• Mer. Ott 27th, 2021

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Chi sta pagando le incertezze su vaccino e green pass

Tira aria pesante. L’incertezza sui disastri che faranno il virus e le sue varianti. Lo scontro dottrinale sul green pass che sta facendo sfracelli, certo sul turismo, ma soprattutto ferisce quelle centinaia di migliaia di partite Iva che lavorano di calendari, con appuntamenti da programmare addirittura un anno per l’altro.

Ho incontrato alcuni operatori degli eventi e anche molti addetti nel settore artistico, musica da ballo da 200 serate l’anno, un mondo diffuso ma sconosciuto, con l’indotto segna 400 mila persone. Sono partito da Gatteo Mare, lì e in tutta l’Emilia-Romagna (il presidente Bonaccini dovrebbe conoscere bene le richieste di quelle località), il Veneto, si attendevano una via libera al ballo nelle balere all’aperto che non c’è stato. Si tratta di una socialità che coinvolge centinaia di migliaia di persone, sagre paesane, feste di pro loco, delle amministrazioni comunali, di partito.

Un alert al governo Draghi. Servono iniezioni di denaro fresco. Le complicanze ansiogene e gli algoritmi spezzaferro (non si vince più come una volta nemmeno con i grattini e il superenalotto) fanno sì che i decreti sostegni 1 e bis fotografano una realtà che penalizza sempre quelli. Delle partite Iva modeste, se non modestissime, i non garantiti che ci piacciono definire estreme, quelle dei lavoretti accavallati uno all’altro, le mance fatturate fino il centesimo. Chi si arrabatta per tirare su poca roba e comunque è ligio al dovere di far fronte agli impegni e alle scadenze col fisco.

L’aspetto più pernicioso che, rebus sic stantibus, non regge è il confronto tra fatturati e le soglie di perdita che fanno scattare l’aiuto a fondo perduto del 30%. Ragioniamo di partite Iva modestissime, 12-15-17 mila euro di fatturato. Mi consulto con chi mi riferisce la puntigliosità nel calcolare il fatturato cadente senza raggiungere l’agognato 30%. C’è chi perde il 15%, il 20%, altri hanno due codici di registro dell’attività di Partita Iva e in un ramo professionale perdono, nell’altro vanno a pareggio. Insomma un traffico stancante. Che scorre in un circolo grande di persone che rispetto al passato, oggi lavora il triplo per sfiorare gli stessi traguardi economici, tolte imposte, tasse, previdenza, al netto è qualche centinaio di euro per mangiare. Un gravame assurdo (soprattutto per le altissime aliquote previdenziali) pre pandemia, mai risolto.

È di facile deduzione che i bonus di mille euro o più, ripetuti, senza i complicati conti di accesso agli aiuti correnti erano un toccasana. Agli effetti finali i criteri adottati nel governo Conte 2 – erano a pioggia solo per alcune persone funzionali a costruire la notizia sensazionale (il notaio che chiedeva i 600 euro) – apparivano più democratici e compensativi. Anche perché tenevano in considerazione, per esempio, chi aveva partita Iva e svolgeva un tipo di attività e nel frattempo ne svolgeva un’altra, di attività, essendo iscritto a un ordine professionale. E pure i codici Ateco non erano il male del problema, anzi riuscivano a recuperare i lavori più marginali.

Quindi, nella boria degli aiuti che andavano ricentrati sui fatturati delle categorie che avevano un disperato bisogno (le piccole imprese), il governo Draghi si è ritrovato a spargere denaro secondo criteri tagliola che lasciano fuori d’ufficio milioni di persone che in questa fase di stanco e imprevedibile riavvio comunque avrebbero bisogno (si pensi, per ricollegarci all’inizio del mio post, alle migliaia di giovani in orchestre nate come funghi in tutta Italia). Sono le molteplici e differenti attività economiche che richiedono programmazione, dove il riavvio del ciclo lavorativo è più complesso perché si collega a meccanismi circolari balbuzienti che non sempre ingranano al momento giusto, subordinati, ora, alle varianti, al green pass, a chi scappa dal vaccino.

È calato un silenzio generalizzato dei partiti, delle associazioni di categoria, degli stessi ordini professionali come se la situazione attuale degli aiuti fosse la più ideale e confacente alle esigenze correnti.

Così non è e le tante partite Iva a bagnomaria se ne ricorderanno al momento del voto. Ma ci sono gli strumenti per riparare in corsa. Non credo alla risoluzione dei problemi con i bonus, agli aiuti continui e quant’altro. È linfatico rimettere in moto il ciclo economico. Però molte partite Iva ne risentono più in questi e nei prossimi mesi (l’aumento delle bollette di luce e gas è un sintomo preoccupante), un bel po’ di tempo dopo il riavvio dell’Italia in bianco, quindi oltre il range dei fatturati (datario alla mano, da-a) comparativi, indispensabili per ottenere i sostegni odierni.

Mi spiego. Un bar, un ristorante o un parrucchiere sta riprendendosi molto più velocemente rispetto a chi organizza eventi, o fa serate danzanti, attività lavorative legate a calendari a lungo termine.

A proposito di esami di riparazione, il mio consiglio pronto è quello di graziare imposte e tasse dell’anno fiscale 2020 (dichiarazione redditi 2021) per le partite Iva (tutte, senza distinzione tra ordinarie e flat tax, perché quest’ultime con l’attuale flat tax, quella di Salvini per intenderci, sono dissanguate, non a caso ci sono migliaia persone che hanno cancellato l’iscrizione) che viaggiano sotto ai 20-15 mila euro di fatturato (2020).

Si può fare. C’è tempo in questi giorni. Invece di perdersi dietro ai milioni di cartelle rimandate in avanti sine die (un esercizio amministrativo faticoso quanto inutile: quelle cartelle, quelle sotto i 10 mila andrebbero annullate perché in pratica non saranno mai riscosse) o a improbabili riforme del fisco (il ministro Giorgietti ha detto che non c’è il tempo) il governo si concentri su questo provvedimento che darebbe fiato e tranquillità reale a tante attività che stanno viaggiando a vista e paradossalmente sopravvivono con più difficoltà nel 2021 rispetto al 2020.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia