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Quegli odiatori che vogliono ancora distruggere Ninive

DiRed Viper News Manager

Lug 28, 2021

Innamorarsi è un rischio. Lasciarsi imprigionare dalle manette del cuore, ché l’amore è il più insidioso e spietato fra i manigoldi: mollare il controllo delle funi che ci tengono attaccati alla panchina di un porto, al riparo dai marosi che inevitabilmente arriveranno. Ogni scatto di civiltà consiste nell’abbandonare una posizione che si ritiene più sicura, ogni passo avanti verso l’uscita dall’antro, ha un po’ di rimpianto verso il riparo della caverna. Non dire secondino, anche se si usa, perché il termine nasce dal disprezzo verso un ruolo; pure guardia è un termine pesante per chi indossa una divisa convinto di abbracciare valori. Scopino, pure se si usa, confina il detenuto che rompe i propri schemi fra una paletta e una scopa, lo infila nello strofinaccio che lucida pavimenti e bagni.

Quello carcerario, come ogni mondo, è un universo composito, misterioso, le cifre, i dati, non ci riescono a spiegarlo: soprattutto se cifre e dati vengono utilizzati in chiave punitiva. Lo scatto di civiltà verso i detenuti è soprattutto un atto d’amore. Il carcere può cambiare solo attraverso l’amore, spartendo il reo dal delitto. Ed è una lunga, placida e amorosa conversazione sul carcere quella che Paola Ziccone e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, riversano nelle pagine di Verso Ninive (conversazioni su pena, speranza, giustizia riparativa) pubblicato da qualche giorno, Rubbettino editore. Parte da Giona, dal racconto biblico: «Il profeta si rifiuta di ascoltare Dio e di andare a predicare la distruzione di Ninive, gravemente peccatrice». Il suo è un Dio di Misericordia, il perdono domina la vendetta. Giona teme il perdono.

Infatti, la città, all’annuncio della distruzione, si converte. Cambia la città, cambiano i suoi abitanti. Giona no, vuole vendetta, si arrabbia contro Dio. Ninive è il peccato, il nemico. Il carcerato, nel sentimento popolare, quello più visibile o udibile, è il nemico, un tutt’uno col reato. Non ci può essere una seconda possibilità, non bisogna consentire il ravvedimento, la riparazione al disastro. Il sistema normativo si adegua, disattendendo la Costituzione, al sentimento che non è conseguenza di conoscenza, di coscienza, ma frutto di una pancia gonfiata di propaganda, di odio, di disinformazione. E gli scatti, che oramai si trovano fra gruppi libertari ristretti, in pochi ambiti ideologici, in mezzo a utopiche e individuali battaglie, si rianimano spesso nelle parole dei credenti, di alcuni, «persino all’interno del mondo dei cattolici o cristiani, non si riesce a distinguere sempre una chiara presa di posizione contraria al carcere come mera punizione e misura retributiva oltre che alla pena di morte e al carcere a vita». Pur se il Vangelo codifica il dovere di andare a visitare i carcerati (compiendo così una delle opere di misericordia corporale in merito alla quale si sarà giudicati), sovente, tanti degli evangelizzati pronunciano il solito e poco evangelico mantra: «marcisca in galera». «Non giudicare per non essere giudicato», finisce nel dimenticatoio delle coscienze, perfino di quelle presuntivamente cristiane. Condannare, a perdifiato, senza tregua, punire, punire, «l’ossessione farisea di cui ci parla il Vangelo». Perdonare diventa buonismo, non più l’umanesimo che vivifica la Fede. E pure il detenuto, chi gli è vicino, finiscono in trappola, rispondendo all’odio con l’odio: cade nel vuoto la lezione di Nelson Mandela – cominciando a trattare i propri carcerieri bianchi come simili, con gentilezza, li ha sorpresi, meravigliati e ha indotto gli stessi a riconoscere nell’altro prigioniero, nero, un proprio simile-. Così, l’errore non è mai, e solo, in chi punisce. Spesso il punito contribuisce a separare, irrimediabilmente i mondi, anch’esso giudica, quanto chi lo ha giudicato. Ed è sempre e solo l’amore l’atto risolutivo, il campione dei cambiamenti, degli scatti di civiltà. L’amore che travalica i confini fisici, dei singoli, e aspira a farsi legislatore.

Ed è un’utopia che l’amore vinca sull’odio, ma ogni passaggio storico glorioso è stato figlio dell’utopia. I dati, le risultanze statistiche, sono figli del demonio perché escludono dai contesti i sentimenti: quanto di più lontanamente esistente dall’umanesimo, che è o dovrebbe essere il cammino del buon cristiano, ma anche di una società che abbia intenzione di evolversi, rischiare per migliorarsi. «Che l’uomo cambi non è facile, tanto che alcuni dicono che, di fronte a questa pandemia, si cambierà, ma in peggio. Molti credono che l’uomo sia sempre lo stesso e, al limite, possa solo peggiorare. Però notiamo che, a volte, alcune persone, soprattutto di fronte a situazioni drammatiche, invece di inibirsi, diventare diffidenti, chiudersi in se stesse, pensare a mettersi in salvo, tirano fuori ciò che hanno di migliore e di più nobile e fanno fronte alle situazioni che capitano con delle capacità di amore che neppure pensavano di avere. Questo è il cambiamento».

L’articolo Quegli odiatori che vogliono ancora distruggere Ninive proviene da Il Riformista.