• Dom. Ott 24th, 2021

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Il lavoro ignorato dalla politica

Ma perché la politica non nomina più il lavoro, lo ignora, non lo vede, non lo sente, non lo dice?

Perché non lo colloca al centro dell’agenda politica, non lo trascina nell’arena degli scontri culturali e ideologici, perché ha smesso di studiarne evoluzioni o involuzioni, perché ha dismesso ogni empatia per chi si ribella al lavoro che umilia e trasforma in merce anche gli esseri umani? 

Perché il lavoro lo ha esiliato nella dimensione dei fenomeni di natura, lo ha abbandonato ad una solitudine pre-moderna, nella migliore delle ipotesi lo ha destinato al reportage di costume o al melodramma tv? 

Insomma, perché il lavoro non è più una questione politica, ma al massimo una rubrica sindacale?

E pure il caporalato non è più il protagonista feroce di un copione arcaico, come nelle campagne pugliesi ai tempi di Di Vittorio o come nelle pagine del Metello di Vasco Pratolini. 

Non un fenomeno marginale, ma il paradigma di una violenta omogeneizzazione a livello planetario del lavoro precario e neo-servile.

Benché si siano frammentate le vecchie classi sociali, quasi polverizzate nel mercato globale del lavoro, non è scomparsa la vecchia lotta di classe. Il capitale non ha mai rinunciato alla sua guerra ideologica e materiale per disciplinare e per vendere e comprare al massimo ribasso il lavoro. Merce povera per produrre ricchezza altrui. 

Che silenzio assordante quando lo scandalo dei nuovi schiavi riguarda non la Lucania di Carlo Levi, ma il Veneto della più grande azienda tipografica di libri

Che afasia quando la ’Ndrangheta domina il sistema industriale delle concerie toscane. 

Che scarsità di indignazione quando ogni giorno si muore per quel lavoro che dovrebbe far vivere. 

Si muore di fatica o di insicurezza o di malavita d’impresa, due o tre morti al giorno, tanto per dire che qui la parola guerra è più di una metafora. 

Si muore di rassegnazione ma anche di ribellione, magari a un picchetto, o dentro inediti copioni di guerra tra poveri. 

Come cento anni fa, chi lavora cerca di uscire da un destino che è una gabbia, prova a reagire, a non subire quella falsa biologia sociale che lo sfrutta, lo spoglia di diritti e umanità, lo licenzia a piacimento. 

La destra dice che la sinistra demonizza il mercato, eppure la sinistra il mercato lo ha contemplato con ammirazione, talvolta in estasi. 

La destra invoca il primato degli individui senza società, la sinistra disegna una società ricca di diritti civili ma rassegnatamente orfana di diritti sociali. 

Eppure la libertà individuale è misera cosa senza un contesto di legami di società, senza beni comuni, senza una regola di solidarietà. 

Per la destra i diritti sono proprietà degli individui e prerogative delle imprese. 

E la sinistra? Non crede che sia giunto il tempo di riprendere in mano la bandiera del lavoro, e cioè della dignità e della libertà di chi lavora, e cioè dell’orario e del salario di quel moderno proletariato multietnico che suda e crepa all’ombra degli algoritmi dell’impresa-mondo e dei suoi caporali?

Articolo proveniente da Huffington Post Italia