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Il Libano resta in piena agonia

TOPSHOT - A Lebanese flag waves during a remembrance ceremony at the port of Lebanon's capital Beirut on August 4, 2021, on the first anniversary of the blast that ravaged the port and the city. - Hundreds of Lebanese marched on August 4 to mark a year since a cataclysmic explosion ravaged Beirut, protesting impunity over the country's worst peacetime disaster at a time when its economy was already in tatters. (Photo by PATRICK BAZ / AFP) (Photo by PATRICK BAZ/AFP via Getty Images)

La lenta agonia del Libano. Quella che un tempo, nemmeno troppo lontano, era considerata la Svizzera del Medioriente attraversa oggi la crisi economica e sociale più seria della sua storia. Continui i black out elettrici, scarseggiano i carburanti, mancano i medicinali. Furti e violenze. Quasi l′80% delle famiglie non è in grado di sopperire ai costi alimentari. Con la lira libanese che negli ultimi due anni ha visto precipitare il suo valore del 90%. Crack finanziario. Introdotto il limite di acquisto di benzina giornaliera, 30 litri, e il prelievo settimanale bancario imposto a 100 $, per non svuotare le riserve di valuta. L’effetto della pandemia ha contagiato anche il flusso di aiuti economici da parte della diaspora libanese nel mondo (stimata tra i 4 e i 14 milioni di persone), cospicue rimesse di denaro che garantivano sostentamento a molte famiglie sono venute improvvisamente a mancare. Un concatenarsi di eventi
negativi che ha frantumato il sogno di prosperità. La ferita dell’esplosione della scorsa estate nel porto di Beirut, incidente ancora senza verità e responsabili, è l’emblema del buio calato su questo stato. Il Paese dei cedri e della settarietà etnica e religiosa, della politica “regolamentata e bilanciata” attentamente: le principali cariche istituzionali (presidente, capo del parlamento e primo ministro) sono spartite tra le tre grandi comunità, rispettivamente cristiani maroniti, musulmani sciiti e sunniti. Indipendente dal ’43, in guerra civile dagli anni ‘70 ai ’90. Già rifugio per i palestinesi, poi nell’ultima decade sono migrati i profughi siriani, fuggiti dall’orrore del conflitto e terminati in un limbo sospeso. Sono circa 1,8 milioni su una popolazione di 4,6 milioni di residenti. Il principale colpevole del disastro odierno è la classe politica, corrotta ed incapace di portare avanti le necessarie riforme. “Tutti criminali” è lo slogan urlato dai manifestanti scesi in piazza per ricordare le 200 vittime dello scorso anno. Movimento di protesta e di rabbia che si scontra con la polizia, destinato a crescere d’intensità e catalizzare il malcontento diffuso. Ma, il grande manovratore dei giochi geopolitici in questo lembo di terra araba è l’Iran, la lunga mano degli ayatollah che ha spodestato le influenze coloniali dell’Eliseo (ridicolizzando Macron) e agisce di concerto con la sua emanazione Hezbollah. “Partito di Dio” guidato dal potente Hassan Nasrallah, che dal 2020 la Germania ha inserito nella lista delle “organizzazione terroristiche”. Mentre, l’Unione Europea identifica come eversiva solo la sua ala militare. Hezbollah è lo stato nello stato. Intere aree sotto pieno controllo delle sue milizie, finanziate e armate da Teheran, aggiungono potenziale tensione in un contesto già fragile “per natura”. Tanto da richiedere la presenza costante dei caschi blu, sotto comando del Contingente italiano, della missione Unifil (l’Italia partecipa con le unità della Brigata aeromobile “Friuli” di Bologna che è recentemente subentrata alla Brigata alpina “Taurinense” di Torino), militari schierati a fare da cuscinetto lungo i confini con Israele. Zona calda, che in queste ultime ore è tornata ad essere teatro di escalation delle ostilità. Ai razzi piovuti su Kiryat Shmona l’aviazione israeliana ha risposto bombardando massicciamente le postazioni di lancio in territorio libanese. Intanto, in uno stato fallito e alla ricerca di stabilità politica è tornato in auge Najib Mikati, incaricato dal presidente Aoun di formare un impossibile esecutivo, dopo che da un anno il Paese è guidato da un governo provvisorio con poteri limitati. Le dimissioni di Hassan Diab in seguito all’evento apocalittico di Beirut hanno aperto il valzer delle poltrone. Falliti i tentativi di Moustapha Adib e più recentemente quello di Saad Hariri. Infine, il ritorno di Mikati, sunnita, politico di lungo corso e miliardario, è considerato figura dell’establishment che ha contribuito alla catastrofe. Improbabile che sia lui il salvatore dal caos dilagante, e la personalità in grado di compiere il miracolo della “risurrezione” invocato da papa Francesco. Il Libano nell’epoca della pandemia è ancora più malato e sofferente, allo stremo delle forze. L’invasione israeliana e quella siriana che taluni, paradossalmente, rimpiangono come un periodo migliore di quello attuale, non sono solo un vecchio ricordo. E a complicare tutto le manovre sotterranee per la leadership globale sunnita, la contesa tra il sultano Erdogan e gli emiri del Golfo, partita che il Medioriente paga a caro prezzo.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia