• Dom. Ott 24th, 2021

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Pmi italiane più forti di intere Nazioni. 1) Il caso della meccanica

Photo taken in Buggiano, Italy

I dati recentemente pubblicati da Istat e Ice nel tradizionale Annuario del commercio con l’estero, incrociati con le statistiche dell’Eurostat, permettono di sfatare uno dei tanti ed infondati luoghi comuni riguardanti l’economia italiana. E cioè che la bassa crescita del Pil dell’Italia nei primi quindici anni del XXI secolo sia dipesa principalmente da una scarsa competitività del nostro sistema produttivo, indebolito dalla presenza di troppe piccole imprese, fragili ed inadatte a cimentarsi nel nuovo scenario senza esclusione di colpi della globalizzazione. Una spiegazione, ad avviso di chi scrive, non solo priva di fondamento ma anche “di comodo”, per evitare di concentrare l’attenzione sulle reali cause del modesto tasso di sviluppo italiano, che sono invece da ricercarsi in altri fattori, come la scarsa performance del nostro settore pubblico incapace di creare servizi sociali di alto valore aggiunto, la burocrazia, il divario Nord-Sud, ecc.

Per far riprendere slancio alla nostra economia, anziché proporre e soprattutto attuare riforme finalizzate ad aggredire i problemi strutturali di cui sopra, molto più facile e sbrigativo è sempre stato lanciare accorati appelli a favore di una non meglio precisata crescita dimensionale delle imprese italiane (tema ricorrente di tanti convegni ed editoriali). Con ciò scaricando la responsabilità della debole performance produttiva del sistema Italia sull’industria, sul modello delle imprese famigliari, sulla loro presunta scarsa propensione ad investire (tesi demolita dallo straordinario successo di Industria 4.0) e financo sulla cosiddetta “specializzazione sbagliata” del nostro capitalismo (tesi a sua volta completamente smentita dai nostri record commerciali degli ultimi anni e anche di questo primo scorcio temporale post-pandemia).

In questa prospettiva, la campagna mediatica contro la manifattura italiana giudicata “perdente” nella globalizzazione e del “piccolo non è più bello” ha talvolta assunto contorni quasi ideologici, mentre il dibattito necessiterebbe invece di una maggiore competenza e di analisi puntuali, cifre alla mano, caso per caso, settore per settore.

Il grande fraintendimento sulla ipotetica debolezza delle Piccole e Medie Imprese (PMI) italiane deriva principalmente proprio da una scarsa conoscenza dei dati, che pure abbondano. Proveremo perciò in questo articolo e in altre successive puntate a fornire dei casi di studio settoriali che dimostrano in modo inequivocabile che quello delle PMI è un falso problema e che, anzi, al contrario, le PMI sono un pilastro dei primati mondiali ed europei del made in Italy.

Considereremo qui, per cominciare, il caso dell’industria delle macchine e degli apparecchi meccanici, settore in cui l’Italia è seconda in Europa soltanto alla Germania per valore aggiunto, occupazione, investimenti in ricerca e sviluppo ed export ed è tra le prime quattro potenze al mondo per surplus commerciale con l’estero assieme a Germania, Giappone e Cina. Grazie ai dati Istat-ICE è possibile suddividere il nostro export di meccanica per tipologia di imprese, distinguendo tra: microimprese (MC) con meno di 20 addetti; piccole imprese (PI) con 20-49 addetti; medie imprese (MI) con 50-249 addetti; imprese medio-grandi (MG) con 250-499 addetti; grandi imprese (GR) con 500 o più addetti.

Le MC sono da sempre il bersaglio principale dei detrattori delle PMI. L’Italia ha tantissime MC esportatrici nell’industria manifatturiera: secondo l’Istat, sono in tutto poco meno di 40 mila, una cifra notevole. E anche l’industria delle macchine e degli apparecchi meccanici ha molte MC, per la precisione 5.873 su un totale di 9.984 imprese esportatrici. Indubbiamente, le MC, essendo così tante, riducono i valori medi dell’industria italiana, ad esempio per ciò che i valori di export per impresa. Si tratta di una conseguenza puramente aritmetica del gran numero di MC presenti nel nostro sistema economico. Ma che non giustifica la conclusione che le MC siano una “palla al piede” per la manifattura italiana e la sua competitività.

Infatti, nel settore della meccanica qui considerato, se anche l’Italia facesse ipoteticamente a meno delle MC rimarrebbe comunque nettamente la seconda industria esportatrice europea dopo quella tedesca. I dati sono più che eloquenti. Nel 2019 il settore meccanico tedesco ha esportato 149,4 miliardi di euro, l’Italia 67,7 miliardi e l’Italia senza le MC 63,6 miliardi (si veda la tabella). In altri termini, anche senza MC l’industria italiana delle macchine e degli apparecchi meccanici può vantare un export che è più che doppio in questo settore di quello dei Paesi Bassi (terzo Paese esportatore UE) e quasi il triplo di quello della Francia (quarto Paese esportatore UE).

Ma le stesse tanto denigrate MC esportano da sole meccanica per 4,1 miliardi di euro, cioè più della Slovacchia o della Romania. Chiunque nel mondo vorrebbe avere le nostre MC! Gli altri ce le invidiano, mentre da noi sono ingiustamente sotto accusa. Senza contare il ruolo di tenuta in termini di coesione sociale e di supporto alle filiere produttrici in termini di subfornitura specializzata che le MC svolgono all’interno dei distretti industriali. La questione dimensionale delle imprese nell’industria delle macchine e degli apparecchi è dunque totalmente priva di fondamento. Ma lo stesso vale per tanti altri settori della nostra industria manifatturiera, come avremo modo di dimostrare in prossimi articoli.

È interessante rilevare, inoltre, che numerose possibili combinazioni di tipologie di imprese meccaniche per dimensioni e numero di addetti vedrebbero sempre l’Italia figurare come secondo Paese esportatore europeo, sia considerando le aggregazioni tra imprese più piccole sia quelle tra imprese più grandi. Ciò vale per le PI e le MI italiane insieme (36,3 miliardi di export) e perfino per le MI da sole (28,1 miliardi). Lo stesso accade, ovviamente, sommando insieme PI, MI e MG, cioè considerando il nucleo delle PMI “allargato” verso l’alto alle MG (export di 45,8 miliardi). Ed anche considerando solo il segmento delle imprese più strutturate che somma MI, MG e GR (55,4 miliardi).

Infine, si consideri che perfino il gruppo delle imprese italiane di dimensioni più ridotte della nostra meccanica, cioè la somma di MC e PI, è sufficiente per surclassare l’export dell’intera Spagna in questo settore. Insomma, forse “piccolo non è più bello” come un tempo, ma nemmeno brutto come molti credono. E di certo al made in Italy il piccolo non fa male, anche perché le MC e le PI sono pienamente integrate in un ampio sistema di medie, medio-grandi e grandi imprese molto efficienti e competitive.

Export Meccanica

Articolo proveniente da Huffington Post Italia