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Intervista a Roberto Morassut: “Roma non si indigna più, adesso serve una scossa”

DiRed Viper News Manager

Lug 28, 2021

Roberto Morassut, deputato dem, un passato da amministratore del Comune di Roma, assessore all’Urbanistica e a Roma capitale nella giunta Veltroni, la Capitale e le sue tortuose dinamiche politiche le conosce molto bene. E in piena campagna elettorale è una voce da ascoltare a sinistra, se non si vuole uscire con le ossa rotte dal voto di ottobre. All’attività politica intreccia quella di scrittore. Il suo ultimo libro, presentato ieri Giorni di Primavera è la ricostruzione di un delitto irrisolto accaduto a Centocelle nel 1970. Anche qui, Roma nel cuore.

Le elezioni sono ormai alle porte ma il confronto sulle proposte non sembra particolarmente acceso né appassionante. Eppure Roma attraversa una crisi ormai lunghissima, perché questo vuoto di idee?
In generale viviamo in un momento di bassa tensione politica e anche se sono in gioco grandi questioni e importanti decisioni gravano sulla politica e sugli Stati, prevale per lo più un approccio cauto, calcolato dei gruppi dirigenti, talora strumentale. La perdurante frammentazione dei corpi sociali e della rappresentanza accentua questo stato di cose. Roma, in questo, è dentro un flusso tendenziale ma, in più, vive anche una sua crisi, una sua stanchezza. Tutto sembra essere inutile e la città si sta adagiando pericolosamente ad una condizione nella quale l’emergenza e divenuta “ordinaria”. “L’ordinarietà della emergenza”, aggravata dal Covid, annulla lo spazio del momento soggettivo e creativo anche in politica. È una condizione molto pericolosa a lungo andare e che favorisce l’autorità sulla responsabilità, come è facile vedere. A Roma non fanno più notizia l’incendio di un autobus, l’apertura di una voragine, l’emergenza rifiuti. Lo stupore e l’indignazione sembrano esauriti. Bisogna scuotere questa condizione.

Non c’è, però, anche una debolezza specifica della politica romana?
Manca ancora un po’ di tempo per valutare i programmi dei candidati e degli schieramenti. Ma certamente Roma ha bisogno di un punto di riferimento per risollevarsi, di una figura che raccolga la fiducia di una comunità molto disorientata. Serve un “Sindaco” e obbiettivamente a Roma manca da anni. Michetti si presenta come un emissario dei partiti di destra, rivendica il suo anonimato e si fa fotografare con la Meloni, Calenda ha un perimetro stretto, solitario, la Raggi difenderà un consenso molto residuale. Roberto Gualtieri sta lavorando seriamente e può vincere. Però sento il bisogno di dire anche che, per governare efficacemente, il centro sinistra ed il movimento democratico debbono definitivamente liberarsi dell’ipoteca di un patto di sindacato tra gruppi interni che per troppo tempo ha inaridito un serio dibattito sui contenuti e allontanato molte energie. I gruppi dirigenti vanno allargati se si vuol farli partecipare alla battaglia e non ci possono ambasciatori speciali.

Per restituire una linfa al confronto politico ed elettorale su Roma da dove si potrebbe ripartire?
Ci sarà un programma del candidato Sindaco, cui si sta alacremente lavorando e che potrà fornire delle indicazioni forti ma è chiaro che tutto va collocato nella prospettiva della transizione eco-digitale e nella progressiva definizione, sul campo, di un modello urbano e metropolitano conseguente. Senza dimenticare che la sfida della transizione eco- digitale, soprattutto nelle città, deve tradursi anche in una riduzione delle diseguaglianze e delle distanze sociali, cosa che è tutt’altro che scontata. Il rischio lo vediamo già ora nel fatto che migliaia di alloggi popolari di proprietà comunale rischiamo di non potersi avvalere delle opportunità del superbonus per l’efficientamento energetico e per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Avremo le ricche case dei Parioli o dell’Eur ancor più valorizzate e il Quarticciolo e Tor Bella Monaca con sottoscala allagati, caldaie a gasolio e spazi inaccessibili in quartieri con altissime percentuali di disabili. Ma pensiamo anche alle conseguenze della crescita del lavoro da casa o dello studio a distanza. La casa sta diventando un luogo “misto” di attività domestiche, ricreative e lavorative. Gli standard e la disponibilità degli spazi domestici faranno la differenza in termini di opportunità per le persone. Rigenerazione urbana vuol dire anche questo: un programma di nuovi alloggi a carattere sociale di nuova concezione, mettendo in gioco aree pubbliche e immobili pubblici dismessi (ad esempio le caserme del Trullo ma non solo ), rivedere le norme sui frazionamenti delle abitazioni e sulla metratura dei vani interni. Ci sono ragazzi e lavoratori che hanno studiato o lavorato in cucina o nel corridoio…

Il Pnrr mette a disposizione tante risorse, come può utilizzarle al meglio la Capitale?
A Roma non c’è un programma per il Pnrr. L’attuale amministrazione non ha messo al centro questo tema. Il programma va costruito facendo una radiografia sistematica delle risorse dirette stanziate per Roma e di quelle indirette che ricadranno sulla Capitale per via di linee tematiche. La capacità di investimenti di Roma capitale va riportata a livelli adeguati perché è crollata da dieci anni. Nel 2008 il volume medio era di 600 milioni all’anno, oggi siamo quasi dieci volte sotto. È possibile varare un programma pluriennale di investimenti per la periferie di almeno un miliardo e mezzo in cinque anni, sommando le risorse ordinarie, il Pnrr, i Fondi per lo sviluppo e la coesione. C’è un enorme parco di opere pubbliche di quartiere in attesa di progetti definitivi, bandi, appalti e finanziamenti: spazi pubblici, scuole, strutture sociali e civiche ma anche opere di urbanizzazione primaria. Ci sono da realizzare con risorse contenute e tempi veloci tanti “corridoi di riserva” per il trasporto pubblico per aumentare la velocita commerciale e l’offerta di trasporto pubblico in periferia, mettendo in marcia mezzi ecologici a grande capacità, non necessariamente tram. L’Ama può essere rilanciata attribuendole una complessiva funzione di manutenzione urbana e del verde. Il ciclo dei rifiuti va chiuso decidendo con coraggio tipologie di impianti e localizzazioni e per farlo serve un rapporto esplicito con le popolazioni, un patto che in cambio di impianti moderni e sicuri risani le ferite delle discariche abusive e delle terre dei fuochi accumulate nei decenni soprattutto nella Valle Galeria e sul Versante Prenestino.

Lei si è molto battuto in parlamento per una riforma dei poteri di Roma. A che punto siamo?
Questo lo considero un obbiettivo centrale per dare una prospettiva seria alla ricostruzione democratica della Capitale. Roma è cresciuta ed è diventata una metropoli più moderna. Ma questa modernizzazione dettata dalla globalizzazione non è stata governata perché il sistema della rappresentanza territoriale e delle funzioni strategiche pubbliche è rimasto agli anni ’70, a dir bene. C’è molta dispersione, degrado e i talenti che si sono enormemente sviluppati, nel lavoro, nell’impresa e nella cultura si disperdono, fuggono o si esprimono fortunosamente ed episodicamente. Roma e la sua area vasta hanno ormai una morfologia regionale e occorre dare all’assetto istituzionale della Capitale una forma conseguente, come avviene da decenni per tutte le grandi capitali europee. In Commissione Affari Costituzionali alla Camera siamo vicini ad un testo base che punta a fare di Roma un’autorità speciale con poteri legislativi, di fatto una nuova Regione. È un passaggio importante largamente condiviso da tutte o quasi le forze politiche parlamentari e che abbiamo ulteriormente consolidato in occasione della approvazione del Decreto Semplificazioni nel quale si e deciso, su proposta dei relatori del provvedimento ( l’onorevole Annagrazia Calabria di Forza Italia ed il sottoscritto), che il Sindaco di Roma sarà l’unico a sedere nel tavolo di Partenariato col Governo per la gestione del Pnrr.

Perché non si è candidato per fare il sindaco?
Se il mio Partito me lo avesse proposto ci avrei pensato. Non è detto che me la sarei sentita. Zingaretti, a suo tempo, non mi ha in verità mai cercato per parlare nemmeno di Roma. La qual cosa mi è molto dispiaciuta perché a prescindere dalle questioni personali un obbiettivo così importante avrebbe meritato una riflessione collettiva assai più ampia, almeno nel merito della nostra proposta politica ed un vasto coinvolgimento delle nostre forze che più hanno dedicato energie e impegno per Roma. Si è deciso di chiedere a Roberto Gualtieri e di sottoporlo poi alle primarie. Da uomo di partito sostengo quelle scelte e mi sto battendo per il successo finale ma senza mai rinunciare a dire quel che penso.

Il Pd continua a puntare su un’alleanza con i 5Stelle. Come le elezioni romane possono influire su questo versante?
Poiché credo che al ballottaggio andrà Roberto Gualtieri, al Movimento Cinque Stelle si porrà il tema di un esplicito sostegno al candidato del centro sinistra per battere la destra. Ed è un tema politico nazionale che si porrà a Giuseppe Conte, che peraltro ha avuto in Gualtieri un ministro fondamentale del suo Governo, non alla Raggi. È in quel passaggio che si può determinare un fatto nuovo che ridefinisce il tema del rapporto tra Pd e Cinque stelle e di un possibile inedito profilo di un centro sinistra civico che spinga il Partito democratico ad essere meno chiuso in se stesso e il Movimento a consolidare il profilo di una forza civica ma di governo.

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