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Il Mediterraneo travolto dagli incendi. La crisi climatica e l’importanza della prevenzione

Brucia il Mediterraneo. Un giorno dietro l’altro ci arrivano notizie di nuovi roghi al ritmo con cui persiste sul Sud-Europa, sui Balcani e sul Nord-Africa l’ondata di calore che da settimane accompagna le nostre giornate. Davanti ai nostri occhi in rapida successione le immagini rosso fuoco della Turchia, dei boschi, delle campagne e dei borghi della Sardegna, della Madonie e dell’area intorno a Catania in Sicilia, dell’Aspromonte in Calabria, della costa adriatica, delle periferie di Atene, dell’antica Olimpia, dove sono nati i Giochi Olimpici, delle isole greche, dell’Algeria. In questi primi sette mesi, in Europa ha preso fuoco più del 50% delle superficie che in media è bruciata negli ultimi 12 anni.

Il Mediterraneo si sta trasformando in un hotspot di incendi, ha dichiarato in un post sul suo sito il servizio di monitoraggio dell’atmosfera Copernicus (CAMS) che, per conto della Commissione europea, monitora gli incendi gravi nell’area del Mediterraneo. Tra il 2006 e il 2016, circa 48.000 incendi boschivi avevano bruciato 457.000 ettari all’anno nei cinque Stati del Sud-Europa più colpiti (Spagna, Francia, Portogallo, Italia e Grecia). Nel 2017 e 2018 le fiamme avevano bruciato un’area che si estende dalla Turchia alla Spagna e i paesi dell’Europa centrale e settentrionale, provocando centinaia di vittime.

 

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C’entra il cambiamento climatico con questi eventi estremi? Sono sempre in più a porsi questa domanda soprattutto dopo – nel solo mese di luglio – le ondate di calore e gli incendi negli Stati Uniti e nel Canada, le inondazioni in Germania e Belgio, nel Centro-Europa, e nella città di Zhengzhou in Cina (dove ha piovuto in un giorno quanto piove di solito in un anno, causando danni per oltre 10 miliardi di dollari), gli oltre 200 incendi in Jacuzia, in Russia che, secondo Greenpeace, da soli sono pari a tutti quelli che stanno divampando sul pianeta messi insieme. 

Per quanto sia sempre difficile creare attribuzioni dirette tra eventi meteorologici estremi e cambiamento climatico, secondo gran parte degli esperti gli incendi – che siano di origine dolosa o provocati da fulmini – sono stati alimentati dalla siccità e dalle ondate di caldo. Come scrivevamo a proposito degli incendi che hanno devastato la Siberia e l’Africa Centrale due anni fa di questi tempi, il rapporto tra incendi e cambiamento climatico è come un cane che si morde la coda. Il riscaldamento delle temperature può incrementare l’eventualità che ci siano incendi di grandi entità e difficili da arginare su scala mondiale. A loro volta, gli incendi contribuiscono ai cambiamenti climatici perché rilasciano anidride carbonica e possono distruggere alberi e vegetazione che producono ossigeno mentre immagazzinano le emissioni presenti nell’aria. Nonostante le emissioni di carbonio per gli incendi siano diminuite negli ultimi decenni, grazie anche a una migliore prevenzione, i roghi sono così intensi da impedire la ricrescita delle foreste, con gli effetti che immaginiamo sull’immagazzinamento di Co2.

E, in assenza di politiche di adattamento al cambiamento climatico da parte degli Stati che continuano a fare grandi proclami e scelte al ribasso, gli scenari futuri sono destinati a peggiorare. “Un’espansione delle aree a rischio incendio e stagioni degli incendi più lunghe sono previste nella maggior parte delle regioni europee”, ha affermato l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA).

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C’entra il cambiamento climatico?

Per i non addetti ai lavori, la raffica di eventi meteorologici estremi degli ultimi due mesi può sembrare l’ovvia conseguenza dell’aumento delle temperature medie – e qualcosa su cui molti scienziati hanno messo in guardia da anni.

Il mese di luglio è stato il secondo più caldo mai registrato in Europa (il terzo a livello globale). In Grecia e nel Sud Italia le temperature sono prossime ai 47 gradi. L’11 agosto a Siracusa sono stati registrati 48,8 gradi. “Se il dato verrà validato, dopo le opportune analisi, potrà diventare il valore più alto registrato nel continente”, ha affermato il meteorologo Manuel Mazzoleni. Nonostante quest’anno le temperature medie globali siano state finora più fresche rispetto a gran parte dell’ultimo decennio, il 2021 – scrive Carbon Brief – è sulla buona strada per diventare tra il quinto e il settimo anno più caldo per la superficie terrestre dalla metà dell’800, cioè da quando si registrano le temperature. Le medie globali possono infatti mascherare molti estremi regionali che possono avere un grande impatto sulle persone.

Tuttavia, stabilire un nesso causale diretto tra un singolo caso di inondazione, incendio o tempesta e il cambiamento climatico è ancora difficile da stabilire. Una concatenazione di fattori può influenzare un disastro naturale, comprese le condizioni meteorologiche locali (che possono cambiare), il paesaggio, le scelte umane e i fenomeni naturali. Anche senza il cambiamento climatico, eventi estremi come le ondate di calore si verificherebbero comunque. Quel che cambia però è la frequenza e l’intensità con cui si manifestano questi eventi. 

Che il cambiamento climatico stia rendendo le condizioni meteorologiche estreme più frequenti e intense è ormai assodato, afferma al Financial Times Peter Stott, esperto di attribuzione del clima presso il Met Office del Regno Unito. Ma, aggiunge, “la risposta è più difficile quando vogliamo sapere se uno specifico evento sia dovuto al cambiamento climatico” o “in che modo il cambiamento climatico possa aver contribuito”.

La scienza che cerca di individuare questi nessi è ancora in evoluzione. Questo lavoro investigativo meteorologico si basa in gran parte su complessi modelli computerizzati. In parole semplici, gli scienziati dell’attribuzione eseguono simulazioni del sistema climatico terrestre, che rappresentano migliaia di giorni teorici, per vedere con quale frequenza si verifica un evento di una certa entità entro scenari diversi: come era la Terra 200 anni fa, prima che iniziasse il riscaldamento causato dall’uomo, le condizioni attuali e uno scenario futuro in cui il pianeta si è riscaldato più degli 1,2°C già osservati. I ricercatori confrontano, quindi, quante volte un evento estremo si verifica in ogni scenario e valutano se il cambiamento climatico lo ha reso più probabile.

Questi modelli, tuttavia, non sono perfetti. Funzionano dividendo il globo in una griglia che potrebbe essere piccola 1 km per 1 km o grande 100 km per 100 km. Una griglia più ampia potrebbe essere utilizzata per coprire un’area più ampia, ma rischia di “fornire buone stime a livello globale e di essere priva di dettagli nel caso di eventi meteorologici locali”, spiega sempre al Financial Times Christian Jakob, docente della Scuola di Atmosfera terrestre e Ambiente alla Monash University in Australia.

Gli incendi, ad esempio, possono essere difficili da analizzare senza un modello molto dettagliato poiché possono verificarsi su aree di terreno relativamente piccole ed essere influenzati dalle condizioni meteorologiche locali, comprese quelle create dall’incendio stesso. Alla luce del numero in rapida crescita di eventi meteorologici da record, molti ricercatori stanno ora sottolineando la necessità di utilizzare modelli più precisi. Tuttavia, precisa Tim Palmer, professore di fisica del clima della Royal Society presso l’Università di Oxford, presumere che questi eventi non siano guidati o esacerbati dal cambiamento climatico è una “conclusione sbagliata”.

Il World Weather Attribution (WWA), un team di sette ricercatori volontari prova a stabilire i nessi tra gli eventi estremi e il cambiamento climatico dal 2014. “Sappiamo che il tempo varia molto da un giorno all’altro”, osserva Flavio Lehner, climatologo della Cornell University che lavora con il WWA. “La domanda che ci poniamo è: quando si verificano [eventi meteorologici estremi], sono più forti, più lunghi e più gravi di quanto sarebbero stati senza il cambiamento climatico?”

In passato, il gruppo del WWA ha escluso che il cambiamento climatico fosse il fattore principale alla base della siccità in Brasile tra il 2014 e il 2015, causata, in parte, da un maggiore uso dell’acqua da parte di una popolazione in crescita.

Lo scorso luglio, il gruppo ha invece affermato che l’ondata di caldo in Nord-America sarebbe stata “praticamente impossibile senza il cambiamento climatico causato dall’uomo”. In assenza del cambiamento climatico un’ondata di calore del genere si sarebbe potuta verificare 1 volta ogni 150.000 anni. Con l’attuale riscaldamento delle temperature, la frequenza di eventi estremi scende a 1 anno ogni 1.000. Se il pianeta si riscaldasse di 2 °C oltre i livelli pre-industriali, questo genere di ondate potrebbero verificarsi una o due volte ogni 10 anni. E si tratta di stime prudenti, ha spiegato il team del WWA, suggerendo che il loro approccio potrebbe potenzialmente sottovalutare le attuali probabilità di questo tipo di eventi di calore estremo. La loro analisi si è basata sugli effetti del riscaldamento medio delle temperature massime estive sperimentate nel nord del Pacifico fino ad oggi. È anche possibile che il cambiamento climatico stia influenzando i modelli meteorologici nella regione in altri modi, rendendo la temperatura più variabile e più calda, sebbene le prove finora accumulate siano limitate.

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Riguardo alle inondazioni nel centro Europa e in Cina, è ancora troppo presto per dire con certezza quanto il cambiamento climatico abbia contribuito a queste inondazioni perché gli studi di attribuzione devono ancora essere avviati. Tuttavia i modelli climatici prevedono un aumento del 16-24% dell’intensità delle precipitazioni intense entro il 2100 in uno scenario con un livello alto di emissioni.

Rispetto all’area euro-mediterranea, gli autori dello studio “Capire i cambiamenti degli incendi nell’Europa meridionale”, pubblicato sul Journal of Science Safety and Resilience lo scorso marzo, scrivono che “i modelli climatici prefigurano sia un forte riscaldamento – la cosiddetta amplificazione mediterranea – sia minori precipitazioni che inaspriscono le condizioni meteorologiche degli incendi”. I dati mostrano già prove emergenti di una frequenza crescente di ondate di calore combinate a episodi di siccità nelle regioni mediterranee che sembrano suggerire una maggiore “probabilità di condizioni di estremo pericolo di incendio”. Inoltre, si pensa che l’aridificazione del clima faciliti il ​​deperimento e la mortalità degli alberi, creando migliori condizioni per l’infiammabilità delle aree inaridite.

Anche l’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) diffuso il 10 agosto ha dedicato un capitolo agli eventi meteorologici estremi. È la prima volta. Per l’IPCC è ormai un “fatto accertato” che le emissioni di gas serra causate dall’uomo abbiano “portato a un aumento della frequenza e/o dell’intensità di alcuni eventi meteorologici e climatici estremi sin dai tempi preindustriali”.

Inoltre, specifica il rapporto:

  • È praticamente certo che “ci sono stati aumenti dell’intensità e della durata delle ondate di calore e del numero di giorni di ondata di caldo su scala globale”.
  • La frequenza e l’intensità degli eventi di precipitazioni intense “sono probabilmente aumentate su scala globale nella maggior parte delle regioni terrestri”.
  • I modelli mostrano “una frazione più ampia di aree territoriali colpite da un aumento delle inondazioni fluviali nonostante si stia assistendo a una diminuzione di queste inondazioni.
  • “Più regioni sono colpite dall’aumento della siccità agricola ed ecologica con l’aumento del riscaldamento globale”.
  • “È probabile che il numero di cicloni tropicali intensi e la frequenza degli eventi di rapida intensificazione siano entrambi aumentate a livello globale negli ultimi 40 anni”.
  • Con l’aumento della temperatura media globale diventa più probabile “la combinazione di due o più eventi meteorologici o climatici – non necessariamente estremi – che insieme possono portare a impatti estremi maggiori che se ognuno di essi si manifestasse individualmente”. Tra questi, in particolare, le ondate di calore e un clima più secco insieme potrebbero favorire il propagarsi di più incendi.

Cosa ha reso gli incendi così devastanti?

Ondate di calore, dolosità, fenomeni naturali come i fulmini, scarsa manutenzione di boschi e foreste, consumo di suolo con centri urbani sempre più in espansione verso le aree boschive sono stati un mix perfetto per incendi così devastanti. 

Come detto, il cambiamento climatico può aver giocato un ruolo fondamentale nel far sì che l’ondata di calore fosse così persistente e nel creare le condizioni perché gli incendi fossero così violenti e intensi. A questo si sono aggiunti altri fattori. Innanzitutto, la scarsa manutenzione delle aree boschive e forestali, come nel caso della Pineta Dannunziana di Pescara, dove il sottobosco è bruciato molto rapidamente, secondo quanto affermato dal sindaco Carlo Masci, o le periferie di Atene, dove la sterpaglia cresciuta intorno a terreni agricoli abbandonati a ridosso delle aree urbane (che nel frattempo hanno mangiato superficie alla campagna) ha favorito il propagarsi delle fiamme fino alla città. 

Negli ultimi decenni, spiegano sempre gli autori dello studio pubblicato sul Journal of Science Safety and Resilience, l’Europa meridionale ha registrato anche un forte consumo di suolo e un progressivo abbandono dei terreni e delle attività agricole. Questi cambiamenti hanno contribuito a un accumulo di combustibile su larga scala (erba secca, sterpaglia, foglie) che finiscono con l’alimentare la diffusione delle fiamme e portare allo sviluppo di incendi molto intensi e distruttivi. In alcuni paesi come il Portogallo o il Cile, inoltre, le piantagioni di specie altamente infiammabili su aree estese hanno aumentato il rischio di incendi estremi. Al tempo stesso, la costante espansione urbana nei pressi delle aree boschive ha incrementato il numero delle zone da difendere. In questo contesto, i vigili del fuoco e i cittadini (e i turisti) si trovano ad affrontare incendi insoliti, in rapida crescita e intensi che né le tattiche antincendio né le strategie di protezione possono sopprimere.

Gli effetti degli incendi

Gli effetti sono devastanti sia sulla salute delle persone sia sugli ecosistemi forestali. A livello globale, riporta Carbon Brief, gli incendi sono responsabili tra il 5 e l’8% delle 3,3 milioni di morti premature per la scarsa qualità dell’aria che si registrano ogni anno.

Secondo un recente articolo della Technical University of Munich, gli incendi stanno modificando la forma e la struttura delle foreste del futuro. Se in futuro il clima diventerà più caldo e più secco, i giovani alberi vulnerabili non riusciranno a sopravvivere, e se ci saranno troppi incendi, gli alberi non raggiungeranno l’età in cui producono semi. Potrebbe essere questo il destino del Greater Yellowstone Ecosystem, negli Stati Uniti, uno dei primi laboratori naturali al mondo per lo studio dell’ecologia del paesaggio e della geologia. “Entro il 2100, si prevede che il Greater Yellowstone Ecosystem sarà cambiato più di quanto non lo abbia fatto negli ultimi 10.000 anni, e avrà un aspetto significativamente diverso da quello che ha oggi”, spiega il professor Werner Rammer (Università di Munich). “La perdita dell’odierna vegetazione forestale sta portando a una riduzione del carbonio immagazzinato nell’ecosistema e avrà anche un profondo impatto sulla biodiversità e sul valore ricreativo di questo paesaggio iconico”.

Cosa fare?

Da un punto di vista scientifico e di ricerca bisogna investire nella scienza dell’attribuzione. 

Una maggiore accuratezza dei modelli climatici potrebbe consentire previsioni più precise sugli eventi futuri, identificare le aree particolarmente a rischio e informare le scelte dei governi, aiutando i diversi paesi a prepararsi, a prevenire gli eventi e ad adattarsi. Un’attribuzione più solida, inoltre, potrebbe anche rafforzare le cause legali già avviate contro aziende e governi ritenuti in parte responsabili del cambiamento climatico. Infine, ci sono importanti ricadute politiche. “Essere in grado di attribuire singoli eventi al riscaldamento globale potrebbe essere d’aiuto nelle negoziazioni”, spiega al Financial Times Mamadou Honadia, un ex negoziatore per il Burkina Faso ai colloqui delle Nazioni Unite sul clima. “È davvero molto difficile convincere la comunità internazionale che le inondazioni, che si verificano nei paesi in via di sviluppo, sono dovute ai cambiamenti climatici, senza alcuna informazione scientifica. 

Allo stesso tempo va cambiato l’approccio usato per la gestione degli incendi. “Nella maggior parte delle regioni mediterranee, le attuali politiche di gestione degli incendi sono generalmente troppo focalizzate sulla soppressione e non sono state adattate al cambiamento globale in corso”, si legge sempre nello studio “Capire i cambiamenti degli incendi nell’Europa meridionale”.

Il documento suggerisce una maggiore condivisione di dati meteorologici, strumenti di modellazione e best practices da parte delle agenzie di protezione civile per poter avere le informazioni necessarie per poter gestire meglio gli incendi e prevenire i rischi; una maggiore manutenzione di boschi e foreste per ridurre la presenza di materiale infiammabile accumulatosi a causa di passate strategie di spegnimento degli incendi e dell’abbandono dei terreni agricoli; una migliore pianificazione dell’uso del suolo e della gestione del paesaggio, prevedendo anche strutture ignifughe per gli edifici e la piantagione di alberi meno infiammabili nelle aree cuscinetto intorno alle abitazioni negli insediamenti rurali nei pressi dei centri urbani; la formazione di cittadini e amministratori sul rischio di incendio. Una progettazione paesaggistica antincendio ridurrebbe la gravità degli incendi rendendo più efficaci le strategie di soppressione e quindi, mitigando i danni derivanti dai roghi.

Immagine in anteprima: incendio devastante in Grecia (07.08.2021) – Felton Davis, licenza creative commons 2.0, via Flickr.com

Articolo proveniente da Valigia Blu