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Tagliare le leggi inutili: ecco la vera riforma che serve alla giustizia

DiRed Viper News Manager

Lug 27, 2021

Secondo il Poligrafico dello Stato, gli atti normativi pubblicati in Gazzetta Ufficiale sono circa 111mila (il dato è ampiamente sottostimato, in quanto non tiene conto delle legislazioni regionali). La bulimia del legislatore si traduce in una enorme quantità di leggi e spesso queste leggi, proprio perché così numerose e complicate, entrano in contraddizione con altre leggi e con altre norme, fino a creare un coacervo inestricabile anche per i più esperti giuristi. A volte leggere o interpretare un testo di legge è un’opera faticosissima. Non vi è comma o articolo di legge che non rinvii a un diverso comma di un altro articolo di una ulteriore legge e così via, fino a quando, a forza di rinvii su rinvii, non si finisce per dimenticare da dove si è iniziato e che cosa si stesse cercando.

Il risultato è che spesso il significato di una norma è talmente criptico da risultare incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Bizantinismi di ogni genere e incertezze interpretative finiscono per alimentare la libidine di burocrati e azzeccagarbugli, con grave danno per la certezza del diritto e la prevedibilità delle sentenze. La complessità della macchina burocratica nel nostro Paese è tale da non poter essere affrontata con un unico intervento riformatore, poiché riformare la giustizia in Italia significa dover affrontare complesse questioni normative, ma prima di tutto culturali, sociali e finanche psicologiche.

La prima domanda che ci si dovrebbe pertanto porre è la seguente: ma siamo proprio certi che tutte queste leggi siano veramente utili e necessarie? Partiamo da un dato di fondo. Secondo i dati Istat, dal 1992 al 2020 gli indennizzati per ingiusta detenzione sono stati circa 30mila, con una spesa a carico del contribuente pari a 870 milioni di euro. La media annua dei risarcimenti liquidati supera i 27 milioni di euro, anche se nel solo 2020 ne sono stati spesi quasi 37 (record assoluto).

Ma quali sono le cause di una situazione così grave? E perché la politica – che pure in tutti questi anni non ha mai esitato a intervenire a gamba tesa sul processo penale ogni qualvolta se ne è presentato il pretesto – non vuole o non è in grado di risolvere il problema? Lo spiega bene per noi uno dei più grandi scrittori del Novecento, Franz Kafka, nel suo capolavoro Il Processo, scritto tra il 1914 e il 1915, attraverso l’angosciante storia del protagonista, Joseph K. Quest’ultimo è un impiegato bancario che, trovatosi coinvolto in un processo per quello che si illude sia un semplice malinteso, tenta inizialmente di affrontare il problema con la logica del buon senso e il sano pragmatismo che gli derivano dal suo lavoro. Ben presto, però, si troverà ad affrontare una macchina processuale infernale, i cui insondabili e oscuri meccanismi finiranno per travolgerlo fino alla morte.

Ecco allora che la burocrazia, l’ipertrofia normativa e il panpenalismo – in una parola, la mancanza di regole semplici, trasparenti e comprensibili – diventano uno strumento di potere in mano alle classi dominanti e ai “sacerdoti” del diritto. Non sarà un caso se, in tempi di pandemia e dpcm – in un’epoca cioè in cui l’Autorità sanitaria avverte particolarmente la necessità di disciplinare ogni più minuto aspetto della vita quotidiana dell’individuo -, si sia osservata una particolare propensione del legislatore (o di chi per esso) a emanare norme “per elenchi” di condotte, laddove la pretesa di imporre ai cittadini finanche il colore dei calzini da indossare non ha prodotto che ulteriori incertezze interpretative e ancor minore chiarezza. Più o meno lo stesso fenomeno che è alla base della “paura della firma” che assale il pubblico ufficiale quando, al momento di siglare un atto del suo ufficio, cerca di districarsi tra ingarbugliati coacervi di norme, alla ricerca dell’interpretazione più corretta e meno foriera di indesiderate complicanze giudiziarie.

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