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Altro che lotta alla mafia, ecco il vero obiettivo di Giuseppe Conte…

DiRed Viper News Manager

Lug 28, 2021

Macché lotta alla mafia e al terrorismo! Stringere le mani intorno al collo di qualche “colletto bianco”, ecco che cosa interessa a Giuseppe Conte, al caravanserraglio dei cinque stelle e alla casta delle toghe amiche che li istiga, quando chiedono di rendere eterni i processi che dovrebbero giudicare i “reati di mafia” e i “reati di terrorismo”. Hanno speso la loro parola in tanti prestigiosi magistrati (o ex) nei giorni scorsi, come commentatori o come intervistati, sui principali quotidiani. Da Davigo a Caselli, Ardita o Di Matteo, che hanno usato toni da incendiari, denunciando che con la riforma Cartabia 150.000 processi sarebbero “andati in fumo”, fino ai più possibilisti Spataro e Bruti Liberati. Ma soprattutto la sesta commissione del Csm, subito stoppata dal presidente Mattarella che ha invitato i colleghi a esaminare la riforma nel suo complesso e non solo sul problema dell’improcedibilità. Nessuno si è tirato indietro, a dare una mano ai disorientati del Movimento cinque stelle, che prima hanno votato la riforma in consiglio dei ministri e poi si sono accucciati, Conte per primo, sotto le toghe.

Ma sono sicuri, gli illustri magistrati e i grillini accucciati, che sarebbe proprio in linea con i principi costituzionali questo bel “doppio binario” della giustizia, dilatato fino ai reati meno gravi? Siamo certi che dividere i cittadini in serie A e serie B, identificando ciascuno con il reato che gli viene attribuito, e offrendo tempi processuali così diversi incarni lo spirito riformatore su cui il premier Draghi ha messo la faccia e che anche l’Europa ci chiede prima di erogare i fondi su cui si è impegnata?

Chiediamoci che cosa si intende per “reati di mafia” o “reati di terrorismo”. E’ un linguaggio che comprendiamo solo noi in Italia, prima di tutto. Non è proprio da spirito occidentale. Del resto lo stesso nostro codice penale non parla di mafiosi o di terroristi, nomina invece, sempre e solo il signor “chiunque”: chiunque tiene un certo comportamento, è punito con la pena da…a, si legge. E, tanto per essere chiari, il codice di procedura del 1989, di tipo accusatorio, non dovrebbe neanche contemplare l’esistenza dei reati associativi come fattispecie autonome, essendo sufficiente la compartecipazione di un certo numero di persone nella commissione del reato per far scattare l’aggravante ed elevare la pena.

Quali sono quindi in pratica i reati per i quali Giuseppe Conte, che deve pagare una cambiale al settore più travaglino del movimento che lo deve eleggere capo tra una settimana, vorrebbe si potessero celebrare processi all’infinito? Non quelli che prevedono l’ergastolo, cioè i fatti di sangue, perché quelli non decadono mai. Non quelli con imputati detenuti, perché hanno già corsie preferenziali e in genere arrivano sia alla sentenza di appello che a quella di cassazione nei tempi previsti dalla riforma Cartabia, cioè rispettivamente due anni e un anno o, nei casi più complessi, tre anni e un anno e mezzo. Che cosa rimane dunque su cui impuntarsi come se fosse in gioco la lotta alla criminalità organizzata o addirittura la difesa della stessa democrazia? Il concorso esterno in associazione mafiosa, per esempio, cioè il reato che non c’è e che i pubblici ministeri cosiddetti “antimafia” usano in genere per esponenti politici o amministratori locali. Non è un caso che il non detto del dibattito sulla giustizia di questi giorni sia il sogno di allargare il processo eterno anche a quelli che devono giudicare proprio i reati contro la Pubblica Amministrazione. Cioè proprio quelli che la legge “Spazzacorrotti” (denominazione che fa venire i brividi) del ministro Bonafede aveva equiparato a quelli cosiddetti “di mafia” o “di terrorismo”. Il retropensiero di questa subcultura è una sorta di lotta di classe rivisitata in salsa pentastellata, ma rischia di andare invece a danneggiare proprio gli imputati di piccoli reati, commessi magari nelle zone del sud Italia ancora devastate dalla criminalità organizzata.

Perché il trucco vero è che comunque basta applicare anche a indagati per reati come il furto aggravato o l’estorsione l’aggravante della finalità mafiosa o terroristica per creare di nuovo il processo eterno anche per delinquentelli che poco hanno a che fare con i boss mafiosi. È anche vero che, per esempio nelle maxi-inchieste istruite dal procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, spesso le aggravanti cadono tra la decisione del gip e quella del tribunale del riesame piuttosto che la cassazione. Ma tutto è abbastanza casuale nella quotidiana roulette russa della giustizia italiana. È a questa che vogliamo affidarci?

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