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Dal rosso al nero, cento anni da sinistra a destra

Angelo Tasca

“Luigi si è cambiato”, diceva mio nonno inviperito. Tradotto: Luigi ha smesso il tradizionale abito politico per indossarne un altro. Tradotto ancora meglio: Luigi è passato dal Pci alla Dc o, peggio, al Msi. Non è un caso se, mentre se ne va Antonio Pennacchi, l’ultimo fasciocomunista, termine che ha dato il titolo alla sua felice autobiografia, leggo il libro di Roberto Della Seta, edito da FrancoAngeli: “Dal rosso al nero. Cento anni di socialisti e comunisti passati a destra”.

Pennacchi fece il passaggio inverso, dal nero al rosso, finendo per mantenere i connotati dell’uno e dell’altro colore, dell’una e dell’altra matrice. Non è stato il primo e neppure l’ultimo.

Spiega Della Seta:

“Per esempio, passeranno dal nero al rosso molti giovani francesi che negli anni ’30 e ’40 avevano simpatizzato per la destra nazionalista o sostenuto attivamente il regime di Vichy, e dopo la guerra militeranno nella sinistra: tra loro anche figure centrali della sinistra francese della seconda metà del Novecento, come Hubert Beuve-Mery, collaborazionista negli anni di Vichy e poi fondatore e a lungo direttore del quotidiano progressista ‘Le Monde’, e come François Mitterrand, militante in gioventù delle Croix-de-feu del colonnello de La Rocque e che dagli anni ’70 sarà per vent’anni leader indiscusso dei socialisti francesi. Passaggi di campo analoghi riguarderanno in Italia tanti giovani intellettuali fascisti – da Delio Cantimori a Felice Chilanti, da Giulio Carlo Argan a Eugenio Scalfari – che nel dopoguerra aderiranno stabilmente a posizioni di sinistra”.

Ma Della Seta testimonia soprattutto, come ricorda Sergio Soave nella lucida prefazione, l’emergere di “un quadro talora impressionante di passaggi singoli e collettivi da sinistra a destra degli schieramenti politici, incomparabilmente più abbondanti di quelli nel senso opposto. E la sola rassegna di casi, in sé, merita una riflessione. Più importante è però il fatto che, tralasciate (anche se talora ancora aleggianti) le categorie morali di tradimento o di opportunismo con cui, per comodità strumentale, si è valutato il fenomeno, sia dai contemporanei, sia da una storiografia successiva politicamente orientata, la ricerca di Della Seta si concentra sulla individuazione di sedimenti culturali profondi, e che proprio questi sedimenti, più che gli aspetti epifenomenici, sono quelli che ancora oggi ci aiutano non solo a comprendere meglio il passato, ma anche, per la loro tenace sopravvivenza e riemersione, a orientarci nel presente. In cui sta, del resto, la ennesima riprova che la storia è sempre storia contemporanea”.

Vi sono degli archetipi specifici dei quali l’autore si serve per inquadrare e spiegare il fenomeno: Gustave Hervé per il primo novecento, Pierre Laval per il secondo, Giuliano Ferrara per il post ’89 e Georges Boulanger, ritenuto una sorte di padre putativo. In ognuno il lettore troverà cenni biografici, storie e motivazioni che segnano il passaggio, il saluto, l’attraversamento e l’approdo all’altra parte del fiume, fiume che sembrava non valicabile, pena la denigrazione e l’abbattimento.

C’è anche l’interessante storia di un’andata e ritorno, quella di Georges Valois.  C’è anche la storia dei sindacalisti rivoluzionari italiani, tra socialismo, nazionalismo e fascismo. Tra la Francia e l’Italia si muovono correnti, uomini, idee. Penso alle pagine avvincenti dedicate ad Angelo Tasca, a quelle che rendono conto delle traiettorie di Arturo Labriola e Benito Mussolini, fino ad arrivare alla calamita Berlusconi per i socialisti, dopo la dissoluzione del Psi. Cento anni vissuti pericolosamente, attraverso due guerre calde, senza trascurare quelle fredde. Un secolo che, con la politica, ha visto vibrare la letteratura, la poesia, l’arte, il costume. Un secolo lungo, anche se tutto sembra avvenuto così in fretta. Un secolo che aiuta a rivivere e a riconsiderare i passaggi in maniera radicalmente diversa dai passaggi di oggi.

Chiude l’autore:

“La relativa indeterminatezza dei confini tra sinistra e destra non è una novità di oggi come spesso si sostiene. Nasce molto tempo fa, nasce alla fine dell’Ottocento, dunque appena un secolo dopo il battesimo delle due categorie di sinistra e destra. Nasce quando la destra dismette i vestiti della rappresentanza soltanto delle élite sociali, economiche. Quando la destra, prima ancora che populista, si fa popolare: un cambiamento, questo sì, che non si è fermato con la fine del Novecento”.

Con la fine del Novecento si sono fermati i partiti e, con i partiti, si è fermata la politica, una certa politica. Ieri si passava da qualcosa a qualcosa, le ideologie erano ideologie, i partiti erano partiti, i leader erano leader. Il cambio d’abito, vissuto con estrema sofferenza, ti segnava per sempre, il marchio del passaggio ti restava addosso per sempre. Oggi si passa dal nulla al nulla, essendo i partiti divenuti espressioni personali e provvisori di un leaderino di riferimento. Dei passaggi di oggi, dei frequenti cambiamenti d’abito di oggi, neanche più mio nonno sarebbe inviperito.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia