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60 anni fa nasceva il Clan Celentano, doveva chiamarsi Caramba Records

Gli annunci delle etichette Caramba e Clan Celentano pubblicati nella rivista Musica e Dischi (Archivio Fiore)

Il Clan Celentano, la prima casa discografica italiana che ha fatto capo a un cantante, scaturì da un furibondo litigio nato proprio in questi stessi giorni nell’estate di 60 anni fa. Due gli antagonisti. Uno era Adriano, che nella prima settimana di agosto del 1961 aveva assolto gli obblighi della leva militare ed era atteso in Versilia per esibirsi, accompagnato dal gruppo I Ribelli, nel più importante locale della penisola: la Bussola di Sergio Bernardini. L’altro era Walter Guertler, cittadino svizzero che a Milano aveva fondato un impero di vinile: controllava il mercato discografico attraverso aziende ed etichette di prestigio come Celson, Music, Saar, Mercury, Jolly, faceva lavorare musicisti come Enzo Jannacci, Luigi Tenco, Fausto Leali, l’asso della tromba Chet Baker e teneva sotto contratto due artisti che generavano entusiasmo e profitti formidabili in giro per il mondo come Tony Dallara con la sua Come Prima e il tenore leggero Bruno Venturini che da New York a Tokyo era considerato il nuovo Enrico Caruso del pop. Guertler era altresì il distributore esclusivo per l’Italia dell’Atlantic, il colosso statunitense che governò i mostri sacri del rhythm & blues, a cominciare dai Drifters e Ben E. King fino a Otis Redding e Aretha Franklyn. Fu Guertler a gestire nel nostro paese vedette internazionali come Cher e Petula Clark e a produrre per primo interpreti che hanno fatto la storia della musica italiana, da Nicola di Bari ai Campioni di Roby Matano con Lucio Battisti alla chitarra, da Franco Battiato a Vasco Rossi.

Walter Guertler (Archivio Bovi)

Tutti contro Il molleggiato

Ma alla fine degli anni Cinquanta il beniamino di Guertler era solo lui: Adriano Celentano. Il discografico lo scoprì al Festival del Rock del Palazzo del Ghiaccio di Milano, il 18 maggio del 1957: una gara per patiti della nuova danza americana, organizzata dal coreografo Umberto Gallone e dal ballerino acrobatico Bruno Dossena, che sollevò un pandemonio e calamitò una marea di camionette e uniformi delle forze dell’ordine.

Così il quotidiano Il Giorno – in un servizio di Adele Cambria, in seguito direttrice di Lotta Continua – raccontò il 20 maggio del 1957 l’evento del Palazzo del Ghiaccio di Milano. Bersaglio principale: Adriano Celentano (Archivio Bovi)

La voce, il ritmo, i gesti di Celentano affascinarono il pubblico, ma come in precedenti occasioni l’artista fu irriso dai critici. All’epoca i giornalisti lo sfottevano, mentre la Rai aveva già respinto due volte i suoi provini bollandolo nel primo come “inconsistente imitatore di Jerry Lewis” e nel secondo come “dilettante immaturo e disordinato”.

La scheda della Rai con i due giudizi negativi su Adriano Celentano (foto Musica e Dischi, archivio Fiore)

Guertler se ne infischiava dei pareri di stampa e radiotelevisione e lo ingaggiò. Partì così un’avventura carica di soddisfazioni, successi e grane.

I dischi di esordio furono in inglese, cover dei titani del rock Elvis Presley, Little Richard, Fats Domino. Poi la prima canzone bomba: Il tuo bacio è come un rock, firmata da Celentano con le parole dei cinematografari Piero Vivarelli e Lucio Fulci. E fu subito tribunale.

Il tuo bacio in tribunale

 

Accadde nel 1960. Bruno Bettinelli, uno dei compositori italiani di musica classica più stimati del secolo scorso, docente al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sostenne che il brano era un plagio. Il maestro Bettinelli era stato nominato consulente tecnico dal pretore di Milano Vincenzo De Genua per stabilire la fondatezza della denuncia presentata contro il molleggiato dal musicista romano Umberto Frattali. Secondo il querelante la canzone Il tuo bacio è come un rock, soprattutto nell’attacco, era copia conforme di un suo brano del 1956, intitolato Canzone di vera vita. Il magistrato, ascoltato il parere del maestro Bettinelli che confermava l’accusa, aveva ordinato il sequestro conservativo dei proventi del disco – oltre 300 mila copie già vendute – rinviando la causa civile al tribunale.

Davanti ai giudici Celentano si presentò blindato da due luminari del diritto d’autore reclutati da Guertler: gli avvocati Giorgio Jarach e Giancarlo Longinotti. Ma a risolvere la vertenza non fu tanto l’arringa di un principe del Foro quanto la dimostrazione pratica di un musicista, il maestro Ezio Leoni, coadiutore tecnico di Guertler nonché arrangiatore de Il tuo bacio è come un rock. Leoni mostrando una serie di spartiti documentò che il brano sotto accusa, più che alla effettivamente ignota Canzone di vera vita, somigliava a diverse arie del passato e su tutte a Chella llà, pubblicata nel 1956 poco prima del motivo di Frattali e resa popolarissima nell’interpretazione di Teddy Reno. Insomma la frase musicale incriminata aveva diversi precedenti, anche nel repertorio classico. Il giudice si convinse e mandò assolto Celentano.

“Il maestro Leoni giocò sul sicuro. – racconta il compositore Lorenzo Pilat, che fece parte del Clan Celentano con lo pseudonimo Pilade – Alessandro, il fratello di Adriano, mi confessò che era stato lui a scrivere la musica e che l’attacco de Il tuo bacio è come un rock l’aveva proprio copiato da Chella llà. Altroché repertorio classico”.

[Lorenzo Pilat in arte Pilade, cantante del Clan Celentano, da “Canzoni segrete” di Michele Bovi, Tg2 Dossier]

La dispensa del ministro Andreotti

Il vero bagno di popolarità nazionale per Celentano arrivò con la partecipazione al Festival di Sanremo, tra gennaio e febbraio del 1961, con Ventiquattromila baci. Il brano era firmato dagli stessi protagonisti del processo per plagio: Adriano con Ezio Leoni per la musica, Vivarelli e Fulci per le parole.
E per l’occasione Guertler compì un altro dei suoi miracoli: Celentano stava facendo il servizio militare a Torino, artigliere nella caserma Morelli di Popolo. Ma il suo discografico riuscì a convincere il ministro della Difesa Giulio Andreotti a rilasciargli una speciale dispensa per le esibizioni sanremesi.

Però il sapore della libertà è irresistibile. E di lì a qualche mese Adriano maturò la decisione di rompere con Guertler e creare una propria casa discografica, diretta dal fratello maggiore Alessandro, così da diventare assieme i proprietari dei master dei dischi, i responsabili degli artisti scritturati, i registi e i supervisori della creatività aziendale: dalla scelta delle canzoni a quella delle copertine.

Nella prima decade di agosto del 1961, terminata la ferma militare, Celentano raggiunse Viareggio con la band dei Ribelli, contrattualizzati per dieci serate alla Bussola. È lì che rese nota l’intenzione di procedere per proprio conto. Alla Bussola c’erano anche Ezio Leoni e Giulio Libano, i due musicisti principali collaboratori di Guertler: seguivano il gruppo di spalla di Celentano, Carl Holmes and the Commanders, che come vedremo fu propedeutico a un altro grande successo di Adriano.

Lo spartito e il disco di Adriano Celentano pubblicati da Walter Guertler con l’etichetta Caramba (foto Musica e Dischi, archivio Fiore)

Guertler prese malissimo la decisione. Scattarono citazioni in giudizio per inadempienza contrattuale e qualche acuminata ripicca.

“Un dispetto riguardò proprio il nome della nuova iniziativa discografica. – racconta l’avvocato milanese Fulvio Fiore – Celentano depositò il 19 dicembre del 1961 la società a responsabilità limitata Clan Celentano e aveva progettato di chiamare l’etichetta Caramba Records: c’era la bozza disegnata dal geniale illustratore Mario Moletti già comunicata a Musica e Dischi, la rivista specializzata che fu per decenni il vangelo della discografia nazionale. Ma Guertler che conservava una cospicua serie di canzoni inedite di Celentano, anticipò tutti uscendo sul mercato con due brani, Ciao amore e Veleno, inaugurando per l’occasione l’etichetta Caramba, un nome che aveva depositato anche lui in precedenza. Costringendo pertanto il neo-concorrente alla modifica: da Carramba Records a Clan, un termine ispirato al sodalizio americano fondato da Frank Sinatra”.

Quattro gli iniziatori italiani del Clan: Adriano, Don Backy, Ricky Gianco e Guidone. Ai quali si aggiunsero presto Gino Santercole, Pilade, i Ribelli, l’arrangiatore Detto Mariano, i parolieri Luciano Beretta e Miki del Prete. E molti altri a venire. Sempre sotto la guida amministrativa di Alessandro Celentano.

Dall’alto: Guidone, Don Backy, Adriano Celentano, Ricky Gianco (foto Tuttamusica, archivio Fiore)

Il sospetto di una tregua

La canzone di esordio del Clan fu Stai lontana da me, un pezzo composto da Burt Bacharach con il paroliere Bob Hilliard per il cantante afroamericano Gene McDaniels con il testo adattato in italiano da Mogol. Con Stai lontana da me Celentano vinse il Cantagiro del 1962 e sbancò la hit parade: il segnale per gli addetti ai lavori che tra lui e Guertler, a parte la causa per l’interruzione del contratto, era comunque intervenuta una tregua. “A Guertler certo non mancavano i contatti per distribuire in Italia Tower of Strenght, la versione originale di McDaniels dell’etichetta americana Liberty Records di Al Bennett – racconta il direttore d’orchestra Vince Tempera – Quello sarebbe stato un dispetto feroce. Ma non accadde: Stai lontana da me restò sola sul mercato e così furono in pochi a rendersi conto che si trattava di una cover”.

“Non esistono prove di un’intesa tra Guertler e Alessandro Celentano, l’autentica anima amministrativa ed editoriale del Clan, ma condivido questa ipotesi – dice Roby Matano, all’epoca solista dei Campioni e in seguito direttore artistico della Saar – Sono stato amico ed estimatore di entrambi: erano due geni della discografia, più propensi all’accordo che alla vendetta davanti alla prospettiva del successo di una produzione musicale”.

[Adriano Celentano e i Ribelli in Stai lontana da me nel filmato per il Cinebox realizzato da Domenico Paolella (archivio Bottani-Bovi)]

Il caso Pregherò

Quattro mesi dopo Stai lontana da me, arrivò la consacrazione del Clan con uno dei pezzi in assoluto più celebri di Celentano: Pregherò. E si tornò a parlare di plagio, unitamente a un altro singolo dell’etichetta, Tu vedrai, una sorta di seconda parte di Pregherò affidata a Ricky Gianco. Erano le versioni in italiano di Stand By Me e di Don’t Play That Song (You Lied), due incisioni del cantautore statunitense Ben E. King. Entrambe però furono depositate alla Siae con la musica accreditata a Ricky Gianco e Detto Mariano e le parole a Don Backy con l’aggiunta di Miki del Prete per Tu vedrai.

Per anni abbiamo ascoltato e letto diverse spiegazioni in proposito: che i dischi americani li aveva scovati Gianco…il quale intendeva incidere Pregherò… che Celentano gli impose di contro Tu vedrai…che il Clan fece ricerche alla Siae per scoprire i nomi degli autori…che gli autori originari non furono individuati e che pertanto tutti pensarono a brani in pubblico dominio, con licenza di intestarseli…che però a seguito del trionfo dei dischi si fecero vivi gli editori della Aberbach che minacciarono denunce. Tutte mezze verità.

Torniamo all’ agosto del 1961, alla Bussola di Viareggio e ai collaboratori di Guertler: Ezio Leoni e Giulio Libano. I due musicisti erano nel locale della Versilia per seguire il gruppo di spalla di Celentano, Carl Holmes and the Commanders, che infatti pochi mesi dopo avrebbe cominciato a incidere per l’Atlantic, la casa discografica statunitense che aveva sotto contratto Ben E. King, coautore ed esecutore di Stand By Me, l’originale di Pregherò.

Stand By Me era stata intercettata subito dalla squadra di Walter Guertler, distributore per l’Italia della Atlantic. La canzone in quell’estate del 1961 era nel repertorio di Carl Holmes and the Commanders.

“Fu alla Bussola che scoprimmo quel brano e ce ne innamorammo tutti – rivela Natale Massara, direttore d’orchestra e compositore di colonne sonore cinematografiche – Io ero il sassofonista dei Ribelli, la band di Celentano. Carl Holmes and the Commanders, cinque afroamericani che suonavano un rhythm and blues travolgente, figuravano come orchestra di spalla alla nostra. Cominciammo in quelle sere a misurarci con melodia, armonia e ritmo di quel pezzo che Adriano intendeva inserire nel catalogo del Clan”.

Le copertine dell’album di Carl Holmes and The Commanders e di Stand By Me di Ben E. King

“Guertler era stato un finanziatore dei fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegün per la fondazione dell’Atlantic e in cambio gli era stata concessa la distribuzione dei dischi in Italia fino al 1968 – rivela Vince Tempera – Ma la versione originale di Ben E. King non entrò nel nostro mercato, pertanto Pregherò ebbe vita facile. In quegli anni di assenza di comunicazioni una canzone che finiva in testa alla hit parade americana non arrivava in Italia se non a seguito di intese tra discografici ed editori musicali”.

Stand By Me si affermò in USA nel 1961 ma non funzionò sul mercato inglese. L’operazione Pregherò creò dunque nuove fonti di profitto senza suscitare proteste da parte dell’ufficio romano della Aberbach, editrice di Stand By Me.

L’errore forse fu esagerare, tentando di conquistare anche il mercato sudamericano con Pregherò tradotta in spagnolo: il titolo era Rezaré. Da New York la casa madre Aberbach decise di intervenire a seguito delle proteste dei veri autori del brano – ovvero lo stesso esecutore Ben E. King con Jerry Leiber e Mike Stoller, i due basilari collaboratori di Elvis Presley – e stabilire il nuovo deposito alla Siae. Non ci furono citazioni in giudizio, solo modifiche ai carteggi custoditi nell’ufficio di Alessandro Celentano.

A rimetterci fu essenzialmente Don Backy. Per il testo della sub-edizione italiana di Stand By Me l’Aberbach aveva firmato originariamente un accordo con la paroliera Franca Evangelisti: a norma di legge il nuovo deposito dovette riconoscere anche a lei una percentuale dei profitti. Così Don Backy, da unico autore del testo di Pregherò, fu costretto a spartirne i proventi con un autore americano e una connazionale mai vista in precedenza.

Troppo uguali per essere plagi

Andò meglio con Tu vedrai. L’ufficio romano della Aberbach aveva già piazzato il brano: a incidere Don’t Play That Song (You Lied) per il mercato italiano pur mantenendo il testo in inglese, era stato Peppino di Capri. La versione elaborata di Gianco fu un raddoppio di incassi che sollevò il polverone delle recriminazioni per i diritti d’autore solo apparentemente. In realtà il brano è ancora oggi presente nell’archivio della Siae con i crediti attribuiti agli artisti del Clan Celentano.

Lo spartito di Don’t Play That Song (You Lied) di Peppino di Capri e la copertina di Tu vedrai di Ricky Gianco

Il sospetto di accordi internazionali tra editori e discografici spunta per altre due importanti pubblicazioni di Adriano Celentano: Torno sui miei passi del 1967 e Viola del 1970. Nell’archivio della Siae la prima è attribuita al compositore Detto Mariano e ai parolieri Luciano Beretta e Miki del Prete, la seconda al compositore Nando de Luca sempre con i testi di Beretta e del Prete. Torno su miei passi è identica a The Paper Boy pubblicata nel 1956 dal rocker americano Bill Haley e Viola è uguale a I Make Believe incisa nel 1956 da Clyde McPhatter & The Drifters. Non si tratta di somiglianze: sono proprio le stesse canzoni. Ritenere che discografici ed editori americani dei due pezzi non se ne siano mai accorti o che un amministratore attento come Alessandro Celentano e due musicisti avveduti come Detto Mariano e Nando de Luca abbiano rischiato altrettanti processi per plagio appare un affronto a intelligenza e sincerità.

[Miki del Prete commenta il confronto tra I Make Believe (firmata da Ivory Joe Hunter) e Viola (firmata Nando de Luca-Luciano Beretta-Miki del Prete), da “Canzoni segrete” di Michele Bovi, Tg2 Dossier]

Va detto che il più stravagante copia-copia consumato con la voce di Adriano Celentano fu stampato non dal Clan bensì dalla Jolly di Walter Guertler.

Si tratta di Non esser timida, uscito nel 1961, prova evidente di come gli accordi internazionali tra discografici ed editori riuscissero negli anni d’oro del pop a confezionare risultati bizzarri quanto redditizi. Quel “Non esser timida / non arrossire più / quando ti stringo a me / devi sorridere” nasceva sulla musica di “Sul mare luccica / l’astro d’argento / placida è l’onda / prospero il vento”, insomma era l’elaborazione del più antico dei successi napoletani: Santa Lucia. Era il periodo in cui Cosa Nostra in America gestiva il repertorio musicale partenopeo e il brano fu depositato con il titolo Little Lonely One e i crediti attribuiti a Bob Brass e Irwin Levine senza alcun riferimento a Teodoro Cottrau, il vero compositore di Santa Lucia.

Little Lonely One schizzò al vertice della classifica dei dischi più venduti negli Stati Uniti del 1961 nell’interpretazione di un quintetto vocale della Virginia, The Jarmels; un’affermazione destinata a ripetersi in Inghilterra nel 1965 con la versione di Little Lonely One affidata alla popstar gallese Tom Jones.

Tra il disco dei Jarmels e quello di Tom Jones, alla fine del 1961, ossia proprio nel momento della nascita del Clan, Guertler riuscì a inserire Adriano Celentano con Non esser timida, presentata come cover italiana del pezzo americano e non già del classico napoletano. Non esser timida sul disco era attribuita a Irwin Levine e a Miki Del Prete. Ma nel deposito Siae compaiono ancora oggi soltanto i nomi di Del Prete e dell’editore Piero Leonardi, un modo forse per far giustizia e restituire Santa Lucia alla nazione di origine. Con buona pace del sempre dimenticato Teodoro Cottrau.

Gli spartiti di Non esser timida e di Santa Lucia

Canzoni alla sbarra

“Il Clan Celentano è stato il motore rombante della discografia italiana dei primi anni Sessanta – racconta l’avvocato Fulvio Fiore – Un artista alla guida di un’azienda che arrivò a stipendiare fino a 50 dipendenti. Dopo il Clan Sinatra, che godeva comunque della protezione di Cosa Nostra, c’erano stati in America solo i precedenti di Ray Charles e di James Brown. Il Clan produsse idee, moda, marketing: dalle copertine apribili dei dischi disegnate da Mario Moletti ai pantaloni bicolori a zampa d’elefante. Peccato sia durato poco: nel febbraio del 1967 Musica e Dischi dette la notizia della separazione tra Adriano e il fratello Alessandro. L’inizio della fine”.

L’annuncio che comunicò la separazione tra Adriano e Alessandro Celentano, febbraio 1967 (Musica e Dischi - archivio Fiore)

Quell’azienda concepita nel dicembre del 1961 come una confraternita musicale è stata straordinaria in tutto. Anche nelle beghe legali tra ex componenti. Avvocati e magistrati si sono occupati fino a un anno fa di rivendicazioni legate al diritto d’autore. Di volta in volta in tribunale sono passati Don Backy contro Celentano e viceversa, Don Backy contro Detto Mariano e viceversa, Detto Mariano contro Celentano e viceversa, Gino Santercole contro Nando De Luca. I casi meno ruvidi sono stati appianati con transazioni stragiudiziali che hanno estinto la lite, come quella tra il batterista dei Ribelli Gianni Dall’Aglio e Ricky Gianco per la paternità di Pugni chiusi. In sostanza le aule di giustizia per oltre mezzo secolo hanno ospitato le canzoni più popolari prodotte dall’opera dell’ingegno degli artisti legati al Clan: Una carezza in un pugno, Casa bianca, Canzone, Straordinariamente, Un bimbo sul leone, Yuppi Du, Prisencolinensinainciusol e decine d’altre.

“Chi come me è vissuto a stretto contatto con discografici ed editori negli anni d’oro del mercato della canzone sa bene che il Clan non ha rappresentato un’eccezione – commenta Vince Tempera – Litigi e cause sono stati la norma di tutte le etichette. La differenza sta nel fatto che solo le faccende di Celentano sono finite sempre sui giornali. Non credo abbia mai avuto realmente bisogno di un addetto stampa. Dal 1957 tutto quanto succede nei dintorni di Adriano fa immancabilmente notizia”.

Articolo proveniente da Huffington Post Italia