare i nuovi processi. Invece li mettiamo in un limbo dell’assistenza eterna che li condanna all’apatia e che, viste la portata dei cambiamenti in atto, rischia di essere sempre più affollato.

Che dice Draghi? Per ora si tiene alla larga da questa palude. Gira attorno al reddito di cittadinanza con qualche battuta sui principi e ignora del tutto la riforma degli ammortizzatori sociali. Ma sa che dovrà metterci mano, perché con l’autunno le crisi industriali saranno i primi nodi al pettine del sistema. E che dicono i partiti del centrodestra che, pure, di questi tempi, rivendicano la loro presunta matrice liberale? Perduti nelle sterili polemiche sul Green Pass, rinunciano a governare i processi che contano, e che viaggiano sotto traccia in una prudente logica di scambio tra i due alleati della defunta maggioranza giallorossa: il Movimento Cinquestelle, abbarbicato al suo vitalizio come l’ultima trincea da non perdere, e il Partito democratico, che pure nel 2018 condusse l’intera campagna elettorale per dimostrare che il reddito di cittadinanza era l’antitesi del reddito di inclusione, introdotto dal governo Gentiloni. Oggi dice, per bocca del vicesegretario, nonché economista, Irene Tinagli, che lo spirito delle due misure è lo stesso. E intanto cuce la tela che può restituirgli un radicamento in quel mondo del lavoro operaio, da cui risulta da anni disconnesso. Perché in questa babele di buone intenzioni e cattive abitudini, ogni falange che si rispetti vede e progetta uno spicchio di futuro in una leva del consenso tutta sua. Quando si dice le grandi visioni…

 

 

Articolo proveniente da Huffington Post Italia