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Quando la politica consegnò lo scettro alle procure

DiRed Viper News Manager

Lug 31, 2021

La sfida tra magistratura e governo a cui assistiamo da giorni non riguarda solo la materia del contendere, la riforma Cartabia e in particolare le nuove norme sulla prescrizione. Il braccio di ferro ha valenza più complessiva: riguarda la divisione dei poteri e la facoltà o meno dell’esecutivo e del legislativo di legiferare in materia di giustizia senza veti da parte del potere giudiziario.

Di scontri tra politica e magistratura, a partire dalla metà degli anni ‘80, ce ne sono stati innumerevoli, ma c’è una vicenda precisa che segna lo spartiacque, a partire dal quale quel potere di veto è stato informalmente riconosciuto e rigorosamente rispettato per 25 anni: quelle del decreto Biondi del 1994, ribattezzato subito – col classico linguaggio squadrista dell’epoca, che è molto simile al linguaggio squadrista di oggi – e poi passato alla storia come “decreto salva-ladri”.

Il 13 luglio 1994 l’Italia era impegnata nella semifinale dei mondiali calcio, al Giant Stadium di New York, contro la Bulgaria. Secondo i malpensanti proprio per quella coincidenza, destinata negli auspici a distrarre l’attenzione del grande pubblico, il governo Berlusconi scelse proprio quella data per tentare l’affondo contro i magistrati che indagavano sulla corruzione, al primissimo posto quelli del pool Mani pulite di Milano e contro il metodo con cui l’inchiesta veniva condotta da oltre due anni: l’uso molto disinvolto della carcerazione cautelare finalizzato a estorcere confessioni e denunce.

Il governo varò un decreto firmato dal ministro della Giustizia Alfredo Biondi, già leader liberale universalmente rispettato e importante avvocato, ma secondo le voci dell’epoca ispirato dal ministro della Difesa e discusso avvocato di Berlusconi Cesare Previti. Al momento di formare il suo primo governo Berlusconi avrebbe in effetti voluto Previti come guardasigilli, salvo poi sostituirlo con Biondi in seguito al diluvio di critiche. È dunque plausibile che almeno in parte lo zampino dell’avvocato romano nel decreto Biondi ci fosse davvero.

Il dl, oltre a secretare l’avviso di garanzia, limitava fortemente la possibilità di disporre la custodia cautelare per tutte le fattispecie di reato connesse con tangentopoli, sostituendola con gli arresti domiciliari. Il governo interveniva così sugli anelli nevralgici delle inchieste che da oltre due anni terremotavano la politica italiana e lo faceva seguendo una strada semplice: procedere all’attuazione, almeno parziale, della Costituzione. L’arresto era infatti adoperato quasi alla luce del sole non per evitare il rischio di fuga o di inquinamento delle prove ma per costringere alla confessione e alla chiamata di correo. Senza quell’abuso della carcerazione preventiva le inchieste non sarebbero mai state in grado decollare. Nelle rare occasioni in cui l’arrestato tenne duro, come nel caso allora notissimo di Primo Greganti, ex Pci poi Pds, l’inchiesta si arenò.

Era un azzardo, anche perché nel mirino di Mani pulite in quel momento c’erano proprio i rapporti tra Fininvest e la guardia di finanza. Biondi era dubbioso. Riteneva che fosse consigliabile procedere con una legge invece che con un decreto. Ma Berlusconi si sentiva fortissimo dopo aver vinto le elezioni politiche di marzo con una sorta di doppia coalizione, con la Lega al nord e con An al sud, e dopo essere balzato, nelle europee del 12 giugno, oltre il 30%. Insistette per il decreto.

A botta calda la strategia della distrazione a mezzo Mondiali di calcio sembrò funzionare: non ci furono reazioni immediate al varo del decreto. Ma già il giorno dopo il pool si riunì e decise la contromossa, ad alto effetto scenico. Antonio Di Pietro, l’uomo di punta del pool e allora forse il più amato in assoluto dagli italiani, apparve in diretta tv. Intorno a lui l’intero pool: Gherado Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco. Di Pietro esordì con la voce rotta: “Scusate se sono un po’ emozionato”. Poi lesse un breve comunicato del pool: “L’odierno decreto non consente più di affrontare efficacemente i delitti sui quali abbiamo finora investigato. Quando la legge contrasta con i sentimenti di giustizia e di equità diventa molto difficile compiere il proprio dovere. Abbiamo pertanto informato il Procuratore della nostra determinazione di chiedere al più presto l’assegnazione ad altro e diverso incarico”. Poi, di fronte alle telecamere, i magistrati che da due anni e passa occupavano in pianta stabile le prime pagine dei giornali ed erano agli occhi di milioni di italiani veri e propri eroi, si abbracciarono commossi. Era un pronunciamento in piena regola ed era anche una mossa mediatica abilissima, che sfidava e metteva all’angolo Berlusconi, il grande comunicatore, sul suo stesso terreno.

Il Cavaliere scoprì di aver sbagliato i conti. Il pool era troppo forte e troppo popolare per poter essere sfidato. I partiti alleati di Fi, Lega e An, avevano sempre appoggiato Mani pulite, avevano sventolato cappi nelle aule del Parlamento, dovevano buona parte dei loro consensi proprio agli strepiti contro la corruzione e i “politici ladri”. I loro elettori non avrebbero perdonato il voltafaccia. La stampa fece muro insieme ai Pm.

In una concitata conferenza stampa Giovanna Pajetta, figlia di Giancarlo (icona del Pci), e cronista del manifesto arrivò a uno scontro senza precedenti col premier, che abbandonò a metà la conferenza, inseguìto dagli urli della giornalista, dopo averla definita “un’agit-prop”.

Il colpo di grazia lo diedero le scarcerazioni. Grazie al decreto uscirono dal carcere il 16 luglio (tre giorni dopo il varo del decreto) 472 persone, destinate a superare quota 1100 due giorni dopo. Tra queste alcuni imputati eccellentissimi di tangentopoli incluso l’ex ministro della Sanità De Lorenzo, il più detestato di tutti dall’opinione pubblica.

Berlusconi provò a difendere il decreto ma gli alleati presero le distanze. Il leghista Maroni, ministro degli Interni, disse di aver firmato solo perché ingannato da Berlusconi e Biondi: “Mi avevano garantito che non ci sarebbero state scarcerazioni”. Il premier reclamò scuse immediate. Biondi, ex pugile dilettante, propose a Bobo Maroni di risolvere la faccenda sul ring, nonostante la cospicua differenza d’età. Fini chiese al premier di ripensarci. Bossi fu più sintetico: “Se mette la fiducia se la vota da solo”. La borsa calò a picco. La stampa internazionale mitragliò.

Una parte di Fi, guidata dal ministro per i Rapporti per il Parlamento Giuliano Ferrara, insisteva perché Berlusconi portasse lo scontro alle estreme conseguenze dimettendosi e affrontando nuove elezioni. Forse sarebbe stata la mossa giusta ma non era nel carattere del leader azzurro. Preferì la resa. Il 19 luglio la commissione Affari costituzionali della Camera negò al decreto i presupposti di costituzionalità, e la destra al governo votò contro se stessa: 29 voti contro 2 e 7 astenuti. La scena si ripeté due giorni dopo in aula: 418 voti contro il dl, 33 a favore, 41 astenuti. Il dl fu sepolto.

Non fu solo la sconfitta del governo Berlusconi, che imboccò la china che lo avrebbe portato a cadere meno di 6 mesi più tardi. Fu la battaglia campale che sancì di fatto la possibilità per il potere giudiziario di decidere sulle leggi che riguardavano la giustizia. Tre anni dopo il solo tentativo serio mai fatto di riformare la Costituzione sbatté e fallì proprio per quel veto della magistratura.

Il 21 luglio del 1994, con il decreto Biondi fu sepolta la separazione dei poteri e un pezzetto dello Stato di diritto. Fu riconosciuta la prevalenza del potere giudiziario sugli altri poteri e sulla società. Più di un quarto di secolo dopo è giunto il momento di chiudere questa fase buia della storia italiana? Riuscirà questa impresa a Marta Cartabia? Vedremo.

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